Dante
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Paradiso

Dante - In het
Nederlands


Dante Alighieri

Alessandro Botticelli. Portrait of Dante  
Tempera on canvas (ca.1495) 
Private collection - Geneva, Switzerland

Nasce nel 1265 da una famiglia guelfa
di Firenze, di piccola nobiltà.
Lo scrittore muore a Ravenna nel 1321.

  VITA NUOVA

A CIASCUN’ ALMA PRESA
E GENTIL CORE


A ciascun’alma presa e gentil core
Nel cui cospetto ven lo dir presente,
In ciò che mi rescrivan suo parvente,
Salute in lor segnor, cioè Amore.

Già eran quasi che atterzate l’ore
Del tempo che onne stella n’è lucente,
Quando m’apparve Amor subitamente,
Cui essenza membrar mi dà orrore.

Allegro mi sembrava Amor tenendo
Meo core in mano, e ne le braccia avea
Madonna involta in un drappo dormendo.

Poi la svegliava, e d’esto core ardendo
Lei paventosa umilmente pascea:
Appresso gir lo ne vedea piangendo.


O VOI CHE PER LA VIA
D’AMOR PASSATE


O voi che per la via d’Amor passate,
Attendete e guardate
S’elli è dolore alcun, quanto ‘l mio, grave;
E prego sol ch’audir mi sofferiate,
E poi imaginate
S’io son d’ogni tormento ostale e chiave.

Amor, non già per mia poca bontate,
Ma per sua nobiltate,
Mi pose in vita sì dolce e soave
Ch’io mi sentia dir dietro spesse fiate:
“Deo, per qual dignitate
Così leggiadro questi lo core have?”

Or ho perduta tutta mia baldanza,
Che si movea d’amoroso tesoro;
Ond’io pover dimoro,
In guisa che di dir mi ven dottanza,

Sì che volendo far come coloro
Che per vergogna celan lor mancanza,
Di fuor mostro allegranza,
E dentro da lo core struggo e ploro.


Piangete, amanti,
poi che piange Amore


Piangete, amanti, poi che piange Amore,
Udendo qual cagion lui fa plorare.
Amor sente a Pietà donne chiamare,
Mostrando amaro duol per li occhi fore,

Perché villana Morte in gentil core
Ha miso il suo crudele adoperare,
Guastando ciò che al mondo è da laudare
In gentil donna sovra de l’onore.

Audite quanto Amor le fece orranza,
Ch’io ‘l vidi lamentare in forma vera
Sovra la morta imagine avvenente;

E riguardava ver lo ciel sovente,
Ove l’alma gentil già locata era,
Che donna fu di sì gaia sembianza.


Morte villana,
di pietà nemica


Morte villana, di pietà nemica,
Di dolor madre antica,
Giudicio incontastabile gravoso,
Poi che hai data matera al cor doglioso
Ond’io vado pensoso,
Di te blasmar la lingua s’affatica.

E s’io di grazia ti voi’ far mendica,
Convenesi ch’eo dica
Lo tuo fallar d’onni torto tortoso,
Non però ch’a la gente sia nascoso,
Ma per farne cruccioso
Chi d’amor per innanzi si notrica.

Dal secolo hai partita cortesia
E ciò ch’è in donna da pregiar vertute:
In gaia gioventute
Distrutta hai l’amorosa leggiadria.

Più non voi’ discovrir qual donna sia
Che per le propietà sue canosciute.
Chi non merta salute
Non speri mai d’aver sua compagnia


Cavalcando l’altr’ier
per un cammino


Cavalcando l’altr’ier per un cammino,
Pensoso de l’andar che mi sgradia,
Trovai Amore in mezzo de la via
In abito leggier di peregrino.

Ne la sembianza mi parea meschino,
Come avesse perduta segnoria;
E sospirando pensoso venia,
Per non veder la gente, a capo chino.

Quando mi vide, mi chiamò per nome,
E disse: “Io vegno di lontana parte,
Ov’era lo tuo cor per mio volere;

E recolo a servir novo piacere”.
Allora presi di lui sì gran parte
Ch’elli disparve, e non m’accorsi come.


Ballata, i’ voi’
che tu ritrovi Amore


Ballata, i’ voi’ che tu ritrovi Amore,
E con lui vade a madonna davante,
Sì che la scusa mia, la qual tu cante,
Ragioni poi con lei lo mio segnore.

