Dante Aleghieri
Inferno

Dante Aleghieri
Purgatorio



Dante Aleghieri
Vita Nuova

Dante Aleghieri
In het Nederlands

Dante Alighieri
Alessandro Botticelli. Portrait of Dante  
Tempera on canvas (ca.1495) 
Private collection - Geneva, Switzerland

Nasce nel 1265 da una famiglia guelfa di Firenze,
di piccola nobiltà.
Lo scrittore muore a Ravenna nel 1321.

La Divina Commedia

Il Paradiso

Canto 1    Canto 12    Canto 23

Canto 2    Canto 13    Canto 24

Canto 3    Canto 14    Canto 25

Canto 4    Canto 15    Canto 26

Canto 5    Canto 16    Canto 27

Canto 6    Canto 17    Canto 28

Canto 7    Canto 18    Canto 29

Canto 8    Canto 19    Canto 30

Canto 9    Canto 20    Canto 31

Canto 10   Canto 21   Canto 32

Canto 11   Canto 22   Canto 33


Canto I


La gloria di colui che tutto move 
per l'universo penetra, e risplende 
in una parte più e meno altrove.

Nel ciel che più de la sua luce prende 
fu' io, e vidi cose che ridire 
né sa né può chi di là sù discende;

perché appressando sé al suo disire, 
nostro intelletto si profonda tanto, 
che dietro la memoria non può ire.

Veramente quant' io del regno santo 
ne la mia mente potei far tesoro, 
sarà ora materia del mio canto.

O buono Appollo, a l'ultimo lavoro 
fammi del tuo valor sì fatto vaso, 
come dimandi a dar l'amato alloro.

Infino a qui l'un giogo di Parnaso 
assai mi fu; ma or con amendue 
m'è uopo intrar ne l'aringo rimaso.

Entra nel petto mio, e spira tue 
sì come quando Marsïa traesti 
de la vagina de le membra sue.

O divina virtù, se mi ti presti 
tanto che l'ombra del beato regno 
segnata nel mio capo io manifesti,

vedra'mi al piè del tuo diletto legno 
venire, e coronarmi de le foglie 
che la materia e tu mi farai degno.

Sì rade volte, padre, se ne coglie 
per trïunfare o cesare o poeta, 
colpa e vergogna de l'umane voglie,

che parturir letizia in su la lieta 
delfica deïtà dovria la fronda 
peneia, quando alcun di sé asseta.

Poca favilla gran fiamma seconda: 
forse di retro a me con miglior voci 
si pregherà perché Cirra risponda.

Surge ai mortali per diverse foci 
la lucerna del mondo; ma da quella 
che quattro cerchi giugne con tre croci,

con miglior corso e con migliore stella 
esce congiunta, e la mondana cera 
più a suo modo tempera e suggella.

Fatto avea di là mane e di qua sera 
tal foce, e quasi tutto era là bianco 
quello emisperio, e l'altra parte nera,

quando Beatrice in sul sinistro fianco 
vidi rivolta e riguardar nel sole: 
aguglia sì non li s'affisse unquanco.

E sì come secondo raggio suole 
uscir del primo e risalire in suso, 
pur come pelegrin che tornar vuole,

così de l'atto suo, per li occhi infuso 
ne l'imagine mia, il mio si fece, 
e fissi li occhi al sole oltre nostr' uso.

Molto è licito là, che qui non lece 
a le nostre virtù, mercé del loco 
fatto per proprio de l'umana spece.

Io nol soffersi molto, né sì poco, 
ch'io nol vedessi sfavillar dintorno, 
com' ferro che bogliente esce del foco;

e di sùbito parve giorno a giorno 
essere aggiunto, come quei che puote 
avesse il ciel d'un altro sole addorno.

Beatrice tutta ne l'etterne rote 
fissa con li occhi stava; e io in lei 
le luci fissi, di là sù rimote.

Nel suo aspetto tal dentro mi fei, 
qual si fé Glauco nel gustar de l'erba 
che 'l fé consorto in mar de li altri dèi.

Trasumanar significar per verba 
non si poria; però l'essemplo basti 
a cui esperïenza grazia serba.

S'i' era sol di me quel che creasti 
novellamente, amor che 'l ciel governi, 
tu 'l sai, che col tuo lume mi levasti.

Quando la rota che tu sempiterni 
desiderato, a sé mi fece atteso 
con l'armonia che temperi e discerni,

parvemi tanto allor del cielo acceso 
de la fiamma del sol, che pioggia o fiume 
lago non fece alcun tanto disteso.

La novità del suono e 'l grande lume 
di lor cagion m'accesero un disio 
mai non sentito di cotanto acume.

Ond' ella, che vedea me sì com' io, 
a quïetarmi l'animo commosso, 
pria ch'io a dimandar, la bocca aprio

e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso 
col falso imaginar, sì che non vedi 
ciò che vedresti se l'avessi scosso.

Tu non se' in terra, sì come tu credi; 
ma folgore, fuggendo il proprio sito, 
non corse come tu ch'ad esso riedi».

S'io fui del primo dubbio disvestito 
per le sorrise parolette brevi, 
dentro ad un nuovo più fu' inretito

e dissi: «Già contento requïevi 
di grande ammirazion; ma ora ammiro 
com' io trascenda questi corpi levi».

Ond' ella, appresso d'un pïo sospiro, 
li occhi drizzò ver' me con quel sembiante 
che madre fa sovra figlio deliro,

e cominciò: «Le cose tutte quante 
hanno ordine tra loro, e questo è forma 
che l'universo a Dio fa simigliante.

Qui veggion l'alte creature l'orma 
de l'etterno valore, il qual è fine 
al quale è fatta la toccata norma.

Ne l'ordine ch'io dico sono accline 
tutte nature, per diverse sorti, 
più al principio loro e men vicine;

onde si muovono a diversi porti 
per lo gran mar de l'essere, e ciascuna 
con istinto a lei dato che la porti.

Questi ne porta il foco inver' la luna; 
questi ne' cor mortali è permotore; 
questi la terra in sé stringe e aduna;

né pur le creature che son fore 
d'intelligenza quest' arco saetta, 
ma quelle c'hanno intelletto e amore.

La provedenza, che cotanto assetta, 
del suo lume fa 'l ciel sempre quïeto 
nel qual si volge quel c'ha maggior fretta;

e ora lì, come a sito decreto, 
cen porta la virtù di quella corda 
che ciò che scocca drizza in segno lieto.

Vero è che, come forma non s'accorda 
molte fïate a l'intenzion de l'arte, 
perch' a risponder la materia è sorda,

così da questo corso si diparte 
talor la creatura, c'ha podere 
di piegar, così pinta, in altra parte;

e sì come veder si può cadere 
foco di nube, sì l'impeto primo 
l'atterra torto da falso piacere.

Non dei più ammirar, se bene stimo, 
lo tuo salir, se non come d'un rivo 
se d'alto monte scende giuso ad imo.

Maraviglia sarebbe in te se, privo 
d'impedimento, giù ti fossi assiso, 
com' a terra quïete in foco vivo».

Quinci rivolse inver' lo cielo il viso.


Canto II


O voi che siete in piccioletta barca, 
desiderosi d'ascoltar, seguiti 
dietro al mio legno che cantando varca,

tornate a riveder li vostri liti: 
non vi mettete in pelago, ché forse, 
perdendo me, rimarreste smarriti.

L'acqua ch'io prendo già mai non si corse; 
Minerva spira, e conducemi Appollo, 
e nove Muse mi dimostran l'Orse.

Voialtri pochi che drizzaste il collo 
per tempo al pan de li angeli, del quale 
vivesi qui ma non sen vien satollo,

metter potete ben per l'alto sale 
vostro navigio, servando mio solco 
dinanzi a l'acqua che ritorna equale.

Que' glorïosi che passaro al Colco 
non s'ammiraron come voi farete, 
quando Iasón vider fatto bifolco.

La concreata e perpetüa sete 
del deïforme regno cen portava 
veloci quasi come 'l ciel vedete.

Beatrice in suso, e io in lei guardava; 
e forse in tanto in quanto un quadrel posa 
e vola e da la noce si dischiava,

giunto mi vidi ove mirabil cosa 
mi torse il viso a sé; e però quella 
cui non potea mia cura essere ascosa,

volta ver' me, sì lieta come bella, 
«Drizza la mente in Dio grata», mi disse, 
«che n'ha congiunti con la prima stella».

Parev' a me che nube ne coprisse 
lucida, spessa, solida e pulita, 
quasi adamante che lo sol ferisse.

Per entro sé l'etterna margarita 
ne ricevette, com' acqua recepe 
raggio di luce permanendo unita.

S'io era corpo, e qui non si concepe 
com' una dimensione altra patio, 
ch'esser convien se corpo in corpo repe,

accender ne dovria più il disio 
di veder quella essenza in che si vede 
come nostra natura e Dio s'unio.

Lì si vedrà ciò che tenem per fede, 
non dimostrato, ma fia per sé noto 
a guisa del ver primo che l'uom crede.

Io rispuosi: «Madonna, sì devoto 
com' esser posso più, ringrazio lui 
lo qual dal mortal mondo m'ha remoto.

Ma ditemi: che son li segni bui 
di questo corpo, che là giuso in terra 
fan di Cain favoleggiare altrui?».

Ella sorrise alquanto, e poi «S'elli erra 
l'oppinïon», mi disse, «d'i mortali 
dove chiave di senso non diserra,

certo non ti dovrien punger li strali 
d'ammirazione omai, poi dietro ai sensi 
vedi che la ragione ha corte l'ali.

Ma dimmi quel che tu da te ne pensi». 
E io: «Ciò che n'appar qua sù diverso 
credo che fanno i corpi rari e densi».

Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso 
nel falso il creder tuo, se bene ascolti 
l'argomentar ch'io li farò avverso.

La spera ottava vi dimostra molti 
lumi, li quali e nel quale e nel quanto 
notar si posson di diversi volti.

Se raro e denso ciò facesser tanto, 
una sola virtù sarebbe in tutti, 
più e men distributa e altrettanto.

Virtù diverse esser convegnon frutti 
di princìpi formali, e quei, for ch'uno, 
seguiterieno a tua ragion distrutti.

Ancor, se raro fosse di quel bruno 
cagion che tu dimandi, o d'oltre in parte 
fora di sua materia sì digiuno

esto pianeto, o, sì come comparte 
lo grasso e 'l magro un corpo, così questo 
nel suo volume cangerebbe carte.

Se 'l primo fosse, fora manifesto 
ne l'eclissi del sol, per trasparere 
lo lume come in altro raro ingesto.

Questo non è: però è da vedere 
de l'altro; e s'elli avvien ch'io l'altro cassi, 
falsificato fia lo tuo parere.

S'elli è che questo raro non trapassi, 
esser conviene un termine da onde 
lo suo contrario più passar non lassi;

e indi l'altrui raggio si rifonde 
così come color torna per vetro 
lo qual di retro a sé piombo nasconde.

Or dirai tu ch'el si dimostra tetro 
ivi lo raggio più che in altre parti, 
per esser lì refratto più a retro.

Da questa instanza può deliberarti 
esperïenza, se già mai la provi, 
ch'esser suol fonte ai rivi di vostr' arti.

Tre specchi prenderai; e i due rimovi 
da te d'un modo, e l'altro, più rimosso, 
tr'ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.

Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso 
ti stea un lume che i tre specchi accenda 
e torni a te da tutti ripercosso.

Ben che nel quanto tanto non si stenda 
la vista più lontana, lì vedrai 
come convien ch'igualmente risplenda.

Or, come ai colpi de li caldi rai 
de la neve riman nudo il suggetto 
e dal colore e dal freddo primai,

così rimaso te ne l'intelletto 
voglio informar di luce sì vivace, 
che ti tremolerà nel suo aspetto.

Dentro dal ciel de la divina pace 
si gira un corpo ne la cui virtute 
l'esser di tutto suo contento giace.

Lo ciel seguente, c'ha tante vedute, 
quell' esser parte per diverse essenze, 
da lui distratte e da lui contenute.

Li altri giron per varie differenze 
le distinzion che dentro da sé hanno 
dispongono a lor fini e lor semenze.

Questi organi del mondo così vanno, 
come tu vedi omai, di grado in grado, 
che di sù prendono e di sotto fanno.

Riguarda bene omai sì com' io vado 
per questo loco al vero che disiri, 
sì che poi sappi sol tener lo guado.

Lo moto e la virtù d'i santi giri, 
come dal fabbro l'arte del martello, 
da' beati motor convien che spiri;

e 'l ciel cui tanti lumi fanno bello, 
de la mente profonda che lui volve 
prende l'image e fassene suggello.

E come l'alma dentro a vostra polve 
per differenti membra e conformate 
a diverse potenze si risolve,

così l'intelligenza sua bontate 
multiplicata per le stelle spiega, 
girando sé sovra sua unitate.

Virtù diversa fa diversa lega 
col prezïoso corpo ch'ella avviva, 
nel qual, sì come vita in voi, si lega.

Per la natura lieta onde deriva, 
la virtù mista per lo corpo luce 
come letizia per pupilla viva.

Da essa vien ciò che da luce a luce 
par differente, non da denso e raro; 
essa è formal principio che produce,

conforme a sua bontà, lo turbo e 'l chiaro».


Canto III


Quel sol che pria d'amor mi scaldò 'l petto, 
di bella verità m'avea scoverto, 
provando e riprovando, il dolce aspetto;

e io, per confessar corretto e certo 
me stesso, tanto quanto si convenne 
leva' il capo a proferer più erto;

ma visïone apparve che ritenne 
a sé me tanto stretto, per vedersi, 
che di mia confession non mi sovvenne.

Quali per vetri trasparenti e tersi, 
o ver per acque nitide e tranquille, 
non sì profonde che i fondi sien persi,

tornan d'i nostri visi le postille 
debili sì, che perla in bianca fronte 
non vien men forte a le nostre pupille;

tali vid' io più facce a parlar pronte; 
per ch'io dentro a l'error contrario corsi 
a quel ch'accese amor tra l'omo e 'l fonte.

Sùbito sì com' io di lor m'accorsi, 
quelle stimando specchiati sembianti, 
per veder di cui fosser, li occhi torsi;

e nulla vidi, e ritorsili avanti 
dritti nel lume de la dolce guida, 
che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.

«Non ti maravigliar perch' io sorrida», 
mi disse, «appresso il tuo püeril coto, 
poi sopra 'l vero ancor lo piè non fida,

ma te rivolve, come suole, a vòto: 
vere sustanze son ciò che tu vedi, 
qui rilegate per manco di voto.

Però parla con esse e odi e credi; 
ché la verace luce che le appaga 
da sé non lascia lor torcer li piedi».

E io a l'ombra che parea più vaga 
di ragionar, drizza'mi, e cominciai, 
quasi com' uom cui troppa voglia smaga:

«O ben creato spirito, che a' rai 
di vita etterna la dolcezza senti 
che, non gustata, non s'intende mai,

grazïoso mi fia se mi contenti 
del nome tuo e de la vostra sorte». 
Ond' ella, pronta e con occhi ridenti:

«La nostra carità non serra porte 
a giusta voglia, se non come quella 
che vuol simile a sé tutta sua corte.

I' fui nel mondo vergine sorella; 
e se la mente tua ben sé riguarda, 
non mi ti celerà l'esser più bella,

ma riconoscerai ch'i' son Piccarda, 
che, posta qui con questi altri beati, 
beata sono in la spera più tarda.

Li nostri affetti, che solo infiammati 
son nel piacer de lo Spirito Santo, 
letizian del suo ordine formati.

E questa sorte che par giù cotanto, 
però n'è data, perché fuor negletti 
li nostri voti, e vòti in alcun canto».

Ond' io a lei: «Ne' mirabili aspetti 
vostri risplende non so che divino 
che vi trasmuta da' primi concetti:

però non fui a rimembrar festino; 
ma or m'aiuta ciò che tu mi dici, 
sì che raffigurar m'è più latino.

Ma dimmi: voi che siete qui felici, 
disiderate voi più alto loco 
per più vedere e per più farvi amici?».

Con quelle altr' ombre pria sorrise un poco; 
da indi mi rispuose tanto lieta, 
ch'arder parea d'amor nel primo foco:

«Frate, la nostra volontà quïeta 
virtù di carità, che fa volerne 
sol quel ch'avemo, e d'altro non ci asseta.

Se disïassimo esser più superne, 
foran discordi li nostri disiri 
dal voler di colui che qui ne cerne;

che vedrai non capere in questi giri, 
s'essere in carità è qui necesse, 
e se la sua natura ben rimiri.

Anzi è formale ad esto beato esse 
tenersi dentro a la divina voglia, 
per ch'una fansi nostre voglie stesse;

sì che, come noi sem di soglia in soglia 
per questo regno, a tutto il regno piace 
com' a lo re che 'n suo voler ne 'nvoglia.

E 'n la sua volontade è nostra pace: 
ell' è quel mare al qual tutto si move 
ciò ch'ella crïa o che natura face».

Chiaro mi fu allor come ogne dove 
in cielo è paradiso, etsi la grazia 
del sommo ben d'un modo non vi piove.

Ma sì com' elli avvien, s'un cibo sazia 
e d'un altro rimane ancor la gola, 
che quel si chere e di quel si ringrazia,

così fec' io con atto e con parola, 
per apprender da lei qual fu la tela 
onde non trasse infino a co la spuola.

«Perfetta vita e alto merto inciela 
donna più sù», mi disse, «a la cui norma 
nel vostro mondo giù si veste e vela,

perché fino al morir si vegghi e dorma 
con quello sposo ch'ogne voto accetta 
che caritate a suo piacer conforma.

Dal mondo, per seguirla, giovinetta 
fuggi'mi, e nel suo abito mi chiusi 
e promisi la via de la sua setta.

Uomini poi, a mal più ch'a bene usi, 
fuor mi rapiron de la dolce chiostra: 
Iddio si sa qual poi mia vita fusi.

E quest' altro splendor che ti si mostra 
da la mia destra parte e che s'accende 
di tutto il lume de la spera nostra,

ciò ch'io dico di me, di sé intende; 
sorella fu, e così le fu tolta 
di capo l'ombra de le sacre bende.

Ma poi che pur al mondo fu rivolta 
contra suo grado e contra buona usanza, 
non fu dal vel del cor già mai disciolta.

Quest' è la luce de la gran Costanza 
che del secondo vento di Soave 
generò 'l terzo e l'ultima possanza».

Così parlommi, e poi cominciò `Ave, 
Maria' cantando, e cantando vanio 
come per acqua cupa cosa grave.

La vista mia, che tanto lei seguio 
quanto possibil fu, poi che la perse, 
volsesi al segno di maggior disio,

e a Beatrice tutta si converse; 
ma quella folgorò nel mïo sguardo 
sì che da prima il viso non sofferse;

e ciò mi fece a dimandar più tardo.


Canto IV


Intra due cibi, distanti e moventi 
d'un modo, prima si morria di fame, 
che liber' omo l'un recasse ai denti;

sì si starebbe un agno intra due brame 
di fieri lupi, igualmente temendo; 
sì si starebbe un cane intra due dame:

per che, s'i' mi tacea, me non riprendo, 
da li miei dubbi d'un modo sospinto, 
poi ch'era necessario, né commendo.

Io mi tacea, ma 'l mio disir dipinto 
m'era nel viso, e 'l dimandar con ello, 
più caldo assai che per parlar distinto.

Fé sì Beatrice qual fé Danïello, 
Nabuccodonosor levando d'ira, 
che l'avea fatto ingiustamente fello;

e disse: «Io veggio ben come ti tira 
uno e altro disio, sì che tua cura 
sé stessa lega sì che fuor non spira.

Tu argomenti: ``Se 'l buon voler dura, 
la vïolenza altrui per qual ragione 
di meritar mi scema la misura?".

Ancor di dubitar ti dà cagione 
parer tornarsi l'anime a le stelle, 
secondo la sentenza di Platone.

Queste son le question che nel tuo velle 
pontano igualmente; e però pria 
tratterò quella che più ha di felle.

D'i Serafin colui che più s'india, 
Moïsè, Samuel, e quel Giovanni 
che prender vuoli, io dico, non Maria,

non hanno in altro cielo i loro scanni 
che questi spirti che mo t'appariro, 
né hanno a l'esser lor più o meno anni;

ma tutti fanno bello il primo giro, 
e differentemente han dolce vita 
per sentir più e men l'etterno spiro.

Qui si mostraro, non perché sortita 
sia questa spera lor, ma per far segno 
de la celestïal c'ha men salita.

Così parlar conviensi al vostro ingegno, 
però che solo da sensato apprende 
ciò che fa poscia d'intelletto degno.

