D'Annunzio
LE MANI


CONSOLAZIONE


UN SOGNO


LA BOCCUCIA


LA PIOGGIA NEL PINETO

  LE MANI


Le mani de le donne che incontrammo
una volta, e nel sogno, e ne la vita:
oh quelle mani, Anima, quelle dita
che stringemmo una volta, che sfiorammo
con le labbra, e nel sogno, e ne la vita!

Fredde talune, fredde come cose
morte, di gelo (tutto era perduto);
o tepide, e parean come un velluto
che vivesse, parean come le rose:
- rose di qual giardino sconosciuto?

Ci lasciaron talune una fragranza
cosí tenace che per una intera
notte avemmo nel cuor la primavera;
e tanto auliva la solinga stanza
che foresta d'april non piú dolce era.

Da altre, cui forse ardeva il fuoco estremo
d'uno spirto (ove sei, piccola mano,
intangibile omai, che troppo piano
strinsi?), venne il rammarico supremo:
- Tu che m'avresti amato, e non in vano!

Da altre venne il desío, quel violento
fulmineo desío che ci percote
come una sferza; e imaginammo ignote
lussurie in un'alcova, un morir lento:
- per quella bocca aver le vene vuote!

Altre (o le stesse?) furono omicide:
meravigliose nel tramar l'inganno.
Tutti gli odor d'Arabia non potranno
addolcirle. - Bellissime ed infide,
quanti per voi baciare periranno!

Altre (o le stesse?), mani alabastrine
ma piú possenti di qualunque spira,
ci diedero un furor geloso, un'ira
folle; e pensammo di mozzarle al fine.
(Nel sogno sta la mutilata, e attira.

Nel sogno immobilmente eretta vive
l'atroce donna da le mani mozze.
E innanzi a lei rosseggiano due pozze
di sangue, e le mani entro ancora vive
sonvi, neppure d'una stilla sozze.)

Ma ben, pari a le mani di Maria,
altre furono come le ostie sante.
Brillò su l'anulare il diamante
ne' gesti gravi de la liturgia?
E non mai tra' capelli d'un amante.

Altre, quasi virili, che stringemmo
forte e a lungo, da noi ogni paura
fugarono, ogni passione oscura;
e anelammo a la Gloria, e in noi vedemmo
illuminarsi l'opera futura.

Altre ancora ci diedero un profondo
brivido, quello che non ha l'uguale.
Noi sentimmo, cosí, che ne la frale
palma chiuder potevano esse un mondo
immenso, e tutto il Bene e tutto il Male:

Anima, e tutto il Bene e tutto il Male.




  CONSOLAZIONE

 
Non pianger più. Torna il diletto figlio 
a la tua casa. È stanco di mentire.
Vieni; usciamo. Tempo è di rifiorire.
Troppo sei bianca: il volto ò quasi un giglio.

Vieni; usciamo. Il giardino abbandonato
serba ancóra per noi qualche sentiero.
Ti dirò come sia dolce il mistero 
che vela certe cose del passato.

Ancóra qualche rosa è ne' rosai,
ancóra qualche timida erba odora.
Ne l'abbandono il caro luogo ancóra 
sorriderà, se tu sorriderai.

Ti dirò come sia dolce il sorriso
di certe cose che l'oblìo afflisse.
Che proveresti tu se ti fiorisse 
la terra sotto i piedi, all'improvviso?

Tanto accadrà, ben che non sia d'aprile. 
Usciamo. Non coprirti il capo. È un lento
sol di settembre, e ancor non vedo argento
su 'l tuo capo, e la riga è ancor sottile.

Perché ti neghi con lo sguardo stanco?
La madre fa quel che il buon figlio vuole.
Bisogna che tu prenda un po' di sole,
un po' di sole su quel viso bianco.
 
Bisogna che tu sia forte; bisogna 
che tu non pensi a le cattive cose...
Se noi andiamo verso quelle rose,
io parlo piano, l'anima tua sogna. 

Sogna, sogna, mia cara anima! Tutto,
tutto sarà come al tempo lontano.
Io metterò ne la tua pura mano 
tutto il mio cuore. Nulla è ancor distrutto. 

Sogna, sogna! Io vivrò de la tua vita.
In una vita semplice e profonda 
io rivivrò. La lieve ostia che monda 
io la riceverò da le tue dita. 

Sogna, ché il tempo di sognare è giunto.
Io parlo. Di': l'anima tua m'intende?
Vedi? Ne l'aria fluttua e s'accende 
quasi il fantasma d'un april defunto.
 
Settembre (di': l'anima tua m'ascolta?)
ha ne l'odore suo, nel suo pallore,
non so, quasi l'odore ed il pallore 
di qualche primavera dissepolta. 
 
Sogniamo, poi ch'è tempo di sognare. 
Sorridiamo. E la nostra primavera,
questa. A casa, più tardi, verso sera,
vo' riaprire il cembalo e sonare.

Quanto ha dormito, il cembalo! Mancava,
allora, qualche corda; qualche corda 
ancóra manca. E l'ebano ricorda
le lunghe dita ceree de l'ava.
 
Mentre che fra le tende scolorate 
vagherà qualche odore delicato,
(m'odi tu?) qualche cosa come un fiato 
debole di viole un po' passate,

sonerò qualche vecchia aria di danza,
assai vecchia, assai nobile, anche un poco 
triste; e il suon sarà velato, fioco,
quasi venisse da quell'altra stanza.
 
Poi per te sola io vo' comporre un canto 
che ti raccolga come in una cuna,
sopra un antico metro, ma con una 
grazia che sia vaga e negletta alquanto.
 
Tutto sarà come al tempo lontano. 
L'anima sarà semplice com'era;
e a te verrà, quando vorrai, leggera 
come vien l'acqua al cavo de la mano.




  UN SOGNO


Io non odo i miei passi nel viale muto
Per ove il Sogno mi conduce
È l'ora del silenzio e della luce.
Un velario di perle è il cielo, equale.
Attingono i cipressi con le oscure punte quel cielo:
Immoti, senza pianto; ma sono tristi,
Ma non sono tanto tristi i cipressi
De la sepolture.
Il paese d'intorno è sconosciuto, quasi informe,
Abitato da un mistero antichissimo,
Dove il mio pensiero si perde
Andando pel viale muto.
Io non odo i miei passi,
Io sono come un'ombra;
Il mio dolore è come un'ombra;
È tutta la mia vita come un'ombra vaga,
Incerta, indistinta, senza nome.




  LA BOCCUCIA


Sei come un piccolo fiore 
tu tieni una boccuccia 
un poco, davvero un poco 
appassionata 

Suvvia, dammelo, dammelo 
è come una piccola rosa 
dammelo un bacino 
dammelo, Cannetella! 

Dammelo e pigliatelo 
un bacio piccolino 
come questa tua boccuccia 

che somiglia ad un piccola rosa 
un po', davvero un poco 
appassionata.




  LA PIOGGIA NEL PINETO


Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode voce del mare.
Or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sìche par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alvèoli
con come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.
Musica di Yann Tiersen - "Comptine d'une autre été"


La pioggia nel pineto è un poema composta fra luglio e agosto 1902 dal poeta Gabriele D'Annunzio in una villetta in Toscana. Quest'opera appartiene all'Alcyone, una raccolta di poesie del D'Annunzio scritte tra il 1902 e il 1912.

Gabriele d'Annunzio
Pseud. Gaetano Rapagnetta

(°Pescara, 12 marzo 1863, †Gardone Riviera, 1 marzo 1938)
Scrittore, militare e politico italiano.





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