Tu vai, ballata, sì cortesemente,
Che sanza compagnia
Dovresti avere in tutte parti ardire;
Ma se tu vuoli andar sicuramente,
Retrova l’Amor pria,
Chè forse non è bon sanza lui gire;
Però che quella che ti dee audire,
Sì com’io credo, è ver di me adirata:
Se tu di lui non fossi accompagnata,
Leggeramente ti faria disnore.

Con dolze sono, quando se’ con lui,
Comincia este parole,
Appresso che averai chesta pietate:
“Madonna, quelli che mi manda a vui,
Quando vi piaccia, vole,
Sed elli ha scusa, che la m’intendiate.
Amore è qui, che per vostra bieltate
Lo face, come vol, vista cangiare:
Dunque perchè li fece altra guardare
Pensatel voi, da che non mutò ‘l core”.

Dille: “Madonna, lo suo core è stato
Con sì fermata fede
Che ’n voi servir l’ha ‘mpronto onne pensero:
Tosto fu vostro, e mai non s’è smagato”.
Sed ella non ti crede,
Di’ che domandi Amor, che sa lo vero:
Ed a la fine falle umil preghero,
Lo perdonare se le fosse a noia,
Che mi comandi per messo ch’eo moia,
E vedrassi ubidir ben servidore.

E di’ a colui ch’è d’ogni pietà chiave,
Avante che sdonnei,
Che le saprà contar mia ragion bona:
“Per grazia de la mia nota soave
Reman tu qui con lei,
E del tuo servo ciò che vuoi ragiona;
E s’ella per tuo prego li perdona,
Fa’ che li annunzi un bel sembiante pace”.
Gentil ballata mia, quando ti piace,
Movi in quel punto che tu n’aggie onore.


Tutti li miei penser
parlan d’Amore


Tutti li miei penser parlan d’Amore;
E hanno in lor sì gran varietate,
Ch’altro mi fa voler sua potestate,
Altro folle ragiona il suo valore,

Altro sperando m’apporta dolzore,
Altro pianger mi fa spesse fiate;
E sol s’accordano in cherer pietate,
Tremando di paura che è nel core.

Ond’io non so da qual matera prenda;
E vorrei dire, e non so ch’io mi dica:
Così mi trovo in amorosa erranza.

E se con tutti voi’ fare accordanza,
Convenemi chiamar la mia nemica,
Madonna la Pietà, che mi difenda.


Con l’altre donne
mia vista gabbate


Con l’altre donne mia vista gabbate,
E non pensate, donna, onde si mova
Ch’io vi rassembri sì figura nova
Quando riguardo la vostra beltate.

Se lo saveste, non porìa Pietate
Tener più contra me l’usata prova;
Chè Amor, quando sì presso a voi mi trova,
Prende baldanza e tanta securtate,

Che fere tra’ miei spiriti paurosi,
E quale ancide, e qual pinge di fore,
Sì che solo remane a veder vui:

Ond’io mi cangio in figura d’altrui,
Ma non sì ch’io non senta bene allore
Li guai de li scacciati tormentosi.


Ciò che m’incontra
ne la mente more


Ciò che m’incontra ne la mente more
Quand’i’ vegno a veder voi, bella gioia;
E quand’io vi son presso, i’ sento Amore
Che dice: 'Fuggi, se ‘l perir t’è noia'.

Lo viso mostra lo color del core,
Che, tramortendo, ovunque pò s’appoia;
E per la ebrietà del gran tremore
Le pietre par che gridin: 'Moia, moia'.

Peccato face chi allora mi vide,
Se l’alma sbigottita non conforta,
Sol dimostrando che di me li doglia,

Per la pietà, che ‘l vostro gabbo ancide,
La qual si cria ne la vista morta
De li occhi, c’hanno di lor morte voglia.


Spesse fiate
vegnonmi a la mente


Spesse fiate vegnonmi a la mente
Le oscure qualità ch’Amor mi dona,
E venmene pietà, sì che sovente
Io dico: 'Lasso! avviene elli a persona?'

Ch’Amor m’assale subitanamente,
Sì che la vita quasi m’abbandona:
Campami un spirto vivo solamente,
E que’ riman, perché di voi ragiona.