Per questo la Scrittura condescende 
a vostra facultate, e piedi e mano 
attribuisce a Dio e altro intende;

e Santa Chiesa con aspetto umano 
Gabrïel e Michel vi rappresenta, 
e l'altro che Tobia rifece sano.

Quel che Timeo de l'anime argomenta 
non è simile a ciò che qui si vede, 
però che, come dice, par che senta.

Dice che l'alma a la sua stella riede, 
credendo quella quindi esser decisa 
quando natura per forma la diede;

e forse sua sentenza è d'altra guisa 
che la voce non suona, ed esser puote 
con intenzion da non esser derisa.

S'elli intende tornare a queste ruote 
l'onor de la influenza e 'l biasmo, forse 
in alcun vero suo arco percuote.

Questo principio, male inteso, torse 
già tutto il mondo quasi, sì che Giove, 
Mercurio e Marte a nominar trascorse.

L'altra dubitazion che ti commove 
ha men velen, però che sua malizia 
non ti poria menar da me altrove.

Parere ingiusta la nostra giustizia 
ne li occhi d'i mortali, è argomento 
di fede e non d'eretica nequizia.

Ma perché puote vostro accorgimento 
ben penetrare a questa veritate, 
come disiri, ti farò contento.

Se vïolenza è quando quel che pate 
nïente conferisce a quel che sforza, 
non fuor quest' alme per essa scusate:

ché volontà, se non vuol, non s'ammorza, 
ma fa come natura face in foco, 
se mille volte vïolenza il torza.

Per che, s'ella si piega assai o poco, 
segue la forza; e così queste fero 
possendo rifuggir nel santo loco.

Se fosse stato lor volere intero, 
come tenne Lorenzo in su la grada, 
e fece Muzio a la sua man severo,

così l'avria ripinte per la strada 
ond' eran tratte, come fuoro sciolte; 
ma così salda voglia è troppo rada.

E per queste parole, se ricolte 
l'hai come dei, è l'argomento casso 
che t'avria fatto noia ancor più volte.

Ma or ti s'attraversa un altro passo 
dinanzi a li occhi, tal che per te stesso 
non usciresti: pria saresti lasso.

Io t'ho per certo ne la mente messo 
ch'alma beata non poria mentire, 
però ch'è sempre al primo vero appresso;

e poi potesti da Piccarda udire 
che l'affezion del vel Costanza tenne; 
sì ch'ella par qui meco contradire.

Molte fïate già, frate, addivenne 
che, per fuggir periglio, contra grato 
si fé di quel che far non si convenne;

come Almeone, che, di ciò pregato 
dal padre suo, la propria madre spense, 
per non perder pietà si fé spietato.

A questo punto voglio che tu pense 
che la forza al voler si mischia, e fanno 
sì che scusar non si posson l'offense.

Voglia assoluta non consente al danno; 
ma consentevi in tanto in quanto teme, 
se si ritrae, cadere in più affanno.

Però, quando Piccarda quello spreme, 
de la voglia assoluta intende, e io 
de l'altra; sì che ver diciamo insieme».

Cotal fu l'ondeggiar del santo rio 
ch'uscì del fonte ond' ogne ver deriva; 
tal puose in pace uno e altro disio.

«O amanza del primo amante, o diva», 
diss' io appresso, «il cui parlar m'inonda 
e scalda sì, che più e più m'avviva,

non è l'affezion mia tanto profonda, 
che basti a render voi grazia per grazia; 
ma quei che vede e puote a ciò risponda.

Io veggio ben che già mai non si sazia 
nostro intelletto, se 'l ver non lo illustra 
di fuor dal qual nessun vero si spazia.

Posasi in esso, come fera in lustra, 
tosto che giunto l'ha; e giugner puollo: 
se non, ciascun disio sarebbe frustra.

Nasce per quello, a guisa di rampollo, 
a piè del vero il dubbio; ed è natura 
ch'al sommo pinge noi di collo in collo.

Questo m'invita, questo m'assicura 
con reverenza, donna, a dimandarvi 
d'un'altra verità che m'è oscura.

Io vo' saper se l'uom può sodisfarvi 
ai voti manchi sì con altri beni, 
ch'a la vostra statera non sien parvi».

Beatrice mi guardò con li occhi pieni 
di faville d'amor così divini, 
che, vinta, mia virtute diè le reni,

e quasi mi perdei con li occhi chini.


Canto V


«S'io ti fiammeggio nel caldo d'amore 
di là dal modo che 'n terra si vede, 
sì che del viso tuo vinco il valore,

non ti maravigliar, ché ciò procede 
da perfetto veder, che, come apprende, 
così nel bene appreso move il piede.

Io veggio ben sì come già resplende 
ne l'intelletto tuo l'etterna luce, 
che, vista, sola e sempre amore accende;

e s'altra cosa vostro amor seduce, 
non è se non di quella alcun vestigio, 
mal conosciuto, che quivi traluce.

Tu vuo' saper se con altro servigio, 
per manco voto, si può render tanto 
che l'anima sicuri di letigio».

Sì cominciò Beatrice questo canto; 
e sì com' uom che suo parlar non spezza, 
continüò così 'l processo santo:

«Lo maggior don che Dio per sua larghezza 
fesse creando, e a la sua bontate 
più conformato, e quel ch'e' più apprezza,

fu de la volontà la libertate; 
di che le creature intelligenti, 
e tutte e sole, fuoro e son dotate.

Or ti parrà, se tu quinci argomenti, 
l'alto valor del voto, s'è sì fatto 
che Dio consenta quando tu consenti;

ché, nel fermar tra Dio e l'omo il patto, 
vittima fassi di questo tesoro, 
tal quale io dico; e fassi col suo atto.

Dunque che render puossi per ristoro? 
Se credi bene usar quel c'hai offerto, 
di maltolletto vuo' far buon lavoro.

Tu se' omai del maggior punto certo; 
ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa, 
che par contra lo ver ch'i' t'ho scoverto,

convienti ancor sedere un poco a mensa, 
però che 'l cibo rigido c'hai preso, 
richiede ancora aiuto a tua dispensa.

Apri la mente a quel ch'io ti paleso 
e fermalvi entro; ché non fa scïenza, 
sanza lo ritenere, avere inteso.

Due cose si convegnono a l'essenza 
di questo sacrificio: l'una è quella 
di che si fa; l'altr' è la convenenza.

Quest' ultima già mai non si cancella 
se non servata; e intorno di lei 
sì preciso di sopra si favella:

però necessitato fu a li Ebrei 
pur l'offerere, ancor ch'alcuna offerta 
sì permutasse, come saver dei.

L'altra, che per materia t'è aperta, 
puote ben esser tal, che non si falla 
se con altra materia si converta.

Ma non trasmuti carco a la sua spalla 
per suo arbitrio alcun, sanza la volta 
e de la chiave bianca e de la gialla;

e ogne permutanza credi stolta, 
se la cosa dimessa in la sorpresa 
come 'l quattro nel sei non è raccolta.

Però qualunque cosa tanto pesa 
per suo valor che tragga ogne bilancia, 
sodisfar non si può con altra spesa.

Non prendan li mortali il voto a ciancia; 
siate fedeli, e a ciò far non bieci, 
come Ieptè a la sua prima mancia;

cui più si convenia dicer `Mal feci', 
che, servando, far peggio; e così stolto 
ritrovar puoi il gran duca de' Greci,

onde pianse Efigènia il suo bel volto, 
e fé pianger di sé i folli e i savi 
ch'udir parlar di così fatto cólto.

Siate, Cristiani, a muovervi più gravi: 
non siate come penna ad ogne vento, 
e non crediate ch'ogne acqua vi lavi.

Avete il novo e 'l vecchio Testamento, 
e 'l pastor de la Chiesa che vi guida; 
questo vi basti a vostro salvamento.

Se mala cupidigia altro vi grida, 
uomini siate, e non pecore matte, 
sì che 'l Giudeo di voi tra voi non rida!

Non fate com' agnel che lascia il latte 
de la sua madre, e semplice e lascivo 
seco medesmo a suo piacer combatte!».

Così Beatrice a me com' ïo scrivo; 
poi si rivolse tutta disïante 
a quella parte ove 'l mondo è più vivo.

Lo suo tacere e 'l trasmutar sembiante 
puoser silenzio al mio cupido ingegno, 
che già nuove questioni avea davante;

e sì come saetta che nel segno 
percuote pria che sia la corda queta, 
così corremmo nel secondo regno.

Quivi la donna mia vid' io sì lieta, 
come nel lume di quel ciel si mise, 
che più lucente se ne fé 'l pianeta.

E se la stella si cambiò e rise, 
qual mi fec' io che pur da mia natura 
trasmutabile son per tutte guise!

Come 'n peschiera ch'è tranquilla e pura 
traggonsi i pesci a ciò che vien di fori 
per modo che lo stimin lor pastura,

sì vid' io ben più di mille splendori 
trarsi ver' noi, e in ciascun s'udia: 
«Ecco chi crescerà li nostri amori».

E sì come ciascuno a noi venìa, 
vedeasi l'ombra piena di letizia 
nel folgór chiaro che di lei uscia.

Pensa, lettor, se quel che qui s'inizia 
non procedesse, come tu avresti 
di più savere angosciosa carizia;

e per te vederai come da questi 
m'era in disio d'udir lor condizioni, 
sì come a li occhi mi fur manifesti.

«O bene nato a cui veder li troni 
del trïunfo etternal concede grazia 
prima che la milizia s'abbandoni,

del lume che per tutto il ciel si spazia 
noi semo accesi; e però, se disii 
di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia».

Così da un di quelli spirti pii 
detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì 
sicuramente, e credi come a dii».

«Io veggio ben sì come tu t'annidi 
nel proprio lume, e che de li occhi il traggi, 
perch' e' corusca sì come tu ridi;

ma non so chi tu se', né perché aggi, 
anima degna, il grado de la spera 
che si vela a' mortai con altrui raggi».

Questo diss' io diritto a la lumera 
che pria m'avea parlato; ond' ella fessi 
lucente più assai di quel ch'ell' era.

Sì come il sol che si cela elli stessi 
per troppa luce, come 'l caldo ha róse 
le temperanze d'i vapori spessi,

per più letizia sì mi si nascose 
dentro al suo raggio la figura santa; 
e così chiusa chiusa mi rispuose

nel modo che 'l seguente canto canta.


Canto VI


«Poscia che Costantin l'aquila volse 
contr' al corso del ciel, ch'ella seguio 
dietro a l'antico che Lavina tolse,

cento e cent' anni e più l'uccel di Dio 
ne lo stremo d'Europa si ritenne, 
vicino a' monti de' quai prima uscìo;

e sotto l'ombra de le sacre penne 
governò 'l mondo lì di mano in mano, 
e, sì cangiando, in su la mia pervenne.

Cesare fui e son Iustinïano, 
che, per voler del primo amor ch'i' sento, 
d'entro le leggi trassi il troppo e 'l vano.

E prima ch'io a l'ovra fossi attento, 
una natura in Cristo esser, non piùe, 
credea, e di tal fede era contento;

ma 'l benedetto Agapito, che fue 
sommo pastore, a la fede sincera 
mi dirizzò con le parole sue.

Io li credetti; e ciò che 'n sua fede era, 
vegg' io or chiaro sì, come tu vedi 
ogni contradizione e falsa e vera.

Tosto che con la Chiesa mossi i piedi, 
a Dio per grazia piacque di spirarmi 
l'alto lavoro, e tutto 'n lui mi diedi;

e al mio Belisar commendai l'armi, 
cui la destra del ciel fu sì congiunta, 
che segno fu ch'i' dovessi posarmi.

Or qui a la question prima s'appunta 
la mia risposta; ma sua condizione 
mi stringe a seguitare alcuna giunta,

perché tu veggi con quanta ragione 
si move contr' al sacrosanto segno 
e chi 'l s'appropria e chi a lui s'oppone.

Vedi quanta virtù l'ha fatto degno 
di reverenza; e cominciò da l'ora 
che Pallante morì per darli regno.

Tu sai ch'el fece in Alba sua dimora 
per trecento anni e oltre, infino al fine 
che i tre a' tre pugnar per lui ancora.

E sai ch'el fé dal mal de le Sabine 
al dolor di Lucrezia in sette regi, 
vincendo intorno le genti vicine.

Sai quel ch'el fé portato da li egregi 
Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro, 
incontro a li altri principi e collegi;

onde Torquato e Quinzio, che dal cirro 
negletto fu nomato, i Deci e ' Fabi 
ebber la fama che volontier mirro.

Esso atterrò l'orgoglio de li Aràbi 
che di retro ad Anibale passaro 
l'alpestre rocce, Po, di che tu labi.

Sott' esso giovanetti trïunfaro 
Scipïone e Pompeo; e a quel colle 
sotto 'l qual tu nascesti parve amaro.

Poi, presso al tempo che tutto 'l ciel volle 
redur lo mondo a suo modo sereno, 
Cesare per voler di Roma il tolle.

E quel che fé da Varo infino a Reno, 
Isara vide ed Era e vide Senna 
e ogne valle onde Rodano è pieno.

Quel che fé poi ch'elli uscì di Ravenna 
e saltò Rubicon, fu di tal volo, 
che nol seguiteria lingua né penna.

Inver' la Spagna rivolse lo stuolo, 
poi ver' Durazzo, e Farsalia percosse 
sì ch'al Nil caldo si sentì del duolo.

Antandro e Simeonta, onde si mosse, 
rivide e là dov' Ettore si cuba; 
e mal per Tolomeo poscia si scosse.

Da indi scese folgorando a Iuba; 
onde si volse nel vostro occidente, 
ove sentia la pompeana tuba.

Di quel che fé col baiulo seguente, 
Bruto con Cassio ne l'inferno latra, 
e Modena e Perugia fu dolente.

Piangene ancor la trista Cleopatra, 
che, fuggendoli innanzi, dal colubro 
la morte prese subitana e atra.

Con costui corse infino al lito rubro; 
con costui puose il mondo in tanta pace, 
che fu serrato a Giano il suo delubro.

Ma ciò che 'l segno che parlar mi face 
fatto avea prima e poi era fatturo 
per lo regno mortal ch'a lui soggiace,

diventa in apparenza poco e scuro, 
se in mano al terzo Cesare si mira 
con occhio chiaro e con affetto puro;

ché la viva giustizia che mi spira, 
li concedette, in mano a quel ch'i' dico, 
gloria di far vendetta a la sua ira.

Or qui t'ammira in ciò ch'io ti replìco: 
poscia con Tito a far vendetta corse 
de la vendetta del peccato antico.

E quando il dente longobardo morse 
la Santa Chiesa, sotto le sue ali 
Carlo Magno, vincendo, la soccorse.

Omai puoi giudicar di quei cotali 
ch'io accusai di sopra e di lor falli, 
che son cagion di tutti vostri mali.

L'uno al pubblico segno i gigli gialli 
oppone, e l'altro appropria quello a parte, 
sì ch'è forte a veder chi più si falli.

Faccian li Ghibellin, faccian lor arte 
sott' altro segno, ché mal segue quello 
sempre chi la giustizia e lui diparte;

e non l'abbatta esto Carlo novello 
coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli 
ch'a più alto leon trasser lo vello.

Molte fïate già pianser li figli 
per la colpa del padre, e non si creda 
che Dio trasmuti l'armi per suoi gigli!

Questa picciola stella si correda 
d'i buoni spirti che son stati attivi 
perché onore e fama li succeda:

e quando li disiri poggian quivi, 
sì disvïando, pur convien che i raggi 
del vero amore in sù poggin men vivi.

Ma nel commensurar d'i nostri gaggi 
col merto è parte di nostra letizia, 
perché non li vedem minor né maggi.

Quindi addolcisce la viva giustizia 
in noi l'affetto sì, che non si puote 
torcer già mai ad alcuna nequizia.

Diverse voci fanno dolci note; 
così diversi scanni in nostra vita 
rendon dolce armonia tra queste rote.

E dentro a la presente margarita 
luce la luce di Romeo, di cui 
fu l'ovra grande e bella mal gradita.

Ma i Provenzai che fecer contra lui 
non hanno riso; e però mal cammina 
qual si fa danno del ben fare altrui.

Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina, 
Ramondo Beringhiere, e ciò li fece 
Romeo, persona umìle e peregrina.

E poi il mosser le parole biece 
a dimandar ragione a questo giusto, 
che li assegnò sette e cinque per diece,

indi partissi povero e vetusto; 
e se 'l mondo sapesse il cor ch'elli ebbe 
mendicando sua vita a frusto a frusto,

assai lo loda, e più lo loderebbe».


Canto VII


«Osanna, sanctus Deus sabaòth, 
superillustrans claritate tua 
felices ignes horum malacòth!».

Così, volgendosi a la nota sua, 
fu viso a me cantare essa sustanza, 
sopra la qual doppio lume s'addua;

ed essa e l'altre mossero a sua danza, 
e quasi velocissime faville 
mi si velar di sùbita distanza.

Io dubitava e dicea `Dille, dille!' 
fra me, `dille' dicea, `a la mia donna 
che mi diseta con le dolci stille'.

Ma quella reverenza che s'indonna 
di tutto me, pur per Be e per ice, 
mi richinava come l'uom ch'assonna.

Poco sofferse me cotal Beatrice 
e cominciò, raggiandomi d'un riso 
tal, che nel foco faria l'uom felice:

«Secondo mio infallibile avviso, 
come giusta vendetta giustamente 
punita fosse, t'ha in pensier miso;

ma io ti solverò tosto la mente; 
e tu ascolta, ché le mie parole 
di gran sentenza ti faran presente.

Per non soffrire a la virtù che vole 
freno a suo prode, quell' uom che non nacque, 
dannando sé, dannò tutta sua prole;

onde l'umana specie inferma giacque 
giù per secoli molti in grande errore, 
fin ch'al Verbo di Dio discender piacque

u' la natura, che dal suo fattore 
s'era allungata, unì a sé in persona 
con l'atto sol del suo etterno amore.

Or drizza il viso a quel ch'or si ragiona: 
questa natura al suo fattore unita, 
qual fu creata, fu sincera e buona;

ma per sé stessa pur fu ella sbandita 
di paradiso, però che si torse 
da via di verità e da sua vita.

La pena dunque che la croce porse 
s'a la natura assunta si misura, 
nulla già mai sì giustamente morse;

e così nulla fu di tanta ingiura, 
guardando a la persona che sofferse, 
in che era contratta tal natura.

Però d'un atto uscir cose diverse: 
ch'a Dio e a' Giudei piacque una morte; 
per lei tremò la terra e 'l ciel s'aperse.

Non ti dee oramai parer più forte, 
quando si dice che giusta vendetta 
poscia vengiata fu da giusta corte.

Ma io veggi' or la tua mente ristretta 
di pensiero in pensier dentro ad un nodo, 
del qual con gran disio solver s'aspetta.

Tu dici: ``Ben discerno ciò ch'i' odo; 
ma perché Dio volesse, m'è occulto, 
a nostra redenzion pur questo modo".

Questo decreto, frate, sta sepulto 
a li occhi di ciascuno il cui ingegno 
ne la fiamma d'amor non è adulto.

Veramente, però ch'a questo segno 
molto si mira e poco si discerne, 
dirò perché tal modo fu più degno.

La divina bontà, che da sé sperne 
ogne livore, ardendo in sé, sfavilla 
sì che dispiega le bellezze etterne.

Ciò che da lei sanza mezzo distilla 
non ha poi fine, perché non si move 
la sua imprenta quand' ella sigilla.

Ciò che da essa sanza mezzo piove 
libero è tutto, perché non soggiace 
a la virtute de le cose nove.

Più l'è conforme, e però più le piace; 
ché l'ardor santo ch'ogne cosa raggia, 
ne la più somigliante è più vivace.

Di tutte queste dote s'avvantaggia 
l'umana creatura, e s'una manca, 
di sua nobilità convien che caggia.

Solo il peccato è quel che la disfranca 
e falla dissimìle al sommo bene, 
per che del lume suo poco s'imbianca;

e in sua dignità mai non rivene, 
se non rïempie, dove colpa vòta, 
contra mal dilettar con giuste pene.

Vostra natura, quando peccò tota 
nel seme suo, da queste dignitadi, 
come di paradiso, fu remota;

né ricovrar potiensi, se tu badi 
ben sottilmente, per alcuna via, 
sanza passar per un di questi guadi:

o che Dio solo per sua cortesia 
dimesso avesse, o che l'uom per sé isso 
avesse sodisfatto a sua follia.

Ficca mo l'occhio per entro l'abisso 
de l'etterno consiglio, quanto puoi 
al mio parlar distrettamente fisso.

Non potea l'uomo ne' termini suoi 
mai sodisfar, per non potere ir giuso 
con umiltate obedïendo poi,

quanto disobediendo intese ir suso; 
e questa è la cagion per che l'uom fue 
da poter sodisfar per sé dischiuso.