Poscia mi sforzo, ché mi voglio atare;
E così smorto, d’onne valor voto,
Vegno a vedervi, credendo guerire:

E se io levo li occhi per guardare,
Nel cor mi si comincia uno tremoto,
Che fa de’ polsi l’anima partire.


Donne ch’avete
intelletto d’amore


Donne ch’avete intelletto d’amore,
I’ vo’ con voi de la mia donna dire,
Non perch’io creda sua laude finire,
Ma ragionar per isfogar la mente.
Io dico che pensando il suo valore,
Amor sì dolce mi si fa sentire,
Che s’io allora non perdessi ardire,
Farei parlando innamorar la gente:
E io non vo’ parlar sì altamente
Ch’io divenisse per temenza vile;
Ma tratterò del suo stato gentile,
A respetto di lei leggeramente,
Donne e donzelle amorose, con vui,
Ché non è cosa da parlarne altrui.

Angelo clama in divino intelletto
E dice: “Sire, nel mondo si vede
Maraviglia ne l’atto che procede
D’un’anima che ‘nfin qua su risplende.
Lo cielo, che non have altro difetto
E ciascun santo ne grida merzede
Che d’aver lei, al suo segnor la chiede,
Sola Pietà nostra parte difende,
Ché parla Dio, che di madonna intende:
“Diletti miei, or sofferite in pace
Che vostra spene sia quanto me piace
Là ‘v’è alcun che perder lei s’attende
E che dirà ne lo inferno: ‘O mal nati,
Io vidi la speranza de’ beati’”.

Madonna è disiata in sommo cielo:
Or voi’ di sua virtù farvi savere.
Dico, qual vuol gentil donna parere
vada con lei, che quando va per via,
Gitta nei cor villani Amore un gelo,
Per che onne lor pensero agghiaccia e pere;
E qual soffrisse di starla a vedere
Diverria nobil cosa, o si morria.
E quando trova alcun che degno sia
Di veder lei, quei prova sua vertute,
Ché li avvien, ciò che li dona, in salute,
E sì l’umilia ch’ogni offesa oblia
Ancor l’ha Dio per maggior grazia dato
Che non pò mal finir chi l’ha parlato.

Dice di lei Amor: “Cosa mortale
Come esser pò sì adorna e sì pura?”.
Poi la reguarda, e fra se stesso giura
Che Dio ne ‘ntenda di far cosa nova.
Color di perle ha quasi, in forma quale
Convene a donna aver, non for misura:
Ella è quanto de ben pò far natura;
Per essemplo di lei bieltà si prova.
De li occhi suoi, come ch’ella li mova,
Escono spirti d’amore inflammati,
Che feron li occhi a qual che allor la guati,
E passan sì che ‘l cor ciascun retrova:
Voi le vedete Amor pinto nel viso,
Là ‘ve non pote alcun mirarla fiso.

Canzone, io so che tu girai parlando
A donne assai, quand’io t’avrò avanzata.
Or t’ammonisco, perch’io t’ho allevata
Per figliuola d’Amor giovane e piana,
Che là ‘ve giugni tu dichi pregando:
“Insegnatemi gir, ch’io son mandata
A quella di cui laude so’ adornata”.
se non vuoli andar sì come vana,
Non restare ove sia gente villana;
Ingegnati, se puoi, d’esser palese
Solo con donne o con omo cortese,
Che ti merranno là per via tostana:
Tu troverai Amor con esso lei;
Raccomandami a lui come tu dèi.


Amore e ‘l cor gentil
sono una cosa


Amore e ‘l cor gentil sono una cosa,
Sì come il saggio in suo dittare pone,
E così esser l’un sanza l’altro osa
Com’alma razional sanza ragione.

Fàlli natura quand’è amorosa,
Amor per sire e ‘l cor per sua magione,
Dentro la qual dormendo si riposa
Tal volta poca e tal lunga stagione.

Bieltate appare in saggia donna pui,
Che piace a gli occhi sì, che dentro al core
Nasce un disio de la cosa piacente;

E tanto dura talora in costui,
Che fa svegliar lo spirito d’Amore.
E simil face in donna omo valente.


Voi che portate
la sembianza umile


Voi che portate la sembianza umile,
Con li occhi bassi, mostrando dolore,
Onde venite, che ‘l vostro colore
Par divenuto de pietà simile?

Vedeste voi nostra donna gentile
Bagnar nel viso suo di pianto Amore?
Ditelmi, donne, ché ‘l mi dice il core,
Perch’io vi veggio andar sanz’atto vile.

E se venite da tanta pietate,
Piacciavi di restar qui meco alquanto,
E qual che sia di lei, nol mi celate.

Io veggio li occhi vostri c’hanno pianto,
E veggiovi tornar sì sfigurate
Che ‘1 cor mi triema di vederne tanto.


Se’ tu colui
c’hai trattato sovente


Se’ tu colui c’hai trattato sovente
Di nostra donna, sol parlando a nui?
Tu risomigli a la voce ben lui,
Ma la figura ne par d’altra gente.

E perché piangi tu sì coralmente,
Che fai di te pietà venire altrui?
Vedestù pianger lei, che tu non pui
Punto celar la dolorosa mente?

Lascia piangere noi e triste andare
(E fa peccato chi mai ne conforta),
Che nel suo pianto l’udimmo parlare.

Ell’ha nel viso la pietà sì scorta
Che qual l’avesse voluta mirare
Sarebbe innanzi lei piangendo morta.


Donna pietosa
e di novella etate


Donna pietosa e di novella etate,
Adorna assai di gentilezze umane,
Ch’ era là ‘v’io chiamava spesso Morte,
Veggendo li occhi miei pien di pietate
E ascoltando le parole vane,
Si mosse con paura a pianger forte.
E altre donne, che si fuoro accorte
Di me per quella che meco piangia,
Fecer lei partir via,
E appressarsi per farmi sentire.
Qual dicea: “Non dormire”.
E qual dicea: “Perché sì ti sconforte?”
Allor lassai la nova fantasia,
Chiamando il nome de la donna mia.

Era la voce mia sì dolorosa
E rotta sì da l’angoscia del pianto,
Ch’io solo intesi il nome nel mio core;
E con tutta la vista vergognosa
Ch’era nel viso mio giunta cotanto,
Mi fece verso lor volgere Amore.
Elli era tale a veder mio colore,
Che facea ragionar di morte altrui:
Deh, consoliam costui ”
Pregava l’una l’altra umilemente;
E dicevan sovente:
“Che vedestù, che tu non hai valore? ”
E quando un poco confortato fui,
Io dissi: “Donne, dicerollo a vui.

Mentr’io pensava la mia frale vita,
E vedea ‘l suo durar com’è leggiero,
Piansemi Amor nel core, ove dimora;
Per che l’anima mia fu sì smarrita
Che sospirando dicea nel pensero:
Ben converrà che la mia donna mora.—
Io presi tanto smarrimento allora
Ch’io chiusi li occhi vilmente gravati,
E furon sì smagati
Li spirti miei, che ciascun giva errando;
E poscia imaginando,
Di caunoscenza e di verità fora,
Visi di donne m’apparver crucciati,
Che mi dicean pur: - Morra’ti, morra’ti.-

Poi vidi cose dubitose molte
Nel vano imaginare ov’io entrai;
Ed esser mi parea non so in qual loco,
E veder donne andar per via disciolte,
Qual lagrimando, e qual traendo guai
Che di tristizia saettavan foco.
Poi mi parve vedere a poco a poco
Turbar lo sole e apparir la stella,
E pianger elli ed ella;
Cader li augelli volando per l’are,
E la terra tremare;
Ed omo apparve scolorito e fioco,
Dicendomi: -Che fai? non sai novella?
Morta è la donna tua, ch’era sì bella.-

Levava li occhi miei bagnati in pianti,
E vedea, che parean pioggia di manna,
Li angeli che tornavan suso in cielo,
E una nuvoletta avean davanti,
Dopo la qual gridavan tutti: Osanna;
E s’ altro avesser detto, a voi dire’lo.
Allor diceva Amor: -Più nol ti celo;
Vieni a veder nostra donna che giace.-
Lo imaginar fallace
Mi condusse a veder madonna morta;
E quand’io l’avea scorta,
Vedea che donne la covrian d’un velo;
Ed avea seco umilità verace,
Che parea che dicesse: -Io sono in pace-

Io divenia nel dolor sì umile,
Veggendo in lei tanta umiltà formata,
Ch’io dicea: -Morte, assai dolce ti tegno;
Tu dèi omai esser cosa gentile,
Poi che tu se’ ne la mia donna stata,
E dèi aver pietate e non disdegno.
Vedi che sì desideroso vegno
D’esser de’ tuoi, ch’io ti somiglio in fede.
Vieni, chè ‘l cor te chiede.-
Poi mi partia, consumato ogne duolo;
E quand’io era solo,
Dicea, guardando verso l’alto regno:
-Beato, anima bella, chi te vede-
Voi mi chiamaste allor, vostra merzede”.