Dunque a Dio convenia con le vie sue 
riparar l'omo a sua intera vita, 
dico con l'una, o ver con amendue.

Ma perché l'ovra tanto è più gradita 
da l'operante, quanto più appresenta 
de la bontà del core ond' ell' è uscita,

la divina bontà che 'l mondo imprenta, 
di proceder per tutte le sue vie, 
a rilevarvi suso, fu contenta.

Né tra l'ultima notte e 'l primo die 
sì alto o sì magnifico processo, 
o per l'una o per l'altra, fu o fie:

ché più largo fu Dio a dar sé stesso 
per far l'uom sufficiente a rilevarsi, 
che s'elli avesse sol da sé dimesso;

e tutti li altri modi erano scarsi 
a la giustizia, se 'l Figliuol di Dio 
non fosse umilïato ad incarnarsi.

Or per empierti bene ogne disio, 
ritorno a dichiararti in alcun loco, 
perché tu veggi lì così com' io.

Tu dici: ``Io veggio l'acqua, io veggio il foco, 
l'aere e la terra e tutte lor misture 
venire a corruzione, e durar poco;

e queste cose pur furon creature; 
per che, se ciò ch'è detto è stato vero, 
esser dovrien da corruzion sicure".

Li angeli, frate, e 'l paese sincero 
nel qual tu se', dir si posson creati, 
sì come sono, in loro essere intero;

ma li alimenti che tu hai nomati 
e quelle cose che di lor si fanno 
da creata virtù sono informati.

Creata fu la materia ch'elli hanno; 
creata fu la virtù informante 
in queste stelle che 'ntorno a lor vanno.

L'anima d'ogne bruto e de le piante 
di complession potenzïata tira 
lo raggio e 'l moto de le luci sante;

ma vostra vita sanza mezzo spira 
la somma beninanza, e la innamora 
di sé sì che poi sempre la disira.

E quinci puoi argomentare ancora 
vostra resurrezion, se tu ripensi 
come l'umana carne fessi allora

che li primi parenti intrambo fensi».


Canto VIII


Solea creder lo mondo in suo periclo 
che la bella Ciprigna il folle amore 
raggiasse, volta nel terzo epiciclo;

per che non pur a lei faceano onore 
di sacrificio e di votivo grido 
le genti antiche ne l'antico errore;

ma Dïone onoravano e Cupido, 
quella per madre sua, questo per figlio, 
e dicean ch'el sedette in grembo a Dido;

e da costei ond' io principio piglio 
pigliavano il vocabol de la stella 
che 'l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.

Io non m'accorsi del salire in ella; 
ma d'esservi entro mi fé assai fede 
la donna mia ch'i' vidi far più bella.

E come in fiamma favilla si vede, 
e come in voce voce si discerne, 
quand' una è ferma e altra va e riede,

vid' io in essa luce altre lucerne 
muoversi in giro più e men correnti, 
al modo, credo, di lor viste interne.

Di fredda nube non disceser venti, 
o visibili o no, tanto festini, 
che non paressero impediti e lenti

a chi avesse quei lumi divini 
veduti a noi venir, lasciando il giro 
pria cominciato in li alti Serafini;

e dentro a quei che più innanzi appariro 
sonava `Osanna' sì, che unque poi 
di rïudir non fui sanza disiro.

Indi si fece l'un più presso a noi 
e solo incominciò: «Tutti sem presti 
al tuo piacer, perché di noi ti gioi.

Noi ci volgiam coi principi celesti 
d'un giro e d'un girare e d'una sete, 
ai quali tu del mondo già dicesti:

`Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete'; 
e sem sì pien d'amor, che, per piacerti, 
non fia men dolce un poco di quïete».

Poscia che li occhi miei si fuoro offerti 
a la mia donna reverenti, ed essa 
fatti li avea di sé contenti e certi,

rivolsersi a la luce che promessa 
tanto s'avea, e «Deh, chi siete?» fue 
la voce mia di grande affetto impressa.

E quanta e quale vid' io lei far piùe 
per allegrezza nova che s'accrebbe, 
quando parlai, a l'allegrezze sue!

Così fatta, mi disse: «Il mondo m'ebbe 
giù poco tempo; e se più fosse stato, 
molto sarà di mal, che non sarebbe.

La mia letizia mi ti tien celato 
che mi raggia dintorno e mi nasconde 
quasi animal di sua seta fasciato.

Assai m'amasti, e avesti ben onde; 
che s'io fossi giù stato, io ti mostrava 
di mio amor più oltre che le fronde.

Quella sinistra riva che si lava 
di Rodano poi ch'è misto con Sorga, 
per suo segnore a tempo m'aspettava,

e quel corno d'Ausonia che s'imborga 
di Bari e di Gaeta e di Catona, 
da ove Tronto e Verde in mare sgorga.

Fulgeami già in fronte la corona 
di quella terra che 'l Danubio riga 
poi che le ripe tedesche abbandona.

E la bella Trinacria, che caliga 
tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo 
che riceve da Euro maggior briga,

non per Tifeo ma per nascente solfo, 
attesi avrebbe li suoi regi ancora, 
nati per me di Carlo e di Ridolfo,

se mala segnoria, che sempre accora 
li popoli suggetti, non avesse 
mosso Palermo a gridar: ``Mora, mora!".

E se mio frate questo antivedesse, 
l'avara povertà di Catalogna 
già fuggeria, perché non li offendesse;

ché veramente proveder bisogna 
per lui, o per altrui, sì ch'a sua barca 
carcata più d'incarco non si pogna.

La sua natura, che di larga parca 
discese, avria mestier di tal milizia 
che non curasse di mettere in arca».

«Però ch'i' credo che l'alta letizia 
che 'l tuo parlar m'infonde, segnor mio, 
là 've ogne ben si termina e s'inizia,

per te si veggia come la vegg' io, 
grata m'è più; e anco quest' ho caro 
perché 'l discerni rimirando in Dio.

Fatto m'hai lieto, e così mi fa chiaro, 
poi che, parlando, a dubitar m'hai mosso 
com' esser può, di dolce seme, amaro».

Questo io a lui; ed elli a me: «S'io posso 
mostrarti un vero, a quel che tu dimandi 
terrai lo viso come tien lo dosso.

Lo ben che tutto il regno che tu scandi 
volge e contenta, fa esser virtute 
sua provedenza in questi corpi grandi.

E non pur le nature provedute 
sono in la mente ch'è da sé perfetta, 
ma esse insieme con la lor salute:

per che quantunque quest' arco saetta 
disposto cade a proveduto fine, 
sì come cosa in suo segno diretta.

Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine 
producerebbe sì li suoi effetti, 
che non sarebbero arti, ma ruine;

e ciò esser non può, se li 'ntelletti 
che muovon queste stelle non son manchi, 
e manco il primo, che non li ha perfetti.

Vuo' tu che questo ver più ti s'imbianchi?». 
E io: «Non già; ché impossibil veggio 
che la natura, in quel ch'è uopo, stanchi».

Ond' elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio 
per l'omo in terra, se non fosse cive?». 
«Sì», rispuos' io; «e qui ragion non cheggio».

«E puot' elli esser, se giù non si vive 
diversamente per diversi offici? 
Non, se 'l maestro vostro ben vi scrive».

Sì venne deducendo infino a quici; 
poscia conchiuse: «Dunque esser diverse 
convien di vostri effetti le radici:

per ch'un nasce Solone e altro Serse, 
altro Melchisedèch e altro quello 
che, volando per l'aere, il figlio perse.

La circular natura, ch'è suggello 
a la cera mortal, fa ben sua arte, 
ma non distingue l'un da l'altro ostello.

Quinci addivien ch'Esaù si diparte 
per seme da Iacòb; e vien Quirino 
da sì vil padre, che si rende a Marte.

Natura generata il suo cammino 
simil farebbe sempre a' generanti, 
se non vincesse il proveder divino.

Or quel che t'era dietro t'è davanti: 
ma perché sappi che di te mi giova, 
un corollario voglio che t'ammanti.

Sempre natura, se fortuna trova 
discorde a sé, com' ogne altra semente 
fuor di sua regïon, fa mala prova.

E se 'l mondo là giù ponesse mente 
al fondamento che natura pone, 
seguendo lui, avria buona la gente.

Ma voi torcete a la religïone 
tal che fia nato a cignersi la spada, 
e fate re di tal ch'è da sermone;

onde la traccia vostra è fuor di strada».


Canto IX


Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza, 
m'ebbe chiarito, mi narrò li 'nganni 
che ricever dovea la sua semenza;

ma disse: «Taci e lascia muover li anni»; 
sì ch'io non posso dir se non che pianto 
giusto verrà di retro ai vostri danni.

E già la vita di quel lume santo 
rivolta s'era al Sol che la rïempie 
come quel ben ch'a ogne cosa è tanto.

Ahi anime ingannate e fatture empie, 
che da sì fatto ben torcete i cuori, 
drizzando in vanità le vostre tempie!

Ed ecco un altro di quelli splendori 
ver' me si fece, e 'l suo voler piacermi 
significava nel chiarir di fori.

Li occhi di Bëatrice, ch'eran fermi 
sovra me, come pria, di caro assenso 
al mio disio certificato fermi.

«Deh, metti al mio voler tosto compenso, 
beato spirto», dissi, «e fammi prova 
ch'i' possa in te refletter quel ch'io penso!».

Onde la luce che m'era ancor nova, 
del suo profondo, ond' ella pria cantava, 
seguette come a cui di ben far giova:

«In quella parte de la terra prava 
italica che siede tra Rïalto 
e le fontane di Brenta e di Piava,

si leva un colle, e non surge molt' alto, 
là onde scese già una facella 
che fece a la contrada un grande assalto.

D'una radice nacqui e io ed ella: 
Cunizza fui chiamata, e qui refulgo 
perché mi vinse il lume d'esta stella;

ma lietamente a me medesma indulgo 
la cagion di mia sorte, e non mi noia; 
che parria forse forte al vostro vulgo.

Di questa luculenta e cara gioia 
del nostro cielo che più m'è propinqua, 
grande fama rimase; e pria che moia,

questo centesimo anno ancor s'incinqua: 
vedi se far si dee l'omo eccellente, 
sì ch'altra vita la prima relinqua.

E ciò non pensa la turba presente 
che Tagliamento e Adice richiude, 
né per esser battuta ancor si pente;

ma tosto fia che Padova al palude 
cangerà l'acqua che Vincenza bagna, 
per essere al dover le genti crude;

e dove Sile e Cagnan s'accompagna, 
tal signoreggia e va con la testa alta, 
che già per lui carpir si fa la ragna.

Piangerà Feltro ancora la difalta 
de l'empio suo pastor, che sarà sconcia 
sì, che per simil non s'entrò in malta.

Troppo sarebbe larga la bigoncia 
che ricevesse il sangue ferrarese, 
e stanco chi 'l pesasse a oncia a oncia,

che donerà questo prete cortese 
per mostrarsi di parte; e cotai doni 
conformi fieno al viver del paese.

Sù sono specchi, voi dicete Troni, 
onde refulge a noi Dio giudicante; 
sì che questi parlar ne paion buoni».

Qui si tacette; e fecemi sembiante 
che fosse ad altro volta, per la rota 
in che si mise com' era davante.

L'altra letizia, che m'era già nota 
per cara cosa, mi si fece in vista 
qual fin balasso in che lo sol percuota.

Per letiziar là sù fulgor s'acquista, 
sì come riso qui; ma giù s'abbuia 
l'ombra di fuor, come la mente è trista.

«Dio vede tutto, e tuo veder s'inluia», 
diss' io, «beato spirto, sì che nulla 
voglia di sé a te puot' esser fuia.

Dunque la voce tua, che 'l ciel trastulla 
sempre col canto di quei fuochi pii 
che di sei ali facen la coculla,

perché non satisface a' miei disii? 
Già non attendere' io tua dimanda, 
s'io m'intuassi, come tu t'inmii».

«La maggior valle in che l'acqua si spanda», 
incominciaro allor le sue parole, 
«fuor di quel mar che la terra inghirlanda,

tra ' discordanti liti contra 'l sole 
tanto sen va, che fa meridïano 
là dove l'orizzonte pria far suole.

Di quella valle fu' io litorano 
tra Ebro e Macra, che per cammin corto 
parte lo Genovese dal Toscano.

Ad un occaso quasi e ad un orto 
Buggea siede e la terra ond' io fui, 
che fé del sangue suo già caldo il porto.

Folco mi disse quella gente a cui 
fu noto il nome mio; e questo cielo 
di me s'imprenta, com' io fe' di lui;

ché più non arse la figlia di Belo, 
noiando e a Sicheo e a Creusa, 
di me, infin che si convenne al pelo;

né quella Rodopëa che delusa 
fu da Demofoonte, né Alcide 
quando Iole nel core ebbe rinchiusa.

Non però qui si pente, ma si ride, 
non de la colpa, ch'a mente non torna, 
ma del valor ch'ordinò e provide.

Qui si rimira ne l'arte ch'addorna 
cotanto affetto, e discernesi 'l bene 
per che 'l mondo di sù quel di giù torna.

Ma perché tutte le tue voglie piene 
ten porti che son nate in questa spera, 
proceder ancor oltre mi convene.

Tu vuo' saper chi è in questa lumera 
che qui appresso me così scintilla 
come raggio di sole in acqua mera.

Or sappi che là entro si tranquilla 
Raab; e a nostr' ordine congiunta, 
di lei nel sommo grado si sigilla.

Da questo cielo, in cui l'ombra s'appunta 
che 'l vostro mondo face, pria ch'altr' alma 
del trïunfo di Cristo fu assunta.

Ben si convenne lei lasciar per palma 
in alcun cielo de l'alta vittoria 
che s'acquistò con l'una e l'altra palma,

perch' ella favorò la prima gloria 
di Iosüè in su la Terra Santa, 
che poco tocca al papa la memoria.

La tua città, che di colui è pianta 
che pria volse le spalle al suo fattore 
e di cui è la 'nvidia tanto pianta,

produce e spande il maladetto fiore 
c'ha disvïate le pecore e li agni, 
però che fatto ha lupo del pastore.

Per questo l'Evangelio e i dottor magni 
son derelitti, e solo ai Decretali 
si studia, sì che pare a' lor vivagni.

A questo intende il papa e ' cardinali; 
non vanno i lor pensieri a Nazarette, 
là dove Gabrïello aperse l'ali.

Ma Vaticano e l'altre parti elette 
di Roma che son state cimitero 
a la milizia che Pietro seguette,

tosto libere fien de l'avoltero».


Canto X


Guardando nel suo Figlio con l'Amore 
che l'uno e l'altro etternalmente spira, 
lo primo e ineffabile Valore

quanto per mente e per loco si gira 
con tant' ordine fé, ch'esser non puote 
sanza gustar di lui chi ciò rimira.

Leva dunque, lettore, a l'alte rote 
meco la vista, dritto a quella parte 
dove l'un moto e l'altro si percuote;

e lì comincia a vagheggiar ne l'arte 
di quel maestro che dentro a sé l'ama, 
tanto che mai da lei l'occhio non parte.

Vedi come da indi si dirama 
l'oblico cerchio che i pianeti porta, 
per sodisfare al mondo che li chiama.

Che se la strada lor non fosse torta, 
molta virtù nel ciel sarebbe in vano, 
e quasi ogne potenza qua giù morta;

e se dal dritto più o men lontano 
fosse 'l partire, assai sarebbe manco 
e giù e sù de l'ordine mondano.

Or ti riman, lettor, sovra 'l tuo banco, 
dietro pensando a ciò che si preliba, 
s'esser vuoi lieto assai prima che stanco.

Messo t'ho innanzi: omai per te ti ciba; 
ché a sé torce tutta la mia cura 
quella materia ond' io son fatto scriba.

Lo ministro maggior de la natura, 
che del valor del ciel lo mondo imprenta 
e col suo lume il tempo ne misura,

con quella parte che sù si rammenta 
congiunto, si girava per le spire 
in che più tosto ognora s'appresenta;

e io era con lui; ma del salire 
non m'accors' io, se non com' uom s'accorge, 
anzi 'l primo pensier, del suo venire.

È Bëatrice quella che sì scorge 
di bene in meglio, sì subitamente 
che l'atto suo per tempo non si sporge.

Quant' esser convenia da sé lucente 
quel ch'era dentro al sol dov' io entra'mi, 
non per color, ma per lume parvente!

Perch' io lo 'ngegno e l'arte e l'uso chiami, 
sì nol direi che mai s'imaginasse; 
ma creder puossi e di veder si brami.

E se le fantasie nostre son basse 
a tanta altezza, non è maraviglia; 
ché sopra 'l sol non fu occhio ch'andasse.

Tal era quivi la quarta famiglia 
de l'alto Padre, che sempre la sazia, 
mostrando come spira e come figlia.

E Bëatrice cominciò: «Ringrazia, 
ringrazia il Sol de li angeli, ch'a questo 
sensibil t'ha levato per sua grazia».

Cor di mortal non fu mai sì digesto 
a divozione e a rendersi a Dio 
con tutto 'l suo gradir cotanto presto,

come a quelle parole mi fec' io; 
e sì tutto 'l mio amore in lui si mise, 
che Bëatrice eclissò ne l'oblio.

Non le dispiacque; ma sì se ne rise, 
che lo splendor de li occhi suoi ridenti 
mia mente unita in più cose divise.

Io vidi più folgór vivi e vincenti 
far di noi centro e di sé far corona, 
più dolci in voce che in vista lucenti:

così cinger la figlia di Latona 
vedem talvolta, quando l'aere è pregno, 
sì che ritenga il fil che fa la zona.

Ne la corte del cielo, ond' io rivegno, 
si trovan molte gioie care e belle 
tanto che non si posson trar del regno;

e 'l canto di quei lumi era di quelle; 
chi non s'impenna sì che là sù voli, 
dal muto aspetti quindi le novelle.

Poi, sì cantando, quelli ardenti soli 
si fuor girati intorno a noi tre volte, 
come stelle vicine a' fermi poli,

donne mi parver, non da ballo sciolte, 
ma che s'arrestin tacite, ascoltando 
fin che le nove note hanno ricolte.

E dentro a l'un senti' cominciar: «Quando 
lo raggio de la grazia, onde s'accende 
verace amore e che poi cresce amando,

multiplicato in te tanto resplende, 
che ti conduce su per quella scala 
u' sanza risalir nessun discende;

qual ti negasse il vin de la sua fiala 
per la tua sete, in libertà non fora 
se non com' acqua ch'al mar non si cala.

Tu vuo' saper di quai piante s'infiora 
questa ghirlanda che 'ntorno vagheggia 
la bella donna ch'al ciel t'avvalora.

Io fui de li agni de la santa greggia 
che Domenico mena per cammino 
u' ben s'impingua se non si vaneggia.

Questi che m'è a destra più vicino, 
frate e maestro fummi, ed esso Alberto 
è di Cologna, e io Thomas d'Aquino.

Se sì di tutti li altri esser vuo' certo, 
di retro al mio parlar ten vien col viso 
girando su per lo beato serto.

Quell' altro fiammeggiare esce del riso 
di Grazïan, che l'uno e l'altro foro 
aiutò sì che piace in paradiso.

L'altro ch'appresso addorna il nostro coro, 
quel Pietro fu che con la poverella 
offerse a Santa Chiesa suo tesoro.

La quinta luce, ch'è tra noi più bella, 
spira di tale amor, che tutto 'l mondo 
là giù ne gola di saper novella:

entro v'è l'alta mente u' sì profondo 
saver fu messo, che, se 'l vero è vero, 
a veder tanto non surse il secondo.

Appresso vedi il lume di quel cero 
che giù in carne più a dentro vide 
l'angelica natura e 'l ministero.

Ne l'altra piccioletta luce ride 
quello avvocato de' tempi cristiani 
del cui latino Augustin si provide.

Or se tu l'occhio de la mente trani 
di luce in luce dietro a le mie lode, 
già de l'ottava con sete rimani.

Per vedere ogne ben dentro vi gode 
l'anima santa che 'l mondo fallace 
fa manifesto a chi di lei ben ode.

Lo corpo ond' ella fu cacciata giace 
giuso in Cieldauro; ed essa da martiro 
e da essilio venne a questa pace.

Vedi oltre fiammeggiar l'ardente spiro 
d'Isidoro, di Beda e di Riccardo, 
che a considerar fu più che viro.

Questi onde a me ritorna il tuo riguardo, 
è 'l lume d'uno spirto che 'n pensieri 
gravi a morir li parve venir tardo:

essa è la luce etterna di Sigieri, 
che, leggendo nel Vico de li Strami, 
silogizzò invidïosi veri».

Indi, come orologio che ne chiami 
ne l'ora che la sposa di Dio surge 
a mattinar lo sposo perché l'ami,

che l'una parte e l'altra tira e urge, 
tin tin sonando con sì dolce nota, 
che 'l ben disposto spirto d'amor turge;

così vid' ïo la gloriosa rota 
muoversi e render voce a voce in tempra 
e in dolcezza ch'esser non pò nota

se non colà dove gioir s'insempra.


Canto XI


O insensata cura de' mortali, 
quanto son difettivi silogismi 
quei che ti fanno in basso batter l'ali!

Chi dietro a iura e chi ad amforismi 
sen giva, e chi seguendo sacerdozio, 
e chi regnar per forza o per sofismi,

e chi rubare e chi civil negozio, 
chi nel diletto de la carne involto 
s'affaticava e chi si dava a l'ozio,

quando, da tutte queste cose sciolto, 
con Bëatrice m'era suso in cielo 
cotanto glorïosamente accolto.

Poi che ciascuno fu tornato ne lo 
punto del cerchio in che avanti s'era, 
fermossi, come a candellier candelo.

E io senti' dentro a quella lumera 
che pria m'avea parlato, sorridendo 
incominciar, faccendosi più mera:

«Così com' io del suo raggio resplendo, 
sì, riguardando ne la luce etterna, 
li tuoi pensieri onde cagioni apprendo.

Tu dubbi, e hai voler che si ricerna 
in sì aperta e 'n sì distesa lingua 
lo dicer mio, ch'al tuo sentir si sterna,

ove dinanzi dissi: ``U' ben s'impingua", 
e là u' dissi: ``Non nacque il secondo"; 
e qui è uopo che ben si distingua.

La provedenza, che governa il mondo 
con quel consiglio nel quale ogne aspetto 
creato è vinto pria che vada al fondo,

però che andasse ver' lo suo diletto 
la sposa di colui ch'ad alte grida 
disposò lei col sangue benedetto,

in sé sicura e anche a lui più fida, 
due principi ordinò in suo favore, 
che quinci e quindi le fosser per guida.

L'un fu tutto serafico in ardore; 
l'altro per sapïenza in terra fue 
di cherubica luce uno splendore.

De l'un dirò, però che d'amendue 
si dice l'un pregiando, qual ch'om prende, 
perch' ad un fine fur l'opere sue.

Intra Tupino e l'acqua che discende 
del colle eletto dal beato Ubaldo, 
fertile costa d'alto monte pende,

onde Perugia sente freddo e caldo 
da Porta Sole; e di rietro le piange 
per grave giogo Nocera con Gualdo.

Di questa costa, là dov' ella frange 
più sua rattezza, nacque al mondo un sole, 
come fa questo talvolta di Gange.

Però chi d'esso loco fa parole, 
non dica Ascesi, ché direbbe corto, 
ma Orïente, se proprio dir vuole.

Non era ancor molto lontan da l'orto, 
ch'el cominciò a far sentir la terra 
de la sua gran virtute alcun conforto;

ché per tal donna, giovinetto, in guerra 
del padre corse, a cui, come a la morte, 
la porta del piacer nessun diserra;

e dinanzi a la sua spirital corte 
et coram patre le si fece unito; 
poscia di dì in dì l'amò più forte.

Questa, privata del primo marito, 
millecent' anni e più dispetta e scura 
fino a costui si stette sanza invito;

né valse udir che la trovò sicura 
con Amiclate, al suon de la sua voce, 
colui ch'a tutto 'l mondo fé paura;

né valse esser costante né feroce, 
sì che, dove Maria rimase giuso, 
ella con Cristo pianse in su la croce.

Ma perch' io non proceda troppo chiuso, 
Francesco e Povertà per questi amanti 
prendi oramai nel mio parlar diffuso.

La lor concordia e i lor lieti sembianti, 
amore e maraviglia e dolce sguardo 
facieno esser cagion di pensier santi;

tanto che 'l venerabile Bernardo 
si scalzò prima, e dietro a tanta pace 
corse e, correndo, li parve esser tardo.

Oh ignota ricchezza! oh ben ferace! 
Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro 
dietro a lo sposo, sì la sposa piace.

Indi sen va quel padre e quel maestro 
con la sua donna e con quella famiglia 
che già legava l'umile capestro.

Né li gravò viltà di cuor le ciglia 
per esser fi' di Pietro Bernardone, 
né per parer dispetto a maraviglia;

ma regalmente sua dura intenzione 
ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe 
primo sigillo a sua religïone.

Poi che la gente poverella crebbe 
dietro a costui, la cui mirabil vita 
meglio in gloria del ciel si canterebbe,

di seconda corona redimita 
fu per Onorio da l'Etterno Spiro 
la santa voglia d'esto archimandrita.

E poi che, per la sete del martiro, 
ne la presenza del Soldan superba 
predicò Cristo e li altri che 'l seguiro,

e per trovare a conversione acerba 
troppo la gente e per non stare indarno, 
redissi al frutto de l'italica erba,

nel crudo sasso intra Tevero e Arno 
da Cristo prese l'ultimo sigillo, 
che le sue membra due anni portarno.

Quando a colui ch'a tanto ben sortillo 
piacque di trarlo suso a la mercede 
ch'el meritò nel suo farsi pusillo,

a' frati suoi, sì com' a giuste rede, 
raccomandò la donna sua più cara, 
e comandò che l'amassero a fede;

e del suo grembo l'anima preclara 
mover si volle, tornando al suo regno, 
e al suo corpo non volle altra bara.

Pensa oramai qual fu colui che degno 
collega fu a mantener la barca 
di Pietro in alto mar per dritto segno;

e questo fu il nostro patrïarca; 
per che qual segue lui, com' el comanda, 
discerner puoi che buone merce carca.

Ma 'l suo pecuglio di nova vivanda 
è fatto ghiotto, sì ch'esser non puote 
che per diversi salti non si spanda;

e quanto le sue pecore remote 
e vagabunde più da esso vanno, 
più tornano a l'ovil di latte vòte.

Ben son di quelle che temono 'l danno 
e stringonsi al pastor; ma son sì poche, 
che le cappe fornisce poco panno.

Or, se le mie parole non son fioche, 
se la tua audïenza è stata attenta, 
se ciò ch'è detto a la mente revoche,

in parte fia la tua voglia contenta, 
perché vedrai la pianta onde si scheggia, 
e vedra' il corrègger che argomenta

``U' ben s'impingua, se non si vaneggia"».


Canto XII


Sì tosto come l'ultima parola 
la benedetta fiamma per dir tolse, 
a rotar cominciò la santa mola;

e nel suo giro tutta non si volse 
prima ch'un'altra di cerchio la chiuse, 
e moto a moto e canto a canto colse;

canto che tanto vince nostre muse, 
nostre serene in quelle dolci tube, 
quanto primo splendor quel ch'e' refuse.

Come si volgon per tenera nube 
due archi paralelli e concolori, 
quando Iunone a sua ancella iube,

nascendo di quel d'entro quel di fori, 
a guisa del parlar di quella vaga 
ch'amor consunse come sol vapori,

e fanno qui la gente esser presaga, 
per lo patto che Dio con Noè puose, 
del mondo che già mai più non s'allaga:

così di quelle sempiterne rose 
volgiensi circa noi le due ghirlande, 
e sì l'estrema a l'intima rispuose.

Poi che 'l tripudio e l'altra festa grande, 
sì del cantare e sì del fiammeggiarsi 
luce con luce gaudïose e blande,

insieme a punto e a voler quetarsi, 
pur come li occhi ch'al piacer che i move 
conviene insieme chiudere e levarsi;

del cor de l'una de le luci nove 
si mosse voce, che l'ago a la stella 
parer mi fece in volgermi al suo dove;

e cominciò: «L'amor che mi fa bella 
mi tragge a ragionar de l'altro duca 
per cui del mio sì ben ci si favella.

Degno è che, dov' è l'un, l'altro s'induca: 
sì che, com' elli ad una militaro, 
così la gloria loro insieme luca.

L'essercito di Cristo, che sì caro 
costò a rïarmar, dietro a la 'nsegna 
si movea tardo, sospeccioso e raro,

quando lo 'mperador che sempre regna 
provide a la milizia, ch'era in forse, 
per sola grazia, non per esser degna;

e, come è detto, a sua sposa soccorse 
con due campioni, al cui fare, al cui dire 
lo popol disvïato si raccorse.

In quella parte ove surge ad aprire 
Zefiro dolce le novelle fronde 
di che si vede Europa rivestire,

non molto lungi al percuoter de l'onde 
dietro a le quali, per la lunga foga, 
lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,

siede la fortunata Calaroga 
sotto la protezion del grande scudo 
in che soggiace il leone e soggioga:

dentro vi nacque l'amoroso drudo 
de la fede cristiana, il santo atleta 
benigno a' suoi e a' nemici crudo;

e come fu creata, fu repleta 
sì la sua mente di viva vertute 
che, ne la madre, lei fece profeta.

Poi che le sponsalizie fuor compiute 
al sacro fonte intra lui e la Fede, 
u' si dotar di mutüa salute,

la donna che per lui l'assenso diede, 
vide nel sonno il mirabile frutto 
ch'uscir dovea di lui e de le rede;

e perché fosse qual era in costrutto, 
quinci si mosse spirito a nomarlo 
del possessivo di cui era tutto.

Domenico fu detto; e io ne parlo 
sì come de l'agricola che Cristo 
elesse a l'orto suo per aiutarlo.

Ben parve messo e famigliar di Cristo: 
che 'l primo amor che 'n lui fu manifesto, 
fu al primo consiglio che diè Cristo.

Spesse fïate fu tacito e desto 
trovato in terra da la sua nutrice, 
come dicesse: `Io son venuto a questo'.

Oh padre suo veramente Felice! 
oh madre sua veramente Giovanna, 
se, interpretata, val come si dice!

Non per lo mondo, per cui mo s'affanna 
di retro ad Ostïense e a Taddeo, 
ma per amor de la verace manna

in picciol tempo gran dottor si feo; 
tal che si mise a circüir la vigna 
che tosto imbianca, se 'l vignaio è reo.

E a la sedia che fu già benigna 
più a' poveri giusti, non per lei, 
ma per colui che siede, che traligna,

non dispensare o due o tre per sei, 
non la fortuna di prima vacante, 
non decimas, quae sunt pauperum Dei,

addimandò, ma contro al mondo errante 
licenza di combatter per lo seme 
del qual ti fascian ventiquattro piante.

Poi, con dottrina e con volere insieme, 
con l'officio appostolico si mosse 
quasi torrente ch'alta vena preme;

e ne li sterpi eretici percosse 
l'impeto suo, più vivamente quivi 
dove le resistenze eran più grosse.

Di lui si fecer poi diversi rivi 
onde l'orto catolico si riga, 
sì che i suoi arbuscelli stan più vivi.

Se tal fu l'una rota de la biga 
in che la Santa Chiesa si difese 
e vinse in campo la sua civil briga,

ben ti dovrebbe assai esser palese 
l'eccellenza de l'altra, di cui Tomma 
dinanzi al mio venir fu sì cortese.

Ma l'orbita che fé la parte somma 
di sua circunferenza, è derelitta, 
sì ch'è la muffa dov' era la gromma.

La sua famiglia, che si mosse dritta 
coi piedi a le sue orme, è tanto volta, 
che quel dinanzi a quel di retro gitta;

e tosto si vedrà de la ricolta 
de la mala coltura, quando il loglio 
si lagnerà che l'arca li sia tolta.

Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio 
nostro volume, ancor troveria carta 
u' leggerebbe ``I' mi son quel ch'i' soglio";

ma non fia da Casal né d'Acquasparta, 
là onde vegnon tali a la scrittura, 
ch'uno la fugge e altro la coarta.

Io son la vita di Bonaventura 
da Bagnoregio, che ne' grandi offici 
sempre pospuosi la sinistra cura.

Illuminato e Augustin son quici, 
che fuor de' primi scalzi poverelli 
che nel capestro a Dio si fero amici.

Ugo da San Vittore è qui con elli, 
e Pietro Mangiadore e Pietro Spano, 
lo qual giù luce in dodici libelli;

Natàn profeta e 'l metropolitano 
Crisostomo e Anselmo e quel Donato 
ch'a la prim' arte degnò porre mano.

Rabano è qui, e lucemi dallato 
il calavrese abate Giovacchino 
di spirito profetico dotato.

Ad inveggiar cotanto paladino 
mi mosse l'infiammata cortesia 
di fra Tommaso e 'l discreto latino;

e mosse meco questa compagnia».


Canto XIII


Imagini, chi bene intender cupe 
quel ch'i' or vidi--e ritegna l'image, 
mentre ch'io dico, come ferma rupe--,

quindici stelle che 'n diverse plage 
lo ciel avvivan di tanto sereno 
che soperchia de l'aere ogne compage;

imagini quel carro a cu' il seno 
basta del nostro cielo e notte e giorno, 
sì ch'al volger del temo non vien meno;

imagini la bocca di quel corno 
che si comincia in punta de lo stelo 
a cui la prima rota va dintorno,

aver fatto di sé due segni in cielo, 
qual fece la figliuola di Minoi 
allora che sentì di morte il gelo;

e l'un ne l'altro aver li raggi suoi, 
e amendue girarsi per maniera 
che l'uno andasse al primo e l'altro al poi;

e avrà quasi l'ombra de la vera 
costellazione e de la doppia danza 
che circulava il punto dov' io era:

poi ch'è tanto di là da nostra usanza, 
quanto di là dal mover de la Chiana 
si move il ciel che tutti li altri avanza.

Lì si cantò non Bacco, non Peana, 
ma tre persone in divina natura, 
e in una persona essa e l'umana.

Compié 'l cantare e 'l volger sua misura; 
e attesersi a noi quei santi lumi, 
felicitando sé di cura in cura.

Ruppe il silenzio ne' concordi numi 
poscia la luce in che mirabil vita 
del poverel di Dio narrata fumi,

e disse: «Quando l'una paglia è trita, 
quando la sua semenza è già riposta, 
a batter l'altra dolce amor m'invita.

Tu credi che nel petto onde la costa 
si trasse per formar la bella guancia 
il cui palato a tutto 'l mondo costa,

e in quel che, forato da la lancia, 
e prima e poscia tanto sodisfece, 
che d'ogne colpa vince la bilancia,

quantunque a la natura umana lece 
aver di lume, tutto fosse infuso 
da quel valor che l'uno e l'altro fece;

e però miri a ciò ch'io dissi suso, 
quando narrai che non ebbe 'l secondo 
lo ben che ne la quinta luce è chiuso.

Or apri li occhi a quel ch'io ti rispondo, 
e vedräi il tuo credere e 'l mio dire 
nel vero farsi come centro in tondo.

Ciò che non more e ciò che può morire 
non è se non splendor di quella idea 
che partorisce, amando, il nostro Sire;

ché quella viva luce che sì mea 
dal suo lucente, che non si disuna 
da lui né da l'amor ch'a lor s'intrea,

per sua bontate il suo raggiare aduna, 
quasi specchiato, in nove sussistenze, 
etternalmente rimanendosi una.

Quindi discende a l'ultime potenze 
giù d'atto in atto, tanto divenendo, 
che più non fa che brevi contingenze;

e queste contingenze essere intendo 
le cose generate, che produce 
con seme e sanza seme il ciel movendo.

La cera di costoro e chi la duce 
non sta d'un modo; e però sotto 'l segno 
idëale poi più e men traluce.

Ond' elli avvien ch'un medesimo legno, 
secondo specie, meglio e peggio frutta; 
e voi nascete con diverso ingegno.

Se fosse a punto la cera dedutta 
e fosse il cielo in sua virtù supprema, 
la luce del suggel parrebbe tutta;

ma la natura la dà sempre scema, 
similemente operando a l'artista 
ch'a l'abito de l'arte ha man che trema.

Però se 'l caldo amor la chiara vista 
de la prima virtù dispone e segna, 
tutta la perfezion quivi s'acquista.

Così fu fatta già la terra degna 
di tutta l'animal perfezïone; 
così fu fatta la Vergine pregna;

sì ch'io commendo tua oppinïone, 
che l'umana natura mai non fue 
né fia qual fu in quelle due persone.

Or s'i' non procedesse avanti piùe, 
`Dunque, come costui fu sanza pare?' 
comincerebber le parole tue.

Ma perché paia ben ciò che non pare, 
pensa chi era, e la cagion che 'l mosse, 
quando fu detto ``Chiedi", a dimandare.

Non ho parlato sì, che tu non posse 
ben veder ch'el fu re, che chiese senno 
acciò che re sufficïente fosse;

non per sapere il numero in che enno 
li motor di qua sù, o se necesse 
con contingente mai necesse fenno;

non si est dare primum motum esse, 
o se del mezzo cerchio far si puote 
trïangol sì ch'un retto non avesse.

Onde, se ciò ch'io dissi e questo note, 
regal prudenza è quel vedere impari 
in che lo stral di mia intenzion percuote;

e se al ``surse" drizzi li occhi chiari, 
vedrai aver solamente respetto 
ai regi, che son molti, e ' buon son rari.

Con questa distinzion prendi 'l mio detto; 
e così puote star con quel che credi 
del primo padre e del nostro Diletto.

E questo ti sia sempre piombo a' piedi, 
per farti mover lento com' uom lasso 
e al sì e al no che tu non vedi:

ché quelli è tra li stolti bene a basso, 
che sanza distinzione afferma e nega 
ne l'un così come ne l'altro passo;

perch' elli 'ncontra che più volte piega 
l'oppinïon corrente in falsa parte, 
e poi l'affetto l'intelletto lega.

Vie più che 'ndarno da riva si parte, 
perché non torna tal qual e' si move, 
chi pesca per lo vero e non ha l'arte.

E di ciò sono al mondo aperte prove 
Parmenide, Melisso e Brisso e molti, 
li quali andaro e non sapëan dove;

sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti 
che furon come spade a le Scritture 
in render torti li diritti volti.

Non sien le genti, ancor, troppo sicure 
a giudicar, sì come quei che stima 
le biade in campo pria che sien mature;

ch'i' ho veduto tutto 'l verno prima 
lo prun mostrarsi rigido e feroce, 
poscia portar la rosa in su la cima;

e legno vidi già dritto e veloce 
correr lo mar per tutto suo cammino, 
perire al fine a l'intrar de la foce.

Non creda donna Berta e ser Martino, 
per vedere un furare, altro offerere, 
vederli dentro al consiglio divino;

ché quel può surgere, e quel può cadere».


Canto XIV


Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro 
movesi l'acqua in un ritondo vaso, 
secondo ch'è percosso fuori o dentro:

ne la mia mente fé sùbito caso 
questo ch'io dico, sì come si tacque 
la glorïosa vita di Tommaso,

per la similitudine che nacque 
del suo parlare e di quel di Beatrice, 
a cui sì cominciar, dopo lui, piacque:

«A costui fa mestieri, e nol vi dice 
né con la voce né pensando ancora, 
d'un altro vero andare a la radice.

Diteli se la luce onde s'infiora 
vostra sustanza, rimarrà con voi 
etternalmente sì com' ell' è ora;

e se rimane, dite come, poi 
che sarete visibili rifatti, 
esser porà ch'al veder non vi nòi».

Come, da più letizia pinti e tratti, 
a la fïata quei che vanno a rota 
levan la voce e rallegrano li atti,

così, a l'orazion pronta e divota, 
li santi cerchi mostrar nova gioia 
nel torneare e ne la mira nota.

Qual si lamenta perché qui si moia 
per viver colà sù, non vide quive 
lo refrigerio de l'etterna ploia.

Quell' uno e due e tre che sempre vive 
e regna sempre in tre e 'n due e 'n uno, 
non circunscritto, e tutto circunscrive,

tre volte era cantato da ciascuno 
di quelli spirti con tal melodia, 
ch'ad ogne merto saria giusto muno.

E io udi' ne la luce più dia 
del minor cerchio una voce modesta, 
forse qual fu da l'angelo a Maria,

risponder: «Quanto fia lunga la festa 
di paradiso, tanto il nostro amore 
si raggerà dintorno cotal vesta.

La sua chiarezza séguita l'ardore; 
l'ardor la visïone, e quella è tanta, 
quant' ha di grazia sovra suo valore.

Come la carne glorïosa e santa 
fia rivestita, la nostra persona 
più grata fia per esser tutta quanta;

per che s'accrescerà ciò che ne dona 
di gratüito lume il sommo bene, 
lume ch'a lui veder ne condiziona;

onde la visïon crescer convene, 
crescer l'ardor che di quella s'accende, 
crescer lo raggio che da esso vene.