Io mi senti’ svegliar
dentro a lo core


Io mi senti’ svegliar dentro a lo core
Un spirito amoroso che dormia:
E poi vidi venir da lungi Amore
Allegro sì, che appena il conoscia,

Dicendo: 'Or pensa pur di farmi onore';
E ’n ciascuna parola sua ridia.
E poco stando meco il mio segnore,
Guardando in quella parte onde venia,

Io vidi monna Vanna e monna Bice
Venire inver lo loco là ‘v’io era,
L’una appresso de l’altra maraviglia;

E sì come la mente mi ridice,
Amor mi disse: 'Quell’è Primavera,
E quell’ha nome Amor, sì mi somiglia'.

Gli storici hanno identificato Beatrice con la nobildonna fiorentina
Bice Portinari, che morì nel 1290 neanche ventenne.


Tanto gentile
e tanto onesta pare


Tanto gentile e tanto onesta pare
La donna mia quand’ella altrui saluta,
Ch’ogne lingua deven tremando muta,
E li occhi no l’ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,
Benignamente d’umiltà vestuta;
E par che sia una cosa venuta
Da cielo in terra a miracolo mostrare

Mostrasi sì piacente a chi la mira,
Che dà per li occhi una dolcezza al core,
Che ‘ntender no la può chi no la prova;

E par che de la sua labbia si mova
Un spirito soave pien d’amore,
Che va dicendo a l’anima: 'Sospira'.


Vede perfettamente
onne salute


Vede perfettamente onne salute
Chi la mia donna tra le donne vede;
Quelle che vanno con lei son tenute
Di bella grazia a Dio render merzede.

E sua bieltate è di tanta vertute
Che nulla invidia a l’altre ne procede,
Anzi le face andar seco vestute
Di gentilezza, d’amore e di fede.

La vista sua fa onne cosa umile;
E non fa sola sé parer piacente,
Ma ciascuna per lei riceve onore.

Ed è ne li atti suoi tanto gentile,
Che nessun la si può recare a mente,
Che non sospiri in dolcezza d’amore.


Sì lungiamente
m’ha tenuto Amore


Sì lungiamente m’ha tenuto Amore
E costumato a la sua segnoria,
Che sì com’elli m’era forte in pria,
Così mi sta soave ora nel core.

Però quando mi tolle sì ‘l valore
Che li spiriti par che fuggan via,
Allor sente la frale anima mia
Tanta dolcezza che ‘l viso ne smore,

Poi prende Amore in me tanta vertute
Che fa li miei spiriti gir parlando,
Ed escon for chiamando

La donna mia, per darmi più salute.
Questo m’avvene ovunque ella mi vede,
E sì è cosa umil, che nol si crede.


Li occhi dolenti
per pietà del core


Li occhi dolenti per pietà del core
Hanno di lagrimar sofferta pena,
Sì che per vinti son remasi omai.
Ora, s’i’ voglio sfogar lo dolore
Che a poco a poco a la morte mi mena,
Convenemi parlar traendo guai.
E perché me ricorda ch’ io parlai
De la mia donna, mentre che vivia,
Donne gentili, volentier con vui,
Non voi parlare altrui,
Se non a cor gentil che in donna sia;
E dicerò di lei piangendo, pui
Che si n’è gita in ciel subitamente,
E ha lasciato Amor meco dolente.

Ita n’è Beatrice in l’alto cielo,
Nel reame ove li angeli hanno pace,
E sta con loro, e voi, donne, ha lassate:
No la ci tolse qualità di gelo
Né di calore, come l’altre face,
Ma solo fue sua gran benignitate;
Ché luce de la sua umilitate
Passò li cieli con tanta vertute,
Che fe’ maravigliar l’etterno sire,
Sì che dolce disire
Lo giunse di chiamar tanta salute;
E fella di qua giù a sé venire,
Perché vedea ch’esta vita noiosa
Non era degna di sì gentil cosa.

Partissi de la sua bella persona
Piena di grazia l’anima gentile,
Ed èssi gloriosa in loco degno.
Chi no la piange quando ne ragiona,
Core ha di pietra sì malvagio e vile
Ch’entrar no i puote spirito benegno.
Non è di cor villan sì alto ingegno,
Che possa imaginar di lei alquanto,
E però no li ven di pianger doglia:
Ma ven tristizia e voglia
Di sospirare e di morir di pianto,
E d’onne consolar l’anima spoglia
Chi vede nel pensero alcuna volta
Quale ella fue, e com’ella n’è tolta.
Dannomi angoscia li sospiri forte,
Quando ‘l pensero ne la mente grave
Mi reca quella che m’ha ‘l cor diviso:
E spesse fiate pensando a la morte,
Venemene un disio tanto soave
Che mi tramuta lo color nel viso.
E quando ‘l maginar mi ven ben fiso,
Giugnemi tanta pena d’ogne parte,
Ch’io mi riscuoto per dolor ch’i’ sento;
E sì fatto divento
Che da le genti vergogna mi parte.
Poscia piangendo, sol nel mio lamento
Chiamo Beatrice, e dico: 'Or se’ tu morta?';
mentre ch’io la chiamo, me conforta.
Pianger di doglia e sospirar d’angoscia
Mi strugge ‘I core ovunque sol mi trovo,
Sì che ne ‘ncrescerebbe a chi m’audesse:
E quale è stata la mia vita, poscia
Che la mia donna andò nel secol novo,
Lingua non è che dicer lo sapesse:
Però, donne mie, pur ch’io volesse,
Non vi saprei io dir ben quel ch’io sono,
Sì mi fa travagliar l’acerba vita;
La quale è sì ‘nvilita
Che ogn’om par che mi dica: 'Io t’abbandono',
Veggendo la mia labbia tramortita.
Ma qual ch’io sia, la mia donna il si vede,
E io ne spero ancor da lei merzede.
Pietosa mia canzone, or va piangendo;
E ritruova le donne e le donzelle
A cui le tue sorelle
Erano usate di portar letizia;
E tu, che se’ figliuola di tristizia,
Vatten disconsolata a star con elle.


Venite a intender
li sospiri miei


Venite a intender li sospiri miei,
Oi cor gentili, chè pietà ‘l disia,
Li quai disconsolati vanno via,
E s’e’ non fosser, di dolor morrei;

Però che gli occhi mi sarebber rei,
Molte fiate più ch’io non vorria,
Lasso! di pianger sì la donna mia
Che sfogasser lo cor, piangendo lei.

Voi udirete lor chiamar sovente
La mia donna gentil, che si n’è gita
Al secol degno de la sua vertute;

E dispregiar talora questa vita
In persona de l’anima dolente
Abbandonata de la sua salute.


Quantunque volte,
lasso! mi rimembra


Quantunque volte, lasso! mi rimembra
Ch’io non debbo già mai
Veder la donna ond’io vo sì dolente,
Tanto dolore intorno ‘l cor m’assembra
La dolorosa mente,
Ch’io dico: “Anima mia, ché non ten vai?
Ché li tormenti che tu porterai
Nel secol, che t’è già tanto noioso,
Mi fan pensoso di paura forte ”.
Ond’io chiamo la Morte
Come soave e dolce mio riposo,
E dico: “Vieni a me” con tanto amore,
Che sono astioso di chiunque more.

E’ si raccoglie ne li miei sospiri
Un sono di pietate,
Che va chiamando Morte tuttavia:
A lei si volser tutti i miei disiri,
Quando la donna mia
Fu giunta da la sua crudelitate;
Perchè ‘l piacere de la sua bieltate,
Partendo sé da la nostra veduta,
Divenne spirital bellezza grande,
Che per lo cielo spande
Luce d’amor, che li angeli saluta,
E lo intelletto loro alto, sottile
Face maravigliar, sì v’è gentile.


Videro li occhi miei
quanta pietate


Videro li occhi miei quanta pietate
Era apparita in la vostra figura,
Quando guardaste li atti e la statura
Ch’io faccio per dolor molte fiate.