Ma sì come carbon che fiamma rende, 
e per vivo candor quella soverchia, 
sì che la sua parvenza si difende;

così questo folgór che già ne cerchia 
fia vinto in apparenza da la carne 
che tutto dì la terra ricoperchia;

né potrà tanta luce affaticarne: 
ché li organi del corpo saran forti 
a tutto ciò che potrà dilettarne».

Tanto mi parver sùbiti e accorti 
e l'uno e l'altro coro a dicer «Amme!», 
che ben mostrar disio d'i corpi morti:

forse non pur per lor, ma per le mamme, 
per li padri e per li altri che fuor cari 
anzi che fosser sempiterne fiamme.

Ed ecco intorno, di chiarezza pari, 
nascere un lustro sopra quel che v'era, 
per guisa d'orizzonte che rischiari.

E sì come al salir di prima sera 
comincian per lo ciel nove parvenze, 
sì che la vista pare e non par vera,

parvemi lì novelle sussistenze 
cominciare a vedere, e fare un giro 
di fuor da l'altre due circunferenze.

Oh vero sfavillar del Santo Spiro! 
come si fece sùbito e candente 
a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!

Ma Bëatrice sì bella e ridente 
mi si mostrò, che tra quelle vedute 
si vuol lasciar che non seguir la mente.

Quindi ripreser li occhi miei virtute 
a rilevarsi; e vidimi translato 
sol con mia donna in più alta salute.

Ben m'accors' io ch'io era più levato, 
per l'affocato riso de la stella, 
che mi parea più roggio che l'usato.

Con tutto 'l core e con quella favella 
ch'è una in tutti, a Dio feci olocausto, 
qual conveniesi a la grazia novella.

E non er' anco del mio petto essausto 
l'ardor del sacrificio, ch'io conobbi 
esso litare stato accetto e fausto;

ché con tanto lucore e tanto robbi 
m'apparvero splendor dentro a due raggi, 
ch'io dissi: «O Elïòs che sì li addobbi!».

Come distinta da minori e maggi 
lumi biancheggia tra ' poli del mondo 
Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi;

sì costellati facean nel profondo 
Marte quei raggi il venerabil segno 
che fan giunture di quadranti in tondo.

Qui vince la memoria mia lo 'ngegno; 
ché quella croce lampeggiava Cristo, 
sì ch'io non so trovare essempro degno;

ma chi prende sua croce e segue Cristo, 
ancor mi scuserà di quel ch'io lasso, 
vedendo in quell' albor balenar Cristo.

Di corno in corno e tra la cima e 'l basso 
si movien lumi, scintillando forte 
nel congiugnersi insieme e nel trapasso:

così si veggion qui diritte e torte, 
veloci e tarde, rinovando vista, 
le minuzie d'i corpi, lunghe e corte,

moversi per lo raggio onde si lista 
talvolta l'ombra che, per sua difesa, 
la gente con ingegno e arte acquista.

E come giga e arpa, in tempra tesa 
di molte corde, fa dolce tintinno 
a tal da cui la nota non è intesa,

così da' lumi che lì m'apparinno 
s'accogliea per la croce una melode 
che mi rapiva, sanza intender l'inno.

Ben m'accors' io ch'elli era d'alte lode, 
però ch'a me venìa «Resurgi» e «Vinci» 
come a colui che non intende e ode.

Ïo m'innamorava tanto quinci, 
che 'nfino a lì non fu alcuna cosa 
che mi legasse con sì dolci vinci.

Forse la mia parola par troppo osa, 
posponendo il piacer de li occhi belli, 
ne' quai mirando mio disio ha posa;

ma chi s'avvede che i vivi suggelli 
d'ogne bellezza più fanno più suso, 
e ch'io non m'era lì rivolto a quelli,

escusar puommi di quel ch'io m'accuso 
per escusarmi, e vedermi dir vero: 
ché 'l piacer santo non è qui dischiuso,

perché si fa, montando, più sincero.


Canto XV


Benigna volontade in che si liqua 
sempre l'amor che drittamente spira, 
come cupidità fa ne la iniqua,

silenzio puose a quella dolce lira, 
e fece quïetar le sante corde 
che la destra del cielo allenta e tira.

Come saranno a' giusti preghi sorde 
quelle sustanze che, per darmi voglia 
ch'io le pregassi, a tacer fur concorde?

Bene è che sanza termine si doglia 
chi, per amor di cosa che non duri 
etternalmente, quello amor si spoglia.

Quale per li seren tranquilli e puri 
discorre ad ora ad or sùbito foco, 
movendo li occhi che stavan sicuri,

e pare stella che tramuti loco, 
se non che da la parte ond' e' s'accende 
nulla sen perde, ed esso dura poco:

tale dal corno che 'n destro si stende 
a piè di quella croce corse un astro 
de la costellazion che lì resplende;

né si partì la gemma dal suo nastro, 
ma per la lista radïal trascorse, 
che parve foco dietro ad alabastro.

Sì pïa l'ombra d'Anchise si porse, 
se fede merta nostra maggior musa, 
quando in Eliso del figlio s'accorse.

«O sanguis meus, o superinfusa 
gratïa Deï, sicut tibi cui 
bis unquam celi ianüa reclusa?».

Così quel lume: ond' io m'attesi a lui; 
poscia rivolsi a la mia donna il viso, 
e quinci e quindi stupefatto fui;

ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso 
tal, ch'io pensai co' miei toccar lo fondo 
de la mia gloria e del mio paradiso.

Indi, a udire e a veder giocondo, 
giunse lo spirto al suo principio cose, 
ch'io non lo 'ntesi, sì parlò profondo;

né per elezïon mi si nascose, 
ma per necessità, ché 'l suo concetto 
al segno d'i mortal si soprapuose.

E quando l'arco de l'ardente affetto 
fu sì sfogato, che 'l parlar discese 
inver' lo segno del nostro intelletto,

la prima cosa che per me s'intese, 
«Benedetto sia tu», fu, «trino e uno, 
che nel mio seme se' tanto cortese!».

E seguì: «Grato e lontano digiuno, 
tratto leggendo del magno volume 
du' non si muta mai bianco né bruno,

solvuto hai, figlio, dentro a questo lume 
in ch'io ti parlo, mercè di colei 
ch'a l'alto volo ti vestì le piume.

Tu credi che a me tuo pensier mei 
da quel ch'è primo, così come raia 
da l'un, se si conosce, il cinque e 'l sei;

e però ch'io mi sia e perch' io paia 
più gaudïoso a te, non mi domandi, 
che alcun altro in questa turba gaia.

Tu credi 'l vero; ché i minori e ' grandi 
di questa vita miran ne lo speglio 
in che, prima che pensi, il pensier pandi;

ma perché 'l sacro amore in che io veglio 
con perpetüa vista e che m'asseta 
di dolce disïar, s'adempia meglio,

la voce tua sicura, balda e lieta 
suoni la volontà, suoni 'l disio, 
a che la mia risposta è già decreta!».

Io mi volsi a Beatrice, e quella udio 
pria ch'io parlassi, e arrisemi un cenno 
che fece crescer l'ali al voler mio.

Poi cominciai così: «L'affetto e 'l senno, 
come la prima equalità v'apparse, 
d'un peso per ciascun di voi si fenno,

però che 'l sol che v'allumò e arse, 
col caldo e con la luce è sì iguali, 
che tutte simiglianze sono scarse.

Ma voglia e argomento ne' mortali, 
per la cagion ch'a voi è manifesta, 
diversamente son pennuti in ali;

ond' io, che son mortal, mi sento in questa 
disagguaglianza, e però non ringrazio 
se non col core a la paterna festa.

Ben supplico io a te, vivo topazio 
che questa gioia prezïosa ingemmi, 
perché mi facci del tuo nome sazio».

«O fronda mia in che io compiacemmi 
pur aspettando, io fui la tua radice»: 
cotal principio, rispondendo, femmi.

Poscia mi disse: «Quel da cui si dice 
tua cognazione e che cent' anni e piùe 
girato ha 'l monte in la prima cornice,

mio figlio fu e tuo bisavol fue: 
ben si convien che la lunga fatica 
tu li raccorci con l'opere tue.

Fiorenza dentro da la cerchia antica, 
ond' ella toglie ancora e terza e nona, 
si stava in pace, sobria e pudica.

Non avea catenella, non corona, 
non gonne contigiate, non cintura 
che fosse a veder più che la persona.

Non faceva, nascendo, ancor paura 
la figlia al padre, che 'l tempo e la dote 
non fuggien quinci e quindi la misura.

Non avea case di famiglia vòte; 
non v'era giunto ancor Sardanapalo 
a mostrar ciò che 'n camera si puote.

Non era vinto ancora Montemalo 
dal vostro Uccellatoio, che, com' è vinto 
nel montar sù, così sarà nel calo.

Bellincion Berti vid' io andar cinto 
di cuoio e d'osso, e venir da lo specchio 
la donna sua sanza 'l viso dipinto;

e vidi quel d'i Nerli e quel del Vecchio 
esser contenti a la pelle scoperta, 
e le sue donne al fuso e al pennecchio.

Oh fortunate! ciascuna era certa 
de la sua sepultura, e ancor nulla 
era per Francia nel letto diserta.

L'una vegghiava a studio de la culla, 
e, consolando, usava l'idïoma 
che prima i padri e le madri trastulla;

l'altra, traendo a la rocca la chioma, 
favoleggiava con la sua famiglia 
d'i Troiani, di Fiesole e di Roma.

Saria tenuta allor tal maraviglia 
una Cianghella, un Lapo Salterello, 
qual or saria Cincinnato e Corniglia.

A così riposato, a così bello 
viver di cittadini, a così fida 
cittadinanza, a così dolce ostello,

Maria mi diè, chiamata in alte grida; 
e ne l'antico vostro Batisteo 
insieme fui cristiano e Cacciaguida.

Moronto fu mio frate ed Eliseo; 
mia donna venne a me di val di Pado, 
e quindi il sopranome tuo si feo.

Poi seguitai lo 'mperador Currado; 
ed el mi cinse de la sua milizia, 
tanto per bene ovrar li venni in grado.

Dietro li andai incontro a la nequizia 
di quella legge il cui popolo usurpa, 
per colpa d'i pastor, vostra giustizia.

Quivi fu' io da quella gente turpa 
disviluppato dal mondo fallace, 
lo cui amor molt' anime deturpa;

e venni dal martiro a questa pace».


Canto XVI


O poca nostra nobiltà di sangue, 
se glorïar di te la gente fai 
qua giù dove l'affetto nostro langue,

mirabil cosa non mi sarà mai: 
ché là dove appetito non si torce, 
dico nel cielo, io me ne gloriai.

Ben se' tu manto che tosto raccorce: 
sì che, se non s'appon di dì in die, 
lo tempo va dintorno con le force.

Dal `voi' che prima a Roma s'offerie, 
in che la sua famiglia men persevra, 
ricominciaron le parole mie;

onde Beatrice, ch'era un poco scevra, 
ridendo, parve quella che tossio 
al primo fallo scritto di Ginevra.

Io cominciai: «Voi siete il padre mio; 
voi mi date a parlar tutta baldezza; 
voi mi levate sì, ch'i' son più ch'io.

Per tanti rivi s'empie d'allegrezza 
la mente mia, che di sé fa letizia 
perché può sostener che non si spezza.

Ditemi dunque, cara mia primizia, 
quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni 
che si segnaro in vostra püerizia;

ditemi de l'ovil di San Giovanni 
quanto era allora, e chi eran le genti 
tra esso degne di più alti scanni».

Come s'avviva a lo spirar d'i venti 
carbone in fiamma, così vid' io quella 
luce risplendere a' miei blandimenti;

e come a li occhi miei si fé più bella, 
così con voce più dolce e soave, 
ma non con questa moderna favella,

dissemi: «Da quel dì che fu detto `Ave' 
al parto in che mia madre, ch'è or santa, 
s'allevïò di me ond' era grave,

al suo Leon cinquecento cinquanta 
e trenta fiate venne questo foco 
a rinfiammarsi sotto la sua pianta.

Li antichi miei e io nacqui nel loco 
dove si truova pria l'ultimo sesto 
da quei che corre il vostro annüal gioco.

Basti d'i miei maggiori udirne questo: 
chi ei si fosser e onde venner quivi, 
più è tacer che ragionare onesto.

Tutti color ch'a quel tempo eran ivi 
da poter arme tra Marte e 'l Batista, 
eran il quinto di quei ch'or son vivi.

Ma la cittadinanza, ch'è or mista 
di Campi, di Certaldo e di Fegghine, 
pura vediesi ne l'ultimo artista.

Oh quanto fora meglio esser vicine 
quelle genti ch'io dico, e al Galluzzo 
e a Trespiano aver vostro confine,

che averle dentro e sostener lo puzzo 
del villan d'Aguglion, di quel da Signa, 
che già per barattare ha l'occhio aguzzo!

Se la gente ch'al mondo più traligna 
non fosse stata a Cesare noverca, 
ma come madre a suo figlio benigna,

tal fatto è fiorentino e cambia e merca, 
che si sarebbe vòlto a Simifonti, 
là dove andava l'avolo a la cerca;

sariesi Montemurlo ancor de' Conti; 
sarieno i Cerchi nel piovier d'Acone, 
e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.

Sempre la confusion de le persone 
principio fu del mal de la cittade, 
come del vostro il cibo che s'appone;

e cieco toro più avaccio cade 
che cieco agnello; e molte volte taglia 
più e meglio una che le cinque spade.

Se tu riguardi Luni e Orbisaglia 
come sono ite, e come se ne vanno 
di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,

udir come le schiatte si disfanno 
non ti parrà nova cosa né forte, 
poscia che le cittadi termine hanno.

Le vostre cose tutte hanno lor morte, 
sì come voi; ma celasi in alcuna 
che dura molto, e le vite son corte.

E come 'l volger del ciel de la luna 
cuopre e discuopre i liti sanza posa, 
così fa di Fiorenza la Fortuna:

per che non dee parer mirabil cosa 
ciò ch'io dirò de li alti Fiorentini 
onde è la fama nel tempo nascosa.

Io vidi li Ughi e vidi i Catellini, 
Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi, 
già nel calare, illustri cittadini;

e vidi così grandi come antichi, 
con quel de la Sannella, quel de l'Arca, 
e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.

Sovra la porta ch'al presente è carca 
di nova fellonia di tanto peso 
che tosto fia iattura de la barca,

erano i Ravignani, ond' è disceso 
il conte Guido e qualunque del nome 
de l'alto Bellincione ha poscia preso.

Quel de la Pressa sapeva già come 
regger si vuole, e avea Galigaio 
dorata in casa sua già l'elsa e 'l pome.

Grand' era già la colonna del Vaio, 
Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci 
e Galli e quei ch'arrossan per lo staio.

Lo ceppo di che nacquero i Calfucci 
era già grande, e già eran tratti 
a le curule Sizii e Arrigucci.

Oh quali io vidi quei che son disfatti 
per lor superbia! e le palle de l'oro 
fiorian Fiorenza in tutt' i suoi gran fatti.

Così facieno i padri di coloro 
che, sempre che la vostra chiesa vaca, 
si fanno grassi stando a consistoro.

L'oltracotata schiatta che s'indraca 
dietro a chi fugge, e a chi mostra 'l dente 
o ver la borsa, com' agnel si placa,

già venìa sù, ma di picciola gente; 
sì che non piacque ad Ubertin Donato 
che poï il suocero il fé lor parente.

Già era 'l Caponsacco nel mercato 
disceso giù da Fiesole, e già era 
buon cittadino Giuda e Infangato.

Io dirò cosa incredibile e vera: 
nel picciol cerchio s'entrava per porta 
che si nomava da quei de la Pera.

Ciascun che de la bella insegna porta 
del gran barone il cui nome e 'l cui pregio 
la festa di Tommaso riconforta,

da esso ebbe milizia e privilegio; 
avvegna che con popol si rauni 
oggi colui che la fascia col fregio.

Già eran Gualterotti e Importuni; 
e ancor saria Borgo più quïeto, 
se di novi vicin fosser digiuni.

La casa di che nacque il vostro fleto, 
per lo giusto disdegno che v'ha morti 
e puose fine al vostro viver lieto,

era onorata, essa e suoi consorti: 
o Buondelmonte, quanto mal fuggisti 
le nozze süe per li altrui conforti!

Molti sarebber lieti, che son tristi, 
se Dio t'avesse conceduto ad Ema 
la prima volta ch'a città venisti.

Ma conveniesi a quella pietra scema 
che guarda 'l ponte, che Fiorenza fesse 
vittima ne la sua pace postrema.

Con queste genti, e con altre con esse, 
vid' io Fiorenza in sì fatto riposo, 
che non avea cagione onde piangesse.

Con queste genti vid'io glorïoso 
e giusto il popol suo, tanto che 'l giglio 
non era ad asta mai posto a ritroso,

né per divisïon fatto vermiglio».


Canto XVII


Qual venne a Climenè, per accertarsi 
di ciò ch'avëa incontro a sé udito, 
quei ch'ancor fa li padri ai figli scarsi;

tal era io, e tal era sentito 
e da Beatrice e da la santa lampa 
che pria per me avea mutato sito.

Per che mia donna «Manda fuor la vampa 
del tuo disio», mi disse, «sì ch'ella esca 
segnata bene de la interna stampa:

non perché nostra conoscenza cresca 
per tuo parlare, ma perché t'ausi 
a dir la sete, sì che l'uom ti mesca».

«O cara piota mia che sì t'insusi, 
che, come veggion le terrene menti 
non capere in trïangol due ottusi,

così vedi le cose contingenti 
anzi che sieno in sé, mirando il punto 
a cui tutti li tempi son presenti;

mentre ch'io era a Virgilio congiunto 
su per lo monte che l'anime cura 
e discendendo nel mondo defunto,

dette mi fuor di mia vita futura 
parole gravi, avvegna ch'io mi senta 
ben tetragono ai colpi di ventura;

per che la voglia mia saria contenta 
d'intender qual fortuna mi s'appressa: 
ché saetta previsa vien più lenta».

Così diss' io a quella luce stessa 
che pria m'avea parlato; e come volle 
Beatrice, fu la mia voglia confessa.

Né per ambage, in che la gente folle 
già s'inviscava pria che fosse anciso 
l'Agnel di Dio che le peccata tolle,

ma per chiare parole e con preciso 
latin rispuose quello amor paterno, 
chiuso e parvente del suo proprio riso:

«La contingenza, che fuor del quaderno 
de la vostra matera non si stende, 
tutta è dipinta nel cospetto etterno;

necessità però quindi non prende 
se non come dal viso in che si specchia 
nave che per torrente giù discende.

Da indi, sì come viene ad orecchia 
dolce armonia da organo, mi viene 
a vista il tempo che ti s'apparecchia.

Qual si partio Ipolito d'Atene 
per la spietata e perfida noverca, 
tal di Fiorenza partir ti convene.

Questo si vuole e questo già si cerca, 
e tosto verrà fatto a chi ciò pensa 
là dove Cristo tutto dì si merca.

La colpa seguirà la parte offensa 
in grido, come suol; ma la vendetta 
fia testimonio al ver che la dispensa.

Tu lascerai ogne cosa diletta 
più caramente; e questo è quello strale 
che l'arco de lo essilio pria saetta.

Tu proverai sì come sa di sale 
lo pane altrui, e come è duro calle 
lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.

E quel che più ti graverà le spalle, 
sarà la compagnia malvagia e scempia 
con la qual tu cadrai in questa valle;

che tutta ingrata, tutta matta ed empia 
si farà contr' a te; ma, poco appresso, 
ella, non tu, n'avrà rossa la tempia.

Di sua bestialitate il suo processo 
farà la prova; sì ch'a te fia bello 
averti fatta parte per te stesso.

Lo primo tuo refugio e 'l primo ostello 
sarà la cortesia del gran Lombardo 
che 'n su la scala porta il santo uccello;

ch'in te avrà sì benigno riguardo, 
che del fare e del chieder, tra voi due, 
fia primo quel che tra li altri è più tardo.

Con lui vedrai colui che 'mpresso fue, 
nascendo, sì da questa stella forte, 
che notabili fier l'opere sue.

Non se ne son le genti ancora accorte 
per la novella età, ché pur nove anni 
son queste rote intorno di lui torte;

ma pria che 'l Guasco l'alto Arrigo inganni, 
parran faville de la sua virtute 
in non curar d'argento né d'affanni.

Le sue magnificenze conosciute 
saranno ancora, sì che ' suoi nemici 
non ne potran tener le lingue mute.

A lui t'aspetta e a' suoi benefici; 
per lui fia trasmutata molta gente, 
cambiando condizion ricchi e mendici;

e portera'ne scritto ne la mente 
di lui, e nol dirai»; e disse cose 
incredibili a quei che fier presente.

Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose 
di quel che ti fu detto; ecco le 'nsidie 
che dietro a pochi giri son nascose.

Non vo' però ch'a' tuoi vicini invidie, 
poscia che s'infutura la tua vita 
vie più là che 'l punir di lor perfidie».

Poi che, tacendo, si mostrò spedita 
l'anima santa di metter la trama 
in quella tela ch'io le porsi ordita,

io cominciai, come colui che brama, 
dubitando, consiglio da persona 
che vede e vuol dirittamente e ama:

«Ben veggio, padre mio, sì come sprona 
lo tempo verso me, per colpo darmi 
tal, ch'è più grave a chi più s'abbandona;

per che di provedenza è buon ch'io m'armi, 
sì che, se loco m'è tolto più caro, 
io non perdessi li altri per miei carmi.

Giù per lo mondo sanza fine amaro, 
e per lo monte del cui bel cacume 
li occhi de la mia donna mi levaro,

e poscia per lo ciel, di lume in lume, 
ho io appreso quel che s'io ridico, 
a molti fia sapor di forte agrume;

e s'io al vero son timido amico, 
temo di perder viver tra coloro 
che questo tempo chiameranno antico».

La luce in che rideva il mio tesoro 
ch'io trovai lì, si fé prima corusca, 
quale a raggio di sole specchio d'oro;

indi rispuose: «Coscïenza fusca 
o de la propria o de l'altrui vergogna 
pur sentirà la tua parola brusca.

Ma nondimen, rimossa ogne menzogna, 
tutta tua visïon fa manifesta; 
e lascia pur grattar dov' è la rogna.

Ché se la voce tua sarà molesta 
nel primo gusto, vital nodrimento 
lascerà poi, quando sarà digesta.

Questo tuo grido farà come vento, 
che le più alte cime più percuote; 
e ciò non fa d'onor poco argomento.

Però ti son mostrate in queste rote, 
nel monte e ne la valle dolorosa 
pur l'anime che son di fama note,

che l'animo di quel ch'ode, non posa 
né ferma fede per essempro ch'aia 
la sua radice incognita e ascosa,

né per altro argomento che non paia».


Canto XVIII


Già si godeva solo del suo verbo 
quello specchio beato, e io gustava 
lo mio, temprando col dolce l'acerbo;

e quella donna ch'a Dio mi menava 
disse: «Muta pensier; pensa ch'i' sono 
presso a colui ch'ogne torto disgrava».

Io mi rivolsi a l'amoroso suono 
del mio conforto; e qual io allor vidi 
ne li occhi santi amor, qui l'abbandono:

non perch' io pur del mio parlar diffidi, 
ma per la mente che non può redire 
sovra sé tanto, s'altri non la guidi.

Tanto poss' io di quel punto ridire, 
che, rimirando lei, lo mio affetto 
libero fu da ogne altro disire,

fin che 'l piacere etterno, che diretto 
raggiava in Bëatrice, dal bel viso 
mi contentava col secondo aspetto.

Vincendo me col lume d'un sorriso, 
ella mi disse: «Volgiti e ascolta; 
ché non pur ne' miei occhi è paradiso».

Come si vede qui alcuna volta 
l'affetto ne la vista, s'elli è tanto, 
che da lui sia tutta l'anima tolta,

così nel fiammeggiar del folgór santo, 
a ch'io mi volsi, conobbi la voglia 
in lui di ragionarmi ancora alquanto.

El cominciò: «In questa quinta soglia 
de l'albero che vive de la cima 
e frutta sempre e mai non perde foglia,

spiriti son beati, che giù, prima 
che venissero al ciel, fuor di gran voce, 
sì ch'ogne musa ne sarebbe opima.

Però mira ne' corni de la croce: 
quello ch'io nomerò, lì farà l'atto 
che fa in nube il suo foco veloce».

Io vidi per la croce un lume tratto 
dal nomar Iosuè, com' el si feo; 
né mi fu noto il dir prima che 'l fatto.

E al nome de l'alto Macabeo 
vidi moversi un altro roteando, 
e letizia era ferza del paleo.

Così per Carlo Magno e per Orlando 
due ne seguì lo mio attento sguardo, 
com' occhio segue suo falcon volando.

Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo 
e 'l duca Gottifredi la mia vista 
per quella croce, e Ruberto Guiscardo.

Indi, tra l'altre luci mota e mista, 
mostrommi l'alma che m'avea parlato 
qual era tra i cantor del cielo artista.

Io mi rivolsi dal mio destro lato 
per vedere in Beatrice il mio dovere, 
o per parlare o per atto, segnato;

e vidi le sue luci tanto mere, 
tanto gioconde, che la sua sembianza 
vinceva li altri e l'ultimo solere.

E come, per sentir più dilettanza 
bene operando, l'uom di giorno in giorno 
s'accorge che la sua virtute avanza,

sì m'accors' io che 'l mio girare intorno 
col cielo insieme avea cresciuto l'arco, 
veggendo quel miracol più addorno.

E qual è 'l trasmutare in picciol varco 
di tempo in bianca donna, quando 'l volto 
suo si discarchi di vergogna il carco,

tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto, 
per lo candor de la temprata stella 
sesta, che dentro a sé m'avea ricolto.

Io vidi in quella giovïal facella 
lo sfavillar de l'amor che lì era 
segnare a li occhi miei nostra favella.

E come augelli surti di rivera, 
quasi congratulando a lor pasture, 
fanno di sé or tonda or altra schiera,

sì dentro ai lumi sante creature 
volitando cantavano, e faciensi 
or D, or I, or L in sue figure.

Prima, cantando, a sua nota moviensi; 
poi, diventando l'un di questi segni, 
un poco s'arrestavano e taciensi.

O diva Pegasëa che li 'ngegni 
fai glorïosi e rendili longevi, 
ed essi teco le cittadi e ' regni,

illustrami di te, sì ch'io rilevi 
le lor figure com' io l'ho concette: 
paia tua possa in questi versi brevi!

Mostrarsi dunque in cinque volte sette 
vocali e consonanti; e io notai 
le parti sì, come mi parver dette.

'DILIGITE IUSTITIAM', primai 
fur verbo e nome di tutto 'l dipinto; 
'QUI IUDICATIS TERRAM', fur sezzai.

Poscia ne l'emme del vocabol quinto 
rimasero ordinate; sì che Giove 
pareva argento lì d'oro distinto.

E vidi scendere altre luci dove 
era il colmo de l'emme, e lì quetarsi 
cantando, credo, il ben ch'a sé le move.

Poi, come nel percuoter d'i ciocchi arsi 
surgono innumerabili faville, 
onde li stolti sogliono agurarsi,

resurger parver quindi più di mille 
luci e salir, qual assai e qual poco, 
sì come 'l sol che l'accende sortille;

e quïetata ciascuna in suo loco, 
la testa e 'l collo d'un'aguglia vidi 
rappresentare a quel distinto foco.

Quei che dipinge lì, non ha chi 'l guidi; 
ma esso guida, e da lui si rammenta 
quella virtù ch'è forma per li nidi.

L'altra bëatitudo, che contenta 
pareva prima d'ingigliarsi a l'emme, 
con poco moto seguitò la 'mprenta.

O dolce stella, quali e quante gemme 
mi dimostraro che nostra giustizia 
effetto sia del ciel che tu ingemme!

Per ch'io prego la mente in che s'inizia 
tuo moto e tua virtute, che rimiri 
ond' esce il fummo che 'l tuo raggio vizia;

sì ch'un'altra fïata omai s'adiri 
del comperare e vender dentro al templo 
che si murò di segni e di martìri.

O milizia del ciel cu' io contemplo, 
adora per color che sono in terra 
tutti svïati dietro al malo essemplo!

Già si solea con le spade far guerra; 
ma or si fa togliendo or qui or quivi 
lo pan che 'l pïo Padre a nessun serra.

Ma tu che sol per cancellare scrivi, 
pensa che Pietro e Paulo, che moriro 
per la vigna che guasti, ancor son vivi.

Ben puoi tu dire: «I' ho fermo 'l disiro 
sì a colui che volle viver solo 
e che per salti fu tratto al martiro,

ch'io non conosco il pescator né Polo».


Canto XIX


Parea dinanzi a me con l'ali aperte 
la bella image che nel dolce frui 
liete facevan l'anime conserte;

parea ciascuna rubinetto in cui 
raggio di sole ardesse sì acceso, 
che ne' miei occhi rifrangesse lui.

E quel che mi convien ritrar testeso, 
non portò voce mai, né scrisse incostro, 
né fu per fantasia già mai compreso;

ch'io vidi e anche udi' parlar lo rostro, 
e sonar ne la voce e «io» e «mio», 
quand' era nel concetto e `noi' e `nostro'.

E cominciò: «Per esser giusto e pio 
son io qui essaltato a quella gloria 
che non si lascia vincere a disio;

e in terra lasciai la mia memoria 
sì fatta, che le genti lì malvage 
commendan lei, ma non seguon la storia».

Così un sol calor di molte brage 
si fa sentir, come di molti amori 
usciva solo un suon di quella image.

Ond' io appresso: «O perpetüi fiori 
de l'etterna letizia, che pur uno 
parer mi fate tutti vostri odori,

solvetemi, spirando, il gran digiuno 
che lungamente m'ha tenuto in fame, 
non trovandoli in terra cibo alcuno.

Ben so io che, se 'n cielo altro reame 
la divina giustizia fa suo specchio, 
che 'l vostro non l'apprende con velame.

Sapete come attento io m'apparecchio 
ad ascoltar; sapete qual è quello 
dubbio che m'è digiun cotanto vecchio».

Quasi falcone ch'esce del cappello, 
move la testa e con l'ali si plaude, 
voglia mostrando e faccendosi bello,

vid' io farsi quel segno, che di laude 
de la divina grazia era contesto, 
con canti quai si sa chi là sù gaude.

Poi cominciò: «Colui che volse il sesto 
a lo stremo del mondo, e dentro ad esso 
distinse tanto occulto e manifesto,

non poté suo valor sì fare impresso 
in tutto l'universo, che 'l suo verbo 
non rimanesse in infinito eccesso.

E ciò fa certo che 'l primo superbo, 
che fu la somma d'ogne creatura, 
per non aspettar lume, cadde acerbo;

e quinci appar ch'ogne minor natura 
è corto recettacolo a quel bene 
che non ha fine e sé con sé misura.

Dunque vostra veduta, che convene 
esser alcun de' raggi de la mente 
di che tutte le cose son ripiene,

non pò da sua natura esser possente 
tanto, che suo principio discerna 
molto di là da quel che l'è parvente.

Però ne la giustizia sempiterna 
la vista che riceve il vostro mondo, 
com' occhio per lo mare, entro s'interna;

che, ben che da la proda veggia il fondo, 
in pelago nol vede; e nondimeno 
èli, ma cela lui l'esser profondo.

Lume non è, se non vien dal sereno 
che non si turba mai; anzi è tenèbra 
od ombra de la carne o suo veleno.

Assai t'è mo aperta la latebra 
che t'ascondeva la giustizia viva, 
di che facei question cotanto crebra;

ché tu dicevi: ``Un uom nasce a la riva 
de l'Indo, e quivi non è chi ragioni 
di Cristo né chi legga né chi scriva;

e tutti suoi voleri e atti buoni 
sono, quanto ragione umana vede, 
sanza peccato in vita o in sermoni.

Muore non battezzato e sanza fede: 
ov' è questa giustizia che 'l condanna? 
ov' è la colpa sua, se ei non crede?".

Or tu chi se', che vuo' sedere a scranna, 
per giudicar di lungi mille miglia 
con la veduta corta d'una spanna?

Certo a colui che meco s'assottiglia, 
se la Scrittura sovra voi non fosse, 
da dubitar sarebbe a maraviglia.

Oh terreni animali! oh menti grosse! 
La prima volontà, ch'è da sé buona, 
da sé, ch'è sommo ben, mai non si mosse.

Cotanto è giusto quanto a lei consuona: 
nullo creato bene a sé la tira, 
ma essa, radïando, lui cagiona».

Quale sovresso il nido si rigira 
poi c'ha pasciuti la cicogna i figli, 
e come quel ch'è pasto la rimira;

cotal si fece, e sì leväi i cigli, 
la benedetta imagine, che l'ali 
movea sospinte da tanti consigli.

Roteando cantava, e dicea: «Quali 
son le mie note a te, che non le 'ntendi, 
tal è il giudicio etterno a voi mortali».

Poi si quetaro quei lucenti incendi 
de lo Spirito Santo ancor nel segno 
che fé i Romani al mondo reverendi,

esso ricominciò: «A questo regno 
non salì mai chi non credette 'n Cristo, 
né pria né poi ch'el si chiavasse al legno.

Ma vedi: molti gridan ``Cristo, Cristo!", 
che saranno in giudicio assai men prope 
a lui, che tal che non conosce Cristo;

e tai Cristian dannerà l'Etïòpe, 
quando si partiranno i due collegi, 
l'uno in etterno ricco e l'altro inòpe.

Che poran dir li Perse a' vostri regi, 
come vedranno quel volume aperto 
nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?

Lì si vedrà, tra l'opere d'Alberto, 
quella che tosto moverà la penna, 
per che 'l regno di Praga fia diserto.

Lì si vedrà il duol che sovra Senna 
induce, falseggiando la moneta, 
quel che morrà di colpo di cotenna.

Lì si vedrà la superbia ch'asseta, 
che fa lo Scotto e l'Inghilese folle, 
sì che non può soffrir dentro a sua meta.

Vedrassi la lussuria e 'l viver molle 
di quel di Spagna e di quel di Boemme, 
che mai valor non conobbe né volle.

Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme 
segnata con un i la sua bontate, 
quando 'l contrario segnerà un emme.

Vedrassi l'avarizia e la viltate 
di quei che guarda l'isola del foco, 
ove Anchise finì la lunga etate;

e a dare ad intender quanto è poco, 
la sua scrittura fian lettere mozze, 
che noteranno molto in parvo loco.

E parranno a ciascun l'opere sozze 
del barba e del fratel, che tanto egregia 
nazione e due corone han fatte bozze.

E quel di Portogallo e di Norvegia 
lì si conosceranno, e quel di Rascia 
che male ha visto il conio di Vinegia.

Oh beata Ungheria, se non si lascia 
più malmenare! e beata Navarra, 
se s'armasse del monte che la fascia!

E creder de' ciascun che già, per arra 
di questo, Niccosïa e Famagosta 
per la lor bestia si lamenti e garra,

che dal fianco de l'altre non si scosta».


Canto XX


Quando colui che tutto 'l mondo alluma 
de l'emisperio nostro sì discende, 
che 'l giorno d'ogne parte si consuma,

lo ciel, che sol di lui prima s'accende, 
subitamente si rifà parvente 
per molte luci, in che una risplende;

e questo atto del ciel mi venne a mente, 
come 'l segno del mondo e de' suoi duci 
nel benedetto rostro fu tacente;

però che tutte quelle vive luci, 
vie più lucendo, cominciaron canti 
da mia memoria labili e caduci.

O dolce amor che di riso t'ammanti, 
quanto parevi ardente in que' flailli, 
ch'avieno spirto sol di pensier santi!

Poscia che i cari e lucidi lapilli 
ond' io vidi ingemmato il sesto lume 
puoser silenzio a li angelici squilli,

udir mi parve un mormorar di fiume 
che scende chiaro giù di pietra in pietra, 
mostrando l'ubertà del suo cacume.

E come suono al collo de la cetra 
prende sua forma, e sì com' al pertugio 
de la sampogna vento che penètra,

così, rimosso d'aspettare indugio, 
quel mormorar de l'aguglia salissi 
su per lo collo, come fosse bugio.

Fecesi voce quivi, e quindi uscissi 
per lo suo becco in forma di parole, 
quali aspettava il core ov' io le scrissi.

«La parte in me che vede e pate il sole 
ne l'aguglie mortali», incominciommi, 
«or fisamente riguardar si vole,

perché d'i fuochi ond' io figura fommi, 
quelli onde l'occhio in testa mi scintilla, 
e' di tutti lor gradi son li sommi.

Colui che luce in mezzo per pupilla, 
fu il cantor de lo Spirito Santo, 
che l'arca traslatò di villa in villa:

ora conosce il merto del suo canto, 
in quanto effetto fu del suo consiglio, 
per lo remunerar ch'è altrettanto.

Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio, 
colui che più al becco mi s'accosta, 
la vedovella consolò del figlio:

ora conosce quanto caro costa 
non seguir Cristo, per l'esperïenza 
di questa dolce vita e de l'opposta.

E quel che segue in la circunferenza 
di che ragiono, per l'arco superno, 
morte indugiò per vera penitenza:

ora conosce che 'l giudicio etterno 
non si trasmuta, quando degno preco 
fa crastino là giù de l'odïerno.

L'altro che segue, con le leggi e meco, 
sotto buona intenzion che fé mal frutto, 
per cedere al pastor si fece greco:

ora conosce come il mal dedutto 
dal suo bene operar non li è nocivo, 
avvegna che sia 'l mondo indi distrutto.

E quel che vedi ne l'arco declivo, 
Guiglielmo fu, cui quella terra plora 
che piagne Carlo e Federigo vivo:

ora conosce come s'innamora 
lo ciel del giusto rege, e al sembiante 
del suo fulgore il fa vedere ancora.

Chi crederebbe giù nel mondo errante 
che Rifëo Troiano in questo tondo 
fosse la quinta de le luci sante?

Ora conosce assai di quel che 'l mondo 
veder non può de la divina grazia, 
ben che sua vista non discerna il fondo».

Quale allodetta che 'n aere si spazia 
prima cantando, e poi tace contenta 
de l'ultima dolcezza che la sazia,

tal mi sembiò l'imago de la 'mprenta 
de l'etterno piacere, al cui disio 
ciascuna cosa qual ell' è diventa.

E avvegna ch'io fossi al dubbiar mio 
lì quasi vetro a lo color ch'el veste, 
tempo aspettar tacendo non patio,

ma de la bocca, «Che cose son queste?», 
mi pinse con la forza del suo peso: 
per ch'io di coruscar vidi gran feste.

Poi appresso, con l'occhio più acceso, 
lo benedetto segno mi rispuose 
per non tenermi in ammirar sospeso:

«Io veggio che tu credi queste cose 
perch' io le dico, ma non vedi come; 
sì che, se son credute, sono ascose.

Fai come quei che la cosa per nome 
apprende ben, ma la sua quiditate 
veder non può se altri non la prome.

Regnum celorum vïolenza pate 
da caldo amore e da viva speranza, 
che vince la divina volontate:

non a guisa che l'omo a l'om sobranza, 
ma vince lei perché vuole esser vinta, 
e, vinta, vince con sua beninanza.

La prima vita del ciglio e la quinta 
ti fa maravigliar, perché ne vedi 
la regïon de li angeli dipinta.

D'i corpi suoi non uscir, come credi, 
Gentili, ma Cristiani, in ferma fede 
quel d'i passuri e quel d'i passi piedi.

Ché l'una de lo 'nferno, u' non si riede 
già mai a buon voler, tornò a l'ossa; 
e ciò di viva spene fu mercede:

di viva spene, che mise la possa 
ne' prieghi fatti a Dio per suscitarla, 
sì che potesse sua voglia esser mossa.

L'anima glorïosa onde si parla, 
tornata ne la carne, in che fu poco, 
credette in lui che potëa aiutarla;

e credendo s'accese in tanto foco 
di vero amor, ch'a la morte seconda 
fu degna di venire a questo gioco.

L'altra, per grazia che da sì profonda 
fontana stilla, che mai creatura 
non pinse l'occhio infino a la prima onda,

tutto suo amor là giù pose a drittura: 
per che, di grazia in grazia, Dio li aperse 
l'occhio a la nostra redenzion futura;

ond' ei credette in quella, e non sofferse 
da indi il puzzo più del paganesmo; 
e riprendiene le genti perverse.

Quelle tre donne li fur per battesmo 
che tu vedesti da la destra rota, 
dinanzi al battezzar più d'un millesmo.

O predestinazion, quanto remota 
è la radice tua da quelli aspetti 
che la prima cagion non veggion tota!

E voi, mortali, tenetevi stretti 
a giudicar: ché noi, che Dio vedemo, 
non conosciamo ancor tutti li eletti;

ed ènne dolce così fatto scemo, 
perché il ben nostro in questo ben s'affina, 
che quel che vole Iddio, e noi volemo».

Così da quella imagine divina, 
per farmi chiara la mia corta vista, 
data mi fu soave medicina.

E come a buon cantor buon citarista 
fa seguitar lo guizzo de la corda, 
in che più di piacer lo canto acquista,

sì, mentre ch'e' parlò, sì mi ricorda 
ch'io vidi le due luci benedette, 
pur come batter d'occhi si concorda,

con le parole mover le fiammette.