Allor m’accorsi che voi pensavate
La qualità de la mia vita oscura,
Sì che mi giunse ne lo cor paura
Di dimostrar con li occhi mia viltate.

E tolsimi dinanzi a voi, sentendo
Che si movean le lagrime dal core,
Ch’era sommosso da la vostra vista.

Io dicea poscia ne l’anima trista:
'Ben è con quella donna quello Amore
Lo qual mi face andar così piangendo'.


Color d’amore
e di pietà sembianti


Color d’amore e di pietà sembianti
Non preser mai così mirabilmente
Viso di donna, per veder sovente
Occhi gentili o dolorosi pianti,

Come lo vostro, qualora davanti
Vedetevi la mia labbia dolente;
Sì che per voi mi ven cosa a la mente,
Ch’io temo forte non lo cor si schianti.

Eo non posso tener li occhi distrutti
Che non reguardin voi spesse fiate,
Per desiderio di pianger ch’elli hanno:

E voi crescete sì lor volontate,
Che de la voglia si consuman tutti;
Ma lagrimar dinanzi a voi non sanno.


L’amaro lagrimar
che voi faceste


“L’amaro lagrimar che voi faceste,
Oi occhi miei, così lunga stagione,
Facea lagrimar l’altre persone
De la pietate, come voi vedeste.

Ora mi par che voi l’obliereste,
S’io fosse dal mio lato sì fellone
Ch’i’ non ven disturbasse ogne cagione,
Membrandovi colei cui voi piangeste.

La vostra vanità mi fa pensare,
E spaventami sì, ch’io temo forte
Del viso d’una donna che vi mira.

Voi non dovreste mai, se non per morte,
La vostra donna, ch’è morta, obliare”.
Così dice ‘l meo core, e poi sospira.


Gentil pensero
che parla di vui


Gentil pensero che parla di vui
Sen vene a dimorar meco sovente,
E ragiona d’amor sì dolcemente
Che face consentir lo core in lui.

L’anima dice al cor: 'Chi è costui
Che vene a consolar la nostra mente,
Ed è la sua vertù tanto possente
Ch’altro penser non lascia star con nui?'
Ei le risponde: 'Oi anima pensosa,
Questi è uno spiritel novo d’amore,
Che reca innanzi me li suoi desiri;

E la sua vita, e tutto ‘l suo valore,
Mosse de li occhi di quella pietosa
Che si turbava de’ nostri martiri'.


Lasso! per forza
di molti sospiri


Lasso! per forza di molti sospiri,
Che nascon de’ penser che son nel core,
occhi son vinti, e non hanno valore
Di riguardar persona che li miri;

E fatti son che paion due disiri
Di lagrimare e di mostrar dolore,
E spesse volte piangon sì, ch’Amore
Li ‘ncerchia di corona di martiri.

Questi penseri, e li sospir ch’eo gitto,
iventan ne lo cor sì angosciosi
Ch’Amor vi tramortisce, sì lien dole;

Però ch’elli hanno in lor, li dolorosi,
Quel dolce nome di madonna scritto,
E de la morte sua molte parole.


Deh peregrini
che pensosi andate


Deh peregrini che pensosi andate
Forse di cosa che non v’è presente,
Venite voi da sì lontana gente,
Com’a la vista voi ne dimostrate,

Che non piangete quando voi passate
Per lo suo mezzo la città dolente,
Come quelle persone che neente
Par che ‘ntendesser la sua gravitate?

Se voi restate per volerlo audire,
Certo lo cor de’ sospiri mi dice
Che lagrimando n’uscirete pui.

Ell’ha perduta la sua Beatrice;
E le parole ch’om di lei pò dire
Hanno vertù di far piangere altrui.


Oltre la spera
che più larga gira


Oltre la spera che più larga gira
Passa ‘l sospiro ch’esce del mio core;
Intelligenza nova, che l’Amore
Piangendo mette in lui, pur su lo tira.

Quand’elli è giunto là dove disira,
Vede una donna, che riceve onore
E luce sì, che per lo suo splendore
Lo peregrino spirito la mira.

Vedela tal, che quando ‘l mi ridice
Io no lo intendo, sì parla sottile
Al cor dolente che lo fa parlare.

So io che parla di quella gentile,
Però che spesso ricorda Beatrice,
Sì ch’io lo ‘ntendo ben, donne mie care.



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