Canto XXI


Già eran li occhi miei rifissi al volto 
de la mia donna, e l'animo con essi, 
e da ogne altro intento s'era tolto.

E quella non ridea; ma «S'io ridessi», 
mi cominciò, «tu ti faresti quale 
fu Semelè quando di cener fessi:

ché la bellezza mia, che per le scale 
de l'etterno palazzo più s'accende, 
com' hai veduto, quanto più si sale,

se non si temperasse, tanto splende, 
che 'l tuo mortal podere, al suo fulgore, 
sarebbe fronda che trono scoscende.

Noi sem levati al settimo splendore, 
che sotto 'l petto del Leone ardente 
raggia mo misto giù del suo valore.

Ficca di retro a li occhi tuoi la mente, 
e fa di quelli specchi a la figura 
che 'n questo specchio ti sarà parvente».

Qual savesse qual era la pastura 
del viso mio ne l'aspetto beato 
quand' io mi trasmutai ad altra cura,

conoscerebbe quanto m'era a grato 
ubidire a la mia celeste scorta, 
contrapesando l'un con l'altro lato.

Dentro al cristallo che 'l vocabol porta, 
cerchiando il mondo, del suo caro duce 
sotto cui giacque ogne malizia morta,

di color d'oro in che raggio traluce 
vid' io uno scaleo eretto in suso 
tanto, che nol seguiva la mia luce.

Vidi anche per li gradi scender giuso 
tanti splendor, ch'io pensai ch'ogne lume 
che par nel ciel, quindi fosse diffuso.

E come, per lo natural costume, 
le pole insieme, al cominciar del giorno, 
si movono a scaldar le fredde piume;

poi altre vanno via sanza ritorno, 
altre rivolgon sé onde son mosse, 
e altre roteando fan soggiorno;

tal modo parve me che quivi fosse 
in quello sfavillar che 'nsieme venne, 
sì come in certo grado si percosse.

E quel che presso più ci si ritenne, 
si fé sì chiaro, ch'io dicea pensando: 
`Io veggio ben l'amor che tu m'accenne.

Ma quella ond' io aspetto il come e 'l quando 
del dire e del tacer, si sta; ond' io, 
contra 'l disio, fo ben ch'io non dimando'.

Per ch'ella, che vedëa il tacer mio 
nel veder di colui che tutto vede, 
mi disse: «Solvi il tuo caldo disio».

E io incominciai: «La mia mercede 
non mi fa degno de la tua risposta; 
ma per colei che 'l chieder mi concede,

vita beata che ti stai nascosta 
dentro a la tua letizia, fammi nota 
la cagion che sì presso mi t'ha posta;

e dì perché si tace in questa rota 
la dolce sinfonia di paradiso, 
che giù per l'altre suona sì divota».

«Tu hai l'udir mortal sì come il viso», 
rispuose a me; «onde qui non si canta 
per quel che Bëatrice non ha riso.

Giù per li gradi de la scala santa 
discesi tanto sol per farti festa 
col dire e con la luce che mi ammanta;

né più amor mi fece esser più presta, 
ché più e tanto amor quinci sù ferve, 
sì come il fiammeggiar ti manifesta.

Ma l'alta carità, che ci fa serve 
pronte al consiglio che 'l mondo governa, 
sorteggia qui sì come tu osserve».

«Io veggio ben», diss' io, «sacra lucerna, 
come libero amore in questa corte 
basta a seguir la provedenza etterna;

ma questo è quel ch'a cerner mi par forte, 
perché predestinata fosti sola 
a questo officio tra le tue consorte».

Né venni prima a l'ultima parola, 
che del suo mezzo fece il lume centro, 
girando sé come veloce mola;

poi rispuose l'amor che v'era dentro: 
«Luce divina sopra me s'appunta, 
penetrando per questa in ch'io m'inventro,

la cui virtù, col mio veder congiunta, 
mi leva sopra me tanto, ch'i' veggio 
la somma essenza de la quale è munta.

Quinci vien l'allegrezza ond' io fiammeggio; 
per ch'a la vista mia, quant' ella è chiara, 
la chiarità de la fiamma pareggio.

Ma quell' alma nel ciel che più si schiara, 
quel serafin che 'n Dio più l'occhio ha fisso, 
a la dimanda tua non satisfara,

però che sì s'innoltra ne lo abisso 
de l'etterno statuto quel che chiedi, 
che da ogne creata vista è scisso.

E al mondo mortal, quando tu riedi, 
questo rapporta, sì che non presumma 
a tanto segno più mover li piedi.

La mente, che qui luce, in terra fumma; 
onde riguarda come può là giùe 
quel che non pote perché 'l ciel l'assumma».

Sì mi prescrisser le parole sue, 
ch'io lasciai la quistione e mi ritrassi 
a dimandarla umilmente chi fue.

«Tra ' due liti d'Italia surgon sassi, 
e non molto distanti a la tua patria, 
tanto che ' troni assai suonan più bassi,

e fanno un gibbo che si chiama Catria, 
di sotto al quale è consecrato un ermo, 
che suole esser disposto a sola latria».

Così ricominciommi il terzo sermo; 
e poi, continüando, disse: «Quivi 
al servigio di Dio mi fe' sì fermo,

che pur con cibi di liquor d'ulivi 
lievemente passava caldi e geli, 
contento ne' pensier contemplativi.

Render solea quel chiostro a questi cieli 
fertilemente; e ora è fatto vano, 
sì che tosto convien che si riveli.

In quel loco fu' io Pietro Damiano, 
e Pietro Peccator fu' ne la casa 
di Nostra Donna in sul lito adriano.

Poca vita mortal m'era rimasa, 
quando fui chiesto e tratto a quel cappello, 
che pur di male in peggio si travasa.

Venne Cefàs e venne il gran vasello 
de lo Spirito Santo, magri e scalzi, 
prendendo il cibo da qualunque ostello.

Or voglion quinci e quindi chi rincalzi 
li moderni pastori e chi li meni, 
tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.

Cuopron d'i manti loro i palafreni, 
sì che due bestie van sott' una pelle: 
oh pazïenza che tanto sostieni!».

A questa voce vid' io più fiammelle 
di grado in grado scendere e girarsi, 
e ogne giro le facea più belle.

Dintorno a questa vennero e fermarsi, 
e fero un grido di sì alto suono, 
che non potrebbe qui assomigliarsi;

né io lo 'ntesi, sì mi vinse il tuono.


Canto XXII


Oppresso di stupore, a la mia guida 
mi volsi, come parvol che ricorre 
sempre colà dove più si confida;

e quella, come madre che soccorre 
sùbito al figlio palido e anelo 
con la sua voce, che 'l suol ben disporre,

mi disse: «Non sai tu che tu se' in cielo? 
e non sai tu che 'l cielo è tutto santo, 
e ciò che ci si fa vien da buon zelo?

Come t'avrebbe trasmutato il canto, 
e io ridendo, mo pensar lo puoi, 
poscia che 'l grido t'ha mosso cotanto;

nel qual, se 'nteso avessi i prieghi suoi, 
già ti sarebbe nota la vendetta 
che tu vedrai innanzi che tu muoi.

La spada di qua sù non taglia in fretta 
né tardo, ma' ch'al parer di colui 
che disïando o temendo l'aspetta.

Ma rivolgiti omai inverso altrui; 
ch'assai illustri spiriti vedrai, 
se com' io dico l'aspetto redui».

Come a lei piacque, li occhi ritornai, 
e vidi cento sperule che 'nsieme 
più s'abbellivan con mutüi rai.

Io stava come quei che 'n sé repreme 
la punta del disio, e non s'attenta 
di domandar, sì del troppo si teme;

e la maggiore e la più luculenta 
di quelle margherite innanzi fessi, 
per far di sé la mia voglia contenta.

Poi dentro a lei udi': «Se tu vedessi 
com' io la carità che tra noi arde, 
li tuoi concetti sarebbero espressi.

Ma perché tu, aspettando, non tarde 
a l'alto fine, io ti farò risposta 
pur al pensier, da che sì ti riguarde.

Quel monte a cui Cassino è ne la costa 
fu frequentato già in su la cima 
da la gente ingannata e mal disposta;

e quel son io che sù vi portai prima 
lo nome di colui che 'n terra addusse 
la verità che tanto ci soblima;

e tanta grazia sopra me relusse, 
ch'io ritrassi le ville circunstanti 
da l'empio cólto che 'l mondo sedusse.

Questi altri fuochi tutti contemplanti 
uomini fuoro, accesi di quel caldo 
che fa nascere i fiori e ' frutti santi.

Qui è Maccario, qui è Romoaldo, 
qui son li frati miei che dentro ai chiostri 
fermar li piedi e tennero il cor saldo».

E io a lui: «L'affetto che dimostri 
meco parlando, e la buona sembianza 
ch'io veggio e noto in tutti li ardor vostri,

così m'ha dilatata mia fidanza, 
come 'l sol fa la rosa quando aperta 
tanto divien quant' ell' ha di possanza.

Però ti priego, e tu, padre, m'accerta 
s'io posso prender tanta grazia, ch'io 
ti veggia con imagine scoverta».

Ond' elli: «Frate, il tuo alto disio 
s'adempierà in su l'ultima spera, 
ove s'adempion tutti li altri e 'l mio.

Ivi è perfetta, matura e intera 
ciascuna disïanza; in quella sola 
è ogne parte là ove sempr' era,

perché non è in loco e non s'impola; 
e nostra scala infino ad essa varca, 
onde così dal viso ti s'invola.

Infin là sù la vide il patriarca 
Iacobbe porger la superna parte, 
quando li apparve d'angeli sì carca.

Ma, per salirla, mo nessun diparte 
da terra i piedi, e la regola mia 
rimasa è per danno de le carte.

Le mura che solieno esser badia 
fatte sono spelonche, e le cocolle 
sacca son piene di farina ria.

Ma grave usura tanto non si tolle 
contra 'l piacer di Dio, quanto quel frutto 
che fa il cor de' monaci sì folle;

ché quantunque la Chiesa guarda, tutto 
è de la gente che per Dio dimanda; 
non di parenti né d'altro più brutto.

La carne d'i mortali è tanto blanda, 
che giù non basta buon cominciamento 
dal nascer de la quercia al far la ghianda.

Pier cominciò sanz' oro e sanz' argento, 
e io con orazione e con digiuno, 
e Francesco umilmente il suo convento;

e se guardi 'l principio di ciascuno, 
poscia riguardi là dov' è trascorso, 
tu vederai del bianco fatto bruno.

Veramente Iordan vòlto retrorso 
più fu, e 'l mar fuggir, quando Dio volse, 
mirabile a veder che qui 'l soccorso».

Così mi disse, e indi si raccolse 
al suo collegio, e 'l collegio si strinse; 
poi, come turbo, in sù tutto s'avvolse.

La dolce donna dietro a lor mi pinse 
con un sol cenno su per quella scala, 
sì sua virtù la mia natura vinse;

né mai qua giù dove si monta e cala 
naturalmente, fu sì ratto moto 
ch'agguagliar si potesse a la mia ala.

S'io torni mai, lettore, a quel divoto 
trïunfo per lo quale io piango spesso 
le mie peccata e 'l petto mi percuoto,

tu non avresti in tanto tratto e messo 
nel foco il dito, in quant' io vidi 'l segno 
che segue il Tauro e fui dentro da esso.

O glorïose stelle, o lume pregno 
di gran virtù, dal quale io riconosco 
tutto, qual che si sia, il mio ingegno,

con voi nasceva e s'ascondeva vosco 
quelli ch'è padre d'ogne mortal vita, 
quand' io senti' di prima l'aere tosco;

e poi, quando mi fu grazia largita 
d'entrar ne l'alta rota che vi gira, 
la vostra regïon mi fu sortita.

A voi divotamente ora sospira 
l'anima mia, per acquistar virtute 
al passo forte che a sé la tira.

«Tu se' sì presso a l'ultima salute», 
cominciò Bëatrice, «che tu dei 
aver le luci tue chiare e acute;

e però, prima che tu più t'inlei, 
rimira in giù, e vedi quanto mondo 
sotto li piedi già esser ti fei;

sì che 'l tuo cor, quantunque può, giocondo 
s'appresenti a la turba trïunfante 
che lieta vien per questo etera tondo».

Col viso ritornai per tutte quante 
le sette spere, e vidi questo globo 
tal, ch'io sorrisi del suo vil sembiante;

e quel consiglio per migliore approbo 
che l'ha per meno; e chi ad altro pensa 
chiamar si puote veramente probo.

Vidi la figlia di Latona incensa 
sanza quell' ombra che mi fu cagione 
per che già la credetti rara e densa.

L'aspetto del tuo nato, Iperïone, 
quivi sostenni, e vidi com' si move 
circa e vicino a lui Maia e Dïone.

Quindi m'apparve il temperar di Giove 
tra 'l padre e 'l figlio; e quindi mi fu chiaro 
il varïar che fanno di lor dove;

e tutti e sette mi si dimostraro 
quanto son grandi e quanto son veloci 
e come sono in distante riparo.

L'aiuola che ci fa tanto feroci, 
volgendom' io con li etterni Gemelli, 
tutta m'apparve da' colli a le foci;

poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.


Canto XXIII


Come l'augello, intra l'amate fronde, 
posato al nido de' suoi dolci nati 
la notte che le cose ci nasconde,

che, per veder li aspetti disïati 
e per trovar lo cibo onde li pasca, 
in che gravi labor li sono aggrati,

previene il tempo in su aperta frasca, 
e con ardente affetto il sole aspetta, 
fiso guardando pur che l'alba nasca;

così la donna mïa stava eretta 
e attenta, rivolta inver' la plaga 
sotto la quale il sol mostra men fretta:

sì che, veggendola io sospesa e vaga, 
fecimi qual è quei che disïando 
altro vorria, e sperando s'appaga.

Ma poco fu tra uno e altro quando, 
del mio attender, dico, e del vedere 
lo ciel venir più e più rischiarando;

e Bëatrice disse: «Ecco le schiere 
del trïunfo di Cristo e tutto 'l frutto 
ricolto del girar di queste spere!».

Pariemi che 'l suo viso ardesse tutto, 
e li occhi avea di letizia sì pieni, 
che passarmen convien sanza costrutto.

Quale ne' plenilunïi sereni 
Trivïa ride tra le ninfe etterne 
che dipingon lo ciel per tutti i seni,

vid' i' sopra migliaia di lucerne 
un sol che tutte quante l'accendea, 
come fa 'l nostro le viste superne;

e per la viva luce trasparea 
la lucente sustanza tanto chiara 
nel viso mio, che non la sostenea.

Oh Beatrice, dolce guida e cara! 
Ella mi disse: «Quel che ti sobranza 
è virtù da cui nulla si ripara.

Quivi è la sapïenza e la possanza 
ch'aprì le strade tra 'l cielo e la terra, 
onde fu già sì lunga disïanza».

Come foco di nube si diserra 
per dilatarsi sì che non vi cape, 
e fuor di sua natura in giù s'atterra,

la mente mia così, tra quelle dape 
fatta più grande, di sé stessa uscìo, 
e che si fesse rimembrar non sape.

«Apri li occhi e riguarda qual son io; 
tu hai vedute cose, che possente 
se' fatto a sostener lo riso mio».

Io era come quei che si risente 
di visïone oblita e che s'ingegna 
indarno di ridurlasi a la mente,

quand' io udi' questa proferta, degna 
di tanto grato, che mai non si stingue 
del libro che 'l preterito rassegna.

Se mo sonasser tutte quelle lingue 
che Polimnïa con le suore fero 
del latte lor dolcissimo più pingue,

per aiutarmi, al millesmo del vero 
non si verria, cantando il santo riso 
e quanto il santo aspetto facea mero;

e così, figurando il paradiso, 
convien saltar lo sacrato poema, 
come chi trova suo cammin riciso.

Ma chi pensasse il ponderoso tema 
e l'omero mortal che se ne carca, 
nol biasmerebbe se sott' esso trema:

non è pareggio da picciola barca 
quel che fendendo va l'ardita prora, 
né da nocchier ch'a sé medesmo parca.

«Perché la faccia mia sì t'innamora, 
che tu non ti rivolgi al bel giardino 
che sotto i raggi di Cristo s'infiora?

Quivi è la rosa in che 'l verbo divino 
carne si fece; quivi son li gigli 
al cui odor si prese il buon cammino».

Così Beatrice; e io, che a' suoi consigli 
tutto era pronto, ancora mi rendei 
a la battaglia de' debili cigli.

Come a raggio di sol, che puro mei 
per fratta nube, già prato di fiori 
vider, coverti d'ombra, li occhi miei;

vid' io così più turbe di splendori, 
folgorate di sù da raggi ardenti, 
sanza veder principio di folgóri.

O benigna vertù che sì li 'mprenti, 
sù t'essaltasti, per largirmi loco 
a li occhi lì che non t'eran possenti.

Il nome del bel fior ch'io sempre invoco 
e mane e sera, tutto mi ristrinse 
l'animo ad avvisar lo maggior foco;

e come ambo le luci mi dipinse 
il quale e il quanto de la viva stella 
che là sù vince come qua giù vinse,

per entro il cielo scese una facella, 
formata in cerchio a guisa di corona, 
e cinsela e girossi intorno ad ella.

Qualunque melodia più dolce suona 
qua giù e più a sé l'anima tira, 
parrebbe nube che squarciata tona,

comparata al sonar di quella lira 
onde si coronava il bel zaffiro 
del quale il ciel più chiaro s'inzaffira.

«Io sono amore angelico, che giro 
l'alta letizia che spira del ventre 
che fu albergo del nostro disiro;

e girerommi, donna del ciel, mentre 
che seguirai tuo figlio, e farai dia 
più la spera suprema perché lì entre».

Così la circulata melodia 
si sigillava, e tutti li altri lumi 
facean sonare il nome di Maria.

Lo real manto di tutti i volumi 
del mondo, che più ferve e più s'avviva 
ne l'alito di Dio e nei costumi,

avea sopra di noi l'interna riva 
tanto distante, che la sua parvenza, 
là dov' io era, ancor non appariva:

però non ebber li occhi miei potenza 
di seguitar la coronata fiamma 
che si levò appresso sua semenza.

E come fantolin che 'nver' la mamma 
tende le braccia, poi che 'l latte prese, 
per l'animo che 'nfin di fuor s'infiamma;

ciascun di quei candori in sù si stese 
con la sua cima, sì che l'alto affetto 
ch'elli avieno a Maria mi fu palese.

Indi rimaser lì nel mio cospetto, 
'Regina celi' cantando sì dolce, 
che mai da me non si partì 'l diletto.

Oh quanta è l'ubertà che si soffolce 
in quelle arche ricchissime che fuoro 
a seminar qua giù buone bobolce!

Quivi si vive e gode del tesoro 
che s'acquistò piangendo ne lo essilio 
di Babillòn, ove si lasciò l'oro.

Quivi trïunfa, sotto l'alto Filio 
di Dio e di Maria, di sua vittoria, 
e con l'antico e col novo concilio,

colui che tien le chiavi di tal gloria.


Canto XXIV


«O sodalizio eletto a la gran cena 
del benedetto Agnello, il qual vi ciba 
sì, che la vostra voglia è sempre piena,

se per grazia di Dio questi preliba 
di quel che cade de la vostra mensa, 
prima che morte tempo li prescriba,

ponete mente a l'affezione immensa 
e roratelo alquanto: voi bevete 
sempre del fonte onde vien quel ch'ei pensa».

Così Beatrice; e quelle anime liete 
si fero spere sopra fissi poli, 
fiammando, a volte, a guisa di comete.

E come cerchi in tempra d'orïuoli 
si giran sì, che 'l primo a chi pon mente 
quïeto pare, e l'ultimo che voli;

così quelle carole, differente- 
mente danzando, de la sua ricchezza 
mi facieno stimar, veloci e lente.

Di quella ch'io notai di più carezza 
vid' ïo uscire un foco sì felice, 
che nullo vi lasciò di più chiarezza;

e tre fïate intorno di Beatrice 
si volse con un canto tanto divo, 
che la mia fantasia nol mi ridice.

Però salta la penna e non lo scrivo: 
ché l'imagine nostra a cotai pieghe, 
non che 'l parlare, è troppo color vivo.

«O santa suora mia che sì ne prieghe 
divota, per lo tuo ardente affetto 
da quella bella spera mi disleghe».

Poscia fermato, il foco benedetto 
a la mia donna dirizzò lo spiro, 
che favellò così com' i' ho detto.

Ed ella: «O luce etterna del gran viro 
a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi, 
ch'ei portò giù, di questo gaudio miro,

tenta costui di punti lievi e gravi, 
come ti piace, intorno de la fede, 
per la qual tu su per lo mare andavi.

S'elli ama bene e bene spera e crede, 
non t'è occulto, perché 'l viso hai quivi 
dov' ogne cosa dipinta si vede;

ma perché questo regno ha fatto civi 
per la verace fede, a glorïarla, 
di lei parlare è ben ch'a lui arrivi».

Sì come il baccialier s'arma e non parla 
fin che 'l maestro la question propone, 
per approvarla, non per terminarla,

così m'armava io d'ogne ragione 
mentre ch'ella dicea, per esser presto 
a tal querente e a tal professione.

«Dì, buon Cristiano, fatti manifesto: 
fede che è?». Ond' io levai la fronte 
in quella luce onde spirava questo;

poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte 
sembianze femmi perch' ïo spandessi 
l'acqua di fuor del mio interno fonte.

«La Grazia che mi dà ch'io mi confessi», 
comincia' io, «da l'alto primipilo, 
faccia li miei concetti bene espressi».

E seguitai: «Come 'l verace stilo 
ne scrisse, padre, del tuo caro frate 
che mise teco Roma nel buon filo,

fede è sustanza di cose sperate 
e argomento de le non parventi; 
e questa pare a me sua quiditate».

Allora udi': «Dirittamente senti, 
se bene intendi perché la ripuose 
tra le sustanze, e poi tra li argomenti».

E io appresso: «Le profonde cose 
che mi largiscon qui la lor parvenza, 
a li occhi di là giù son sì ascose,

che l'esser loro v'è in sola credenza, 
sopra la qual si fonda l'alta spene; 
e però di sustanza prende intenza.

E da questa credenza ci convene 
silogizzar, sanz' avere altra vista: 
però intenza d'argomento tene».

Allora udi': «Se quantunque s'acquista 
giù per dottrina, fosse così 'nteso, 
non lì avria loco ingegno di sofista».

Così spirò di quello amore acceso; 
indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa 
d'esta moneta già la lega e 'l peso;

ma dimmi se tu l'hai ne la tua borsa». 
Ond' io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda, 
che nel suo conio nulla mi s'inforsa».

Appresso uscì de la luce profonda 
che lì splendeva: «Questa cara gioia 
sopra la quale ogne virtù si fonda,

onde ti venne?». E io: «La larga ploia 
de lo Spirito Santo, ch'è diffusa 
in su le vecchie e 'n su le nuove cuoia,

è silogismo che la m'ha conchiusa 
acutamente sì, che 'nverso d'ella 
ogne dimostrazion mi pare ottusa».

Io udi' poi: «L'antica e la novella 
proposizion che così ti conchiude, 
perché l'hai tu per divina favella?».

E io: «La prova che 'l ver mi dischiude, 
son l'opere seguite, a che natura 
non scalda ferro mai né batte incude».

Risposto fummi: «Dì, chi t'assicura 
che quell' opere fosser? Quel medesmo 
che vuol provarsi, non altri, il ti giura».

«Se 'l mondo si rivolse al cristianesmo», 
diss' io, «sanza miracoli, quest' uno 
è tal, che li altri non sono il centesmo:

ché tu intrasti povero e digiuno 
in campo, a seminar la buona pianta 
che fu già vite e ora è fatta pruno».

Finito questo, l'alta corte santa 
risonò per le spere un `Dio laudamo' 
ne la melode che là sù si canta.

E quel baron che sì di ramo in ramo, 
essaminando, già tratto m'avea, 
che a l'ultime fronde appressavamo,

ricominciò: «La Grazia, che donnea 
con la tua mente, la bocca t'aperse 
infino a qui come aprir si dovea,

sì ch'io approvo ciò che fuori emerse; 
ma or convien espremer quel che credi, 
e onde a la credenza tua s'offerse».

«O santo padre, e spirito che vedi 
ciò che credesti sì, che tu vincesti 
ver' lo sepulcro più giovani piedi»,

comincia' io, «tu vuo' ch'io manifesti 
la forma qui del pronto creder mio, 
e anche la cagion di lui chiedesti.

E io rispondo: Io credo in uno Dio 
solo ed etterno, che tutto 'l ciel move, 
non moto, con amore e con disio;

e a tal creder non ho io pur prove 
fisice e metafisice, ma dalmi 
anche la verità che quinci piove

per Moïsè, per profeti e per salmi, 
per l'Evangelio e per voi che scriveste 
poi che l'ardente Spirto vi fé almi;

e credo in tre persone etterne, e queste 
credo una essenza sì una e sì trina, 
che soffera congiunto `sono' ed `este'.

De la profonda condizion divina 
ch'io tocco mo, la mente mi sigilla 
più volte l'evangelica dottrina.

Quest' è 'l principio, quest' è la favilla 
che si dilata in fiamma poi vivace, 
e come stella in cielo in me scintilla».

Come 'l segnor ch'ascolta quel che i piace, 
da indi abbraccia il servo, gratulando 
per la novella, tosto ch'el si tace;

così, benedicendomi cantando, 
tre volte cinse me, sì com' io tacqui, 
l'appostolico lume al cui comando

io avea detto: sì nel dir li piacqui!


Canto XXV


Se mai continga che 'l poema sacro 
al quale ha posto mano e cielo e terra, 
sì che m'ha fatto per molti anni macro,

vinca la crudeltà che fuor mi serra 
del bello ovile ov' io dormi' agnello, 
nimico ai lupi che li danno guerra;

con altra voce omai, con altro vello 
ritornerò poeta, e in sul fonte 
del mio battesmo prenderò 'l cappello;

però che ne la fede, che fa conte 
l'anime a Dio, quivi intra' io, e poi 
Pietro per lei sì mi girò la fronte.

Indi si mosse un lume verso noi 
di quella spera ond' uscì la primizia 
che lasciò Cristo d'i vicari suoi;

e la mia donna, piena di letizia, 
mi disse: «Mira, mira: ecco il barone 
per cui là giù si vicita Galizia».

Sì come quando il colombo si pone 
presso al compagno, l'uno a l'altro pande, 
girando e mormorando, l'affezione;

così vid' ïo l'un da l'altro grande 
principe glorïoso essere accolto, 
laudando il cibo che là sù li prande.

Ma poi che 'l gratular si fu assolto, 
tacito coram me ciascun s'affisse, 
ignito sì che vincëa 'l mio volto.

Ridendo allora Bëatrice disse: 
«Inclita vita per cui la larghezza 
de la nostra basilica si scrisse,

fa risonar la spene in questa altezza: 
tu sai, che tante fiate la figuri, 
quante Iesù ai tre fé più carezza».

«Leva la testa e fa che t'assicuri: 
che ciò che vien qua sù del mortal mondo, 
convien ch'ai nostri raggi si maturi».

Questo conforto del foco secondo 
mi venne; ond' io leväi li occhi a' monti 
che li 'ncurvaron pria col troppo pondo.

«Poi che per grazia vuol che tu t'affronti 
lo nostro Imperadore, anzi la morte, 
ne l'aula più secreta co' suoi conti,

sì che, veduto il ver di questa corte, 
la spene, che là giù bene innamora, 
in te e in altrui di ciò conforte,

di' quel ch'ell' è, di' come se ne 'nfiora 
la mente tua, e dì onde a te venne». 
Così seguì 'l secondo lume ancora.

E quella pïa che guidò le penne 
de le mie ali a così alto volo, 
a la risposta così mi prevenne:

«La Chiesa militante alcun figliuolo 
non ha con più speranza, com' è scritto 
nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:

però li è conceduto che d'Egitto 
vegna in Ierusalemme per vedere, 
anzi che 'l militar li sia prescritto.

Li altri due punti, che non per sapere 
son dimandati, ma perch' ei rapporti 
quanto questa virtù t'è in piacere,

a lui lasc' io, ché non li saran forti 
né di iattanza; ed elli a ciò risponda, 
e la grazia di Dio ciò li comporti».

Come discente ch'a dottor seconda 
pronto e libente in quel ch'elli è esperto, 
perché la sua bontà si disasconda,

«Spene», diss' io, «è uno attender certo 
de la gloria futura, il qual produce 
grazia divina e precedente merto.

Da molte stelle mi vien questa luce; 
ma quei la distillò nel mio cor pria 
che fu sommo cantor del sommo duce.

'Sperino in te', ne la sua tëodia 
dice, `color che sanno il nome tuo': 
e chi nol sa, s'elli ha la fede mia?

Tu mi stillasti, con lo stillar suo, 
ne la pistola poi; sì ch'io son pieno, 
e in altrui vostra pioggia repluo».

Mentr' io diceva, dentro al vivo seno 
di quello incendio tremolava un lampo 
sùbito e spesso a guisa di baleno.

Indi spirò: «L'amore ond' ïo avvampo 
ancor ver' la virtù che mi seguette 
infin la palma e a l'uscir del campo,

vuol ch'io respiri a te che ti dilette 
di lei; ed emmi a grato che tu diche 
quello che la speranza ti 'mpromette».

E io: «Le nove e le scritture antiche 
pongon lo segno, ed esso lo mi addita, 
de l'anime che Dio s'ha fatte amiche.

Dice Isaia che ciascuna vestita 
ne la sua terra fia di doppia vesta: 
e la sua terra è questa dolce vita;

e 'l tuo fratello assai vie più digesta, 
là dove tratta de le bianche stole, 
questa revelazion ci manifesta».

E prima, appresso al fin d'este parole, 
`Sperent in te' di sopr' a noi s'udì; 
a che rispuoser tutte le carole.

Poscia tra esse un lume si schiarì 
sì che, se 'l Cancro avesse un tal cristallo, 
l'inverno avrebbe un mese d'un sol dì.

E come surge e va ed entra in ballo 
vergine lieta, sol per fare onore 
a la novizia, non per alcun fallo,

così vid' io lo schiarato splendore 
venire a' due che si volgieno a nota 
qual conveniesi al loro ardente amore.

Misesi lì nel canto e ne la rota; 
e la mia donna in lor tenea l'aspetto, 
pur come sposa tacita e immota.

«Questi è colui che giacque sopra 'l petto 
del nostro pellicano, e questi fue 
di su la croce al grande officio eletto».

La donna mia così; né però piùe 
mosser la vista sua di stare attenta 
poscia che prima le parole sue.

Qual è colui ch'adocchia e s'argomenta 
di vedere eclissar lo sole un poco, 
che, per veder, non vedente diventa;

tal mi fec' ïo a quell' ultimo foco 
mentre che detto fu: «Perché t'abbagli 
per veder cosa che qui non ha loco?

In terra è terra il mio corpo, e saragli 
tanto con li altri, che 'l numero nostro 
con l'etterno proposito s'agguagli.

Con le due stole nel beato chiostro 
son le due luci sole che saliro; 
e questo apporterai nel mondo vostro».

A questa voce l'infiammato giro 
si quïetò con esso il dolce mischio 
che si facea nel suon del trino spiro,

sì come, per cessar fatica o rischio, 
li remi, pria ne l'acqua ripercossi, 
tutti si posano al sonar d'un fischio.

Ahi quanto ne la mente mi commossi, 
quando mi volsi per veder Beatrice, 
per non poter veder, benché io fossi

presso di lei, e nel mondo felice!


Canto XXVI


Mentr' io dubbiava per lo viso spento, 
de la fulgida fiamma che lo spense 
uscì un spiro che mi fece attento,

dicendo: «Intanto che tu ti risense 
de la vista che haï in me consunta, 
ben è che ragionando la compense.

Comincia dunque; e dì ove s'appunta 
l'anima tua, e fa ragion che sia 
la vista in te smarrita e non defunta:

perché la donna che per questa dia 
regïon ti conduce, ha ne lo sguardo 
la virtù ch'ebbe la man d'Anania».

Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo 
vegna remedio a li occhi, che fuor porte 
quand' ella entrò col foco ond' io sempr' ardo.

Lo ben che fa contenta questa corte, 
Alfa e O è di quanta scrittura 
mi legge Amore o lievemente o forte».

Quella medesma voce che paura 
tolta m'avea del sùbito abbarbaglio, 
di ragionare ancor mi mise in cura;

e disse: «Certo a più angusto vaglio 
ti conviene schiarar: dicer convienti 
chi drizzò l'arco tuo a tal berzaglio».

E io: «Per filosofici argomenti 
e per autorità che quinci scende 
cotale amor convien che in me si 'mprenti:

ché 'l bene, in quanto ben, come s'intende, 
così accende amore, e tanto maggio 
quanto più di bontate in sé comprende.

Dunque a l'essenza ov' è tanto avvantaggio, 
che ciascun ben che fuor di lei si trova 
altro non è ch'un lume di suo raggio,

più che in altra convien che si mova 
la mente, amando, di ciascun che cerne 
il vero in che si fonda questa prova.

Tal vero a l'intelletto mïo sterne 
colui che mi dimostra il primo amore 
di tutte le sustanze sempiterne.

Sternel la voce del verace autore, 
che dice a Moïsè, di sé parlando: 
`Io ti farò vedere ogne valore'.

Sternilmi tu ancora, incominciando 
l'alto preconio che grida l'arcano 
di qui là giù sovra ogne altro bando».

E io udi': «Per intelletto umano 
e per autoritadi a lui concorde 
d'i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.

Ma dì ancor se tu senti altre corde 
tirarti verso lui, sì che tu suone 
con quanti denti questo amor ti morde».

Non fu latente la santa intenzione 
de l'aguglia di Cristo, anzi m'accorsi 
dove volea menar mia professione.

Però ricominciai: «Tutti quei morsi 
che posson far lo cor volgere a Dio, 
a la mia caritate son concorsi:

ché l'essere del mondo e l'esser mio, 
la morte ch'el sostenne perch' io viva, 
e quel che spera ogne fedel com' io,

con la predetta conoscenza viva, 
tratto m'hanno del mar de l'amor torto, 
e del diritto m'han posto a la riva.

Le fronde onde s'infronda tutto l'orto 
de l'ortolano etterno, am' io cotanto 
quanto da lui a lor di bene è porto».

Sì com' io tacqui, un dolcissimo canto 
risonò per lo cielo, e la mia donna 
dicea con li altri: «Santo, santo, santo!».

E come a lume acuto si disonna 
per lo spirto visivo che ricorre 
a lo splendor che va di gonna in gonna,

e lo svegliato ciò che vede aborre, 
sì nescïa è la sùbita vigilia 
fin che la stimativa non soccorre;

così de li occhi miei ogne quisquilia 
fugò Beatrice col raggio d'i suoi, 
che rifulgea da più di mille milia:

onde mei che dinanzi vidi poi; 
e quasi stupefatto domandai 
d'un quarto lume ch'io vidi tra noi.

E la mia donna: «Dentro da quei rai 
vagheggia il suo fattor l'anima prima 
che la prima virtù creasse mai».

Come la fronda che flette la cima 
nel transito del vento, e poi si leva 
per la propria virtù che la soblima,

fec' io in tanto in quant' ella diceva, 
stupendo, e poi mi rifece sicuro 
un disio di parlare ond' ïo ardeva.

E cominciai: «O pomo che maturo 
solo prodotto fosti, o padre antico 
a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,

divoto quanto posso a te supplìco 
perché mi parli: tu vedi mia voglia, 
e per udirti tosto non la dico».

Talvolta un animal coverto broglia, 
sì che l'affetto convien che si paia 
per lo seguir che face a lui la 'nvoglia;

e similmente l'anima primaia 
mi facea trasparer per la coverta 
quant' ella a compiacermi venìa gaia.

Indi spirò: «Sanz' essermi proferta 
da te, la voglia tua discerno meglio 
che tu qualunque cosa t'è più certa;

perch' io la veggio nel verace speglio 
che fa di sé pareglio a l'altre cose, 
e nulla face lui di sé pareglio.

Tu vuogli udir quant' è che Dio mi puose 
ne l'eccelso giardino, ove costei 
a così lunga scala ti dispuose,

e quanto fu diletto a li occhi miei, 
e la propria cagion del gran disdegno, 
e l'idïoma ch'usai e che fei.

Or, figluol mio, non il gustar del legno 
fu per sé la cagion di tanto essilio, 
ma solamente il trapassar del segno.

Quindi onde mosse tua donna Virgilio, 
quattromilia trecento e due volumi 
di sol desiderai questo concilio;

e vidi lui tornare a tutt' i lumi 
de la sua strada novecento trenta 
fïate, mentre ch'ïo in terra fu'mi.

La lingua ch'io parlai fu tutta spenta 
innanzi che a l'ovra inconsummabile 
fosse la gente di Nembròt attenta:

ché nullo effetto mai razïonabile, 
per lo piacere uman che rinovella 
seguendo il cielo, sempre fu durabile.

Opera naturale è ch'uom favella; 
ma così o così, natura lascia 
poi fare a voi secondo che v'abbella.

Pria ch'i' scendessi a l'infernale ambascia, 
I s'appellava in terra il sommo bene 
onde vien la letizia che mi fascia;

e El si chiamò poi: e ciò convene, 
ché l'uso d'i mortali è come fronda 
in ramo, che sen va e altra vene.

Nel monte che si leva più da l'onda, 
fu' io, con vita pura e disonesta, 
da la prim' ora a quella che seconda,

come 'l sol muta quadra, l'ora sesta».


Canto XXVII


'Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo', 
cominciò, `gloria!', tutto 'l paradiso, 
sì che m'inebrïava il dolce canto.

Ciò ch'io vedeva mi sembiava un riso 
de l'universo; per che mia ebbrezza 
intrava per l'udire e per lo viso.

Oh gioia! oh ineffabile allegrezza! 
oh vita intègra d'amore e di pace! 
oh sanza brama sicura ricchezza!

Dinanzi a li occhi miei le quattro face 
stavano accese, e quella che pria venne 
incominciò a farsi più vivace,

e tal ne la sembianza sua divenne, 
qual diverrebbe Iove, s'elli e Marte 
fossero augelli e cambiassersi penne.

La provedenza, che quivi comparte 
vice e officio, nel beato coro 
silenzio posto avea da ogne parte,

quand' ïo udi': «Se io mi trascoloro, 
non ti maravigliar, ché, dicend' io, 
vedrai trascolorar tutti costoro.

Quelli ch'usurpa in terra il luogo mio, 
il luogo mio, il luogo mio, che vaca 
ne la presenza del Figliuol di Dio,

fatt' ha del cimitero mio cloaca 
del sangue e de la puzza; onde 'l perverso 
che cadde di qua sù, là giù si placa».

Di quel color che per lo sole avverso 
nube dipigne da sera e da mane, 
vid' ïo allora tutto 'l ciel cosperso.

E come donna onesta che permane 
di sé sicura, e per l'altrui fallanza, 
pur ascoltando, timida si fane,

così Beatrice trasmutò sembianza; 
e tale eclissi credo che 'n ciel fue 
quando patì la supprema possanza.

Poi procedetter le parole sue 
con voce tanto da sé trasmutata, 
che la sembianza non si mutò piùe:

«Non fu la sposa di Cristo allevata 
del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto, 
per essere ad acquisto d'oro usata;

ma per acquisto d'esto viver lieto 
e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano 
sparser lo sangue dopo molto fleto.

Non fu nostra intenzion ch'a destra mano 
d'i nostri successor parte sedesse, 
parte da l'altra del popol cristiano;

né che le chiavi che mi fuor concesse, 
divenisser signaculo in vessillo 
che contra battezzati combattesse;

né ch'io fossi figura di sigillo 
a privilegi venduti e mendaci, 
ond' io sovente arrosso e disfavillo.

In vesta di pastor lupi rapaci 
si veggion di qua sù per tutti i paschi: 
o difesa di Dio, perché pur giaci?

Del sangue nostro Caorsini e Guaschi 
s'apparecchian di bere: o buon principio, 
a che vil fine convien che tu caschi!

Ma l'alta provedenza, che con Scipio 
difese a Roma la gloria del mondo, 
soccorrà tosto, sì com' io concipio;

e tu, figliuol, che per lo mortal pondo 
ancor giù tornerai, apri la bocca, 
e non asconder quel ch'io non ascondo».

Sì come di vapor gelati fiocca 
in giuso l'aere nostro, quando 'l corno 
de la capra del ciel col sol si tocca,

in sù vid' io così l'etera addorno 
farsi e fioccar di vapor trïunfanti 
che fatto avien con noi quivi soggiorno.

Lo viso mio seguiva i suoi sembianti, 
e seguì fin che 'l mezzo, per lo molto, 
li tolse il trapassar del più avanti.

Onde la donna, che mi vide assolto 
de l'attendere in sù, mi disse: «Adima 
il viso e guarda come tu se' vòlto».

Da l'ora ch'ïo avea guardato prima 
i' vidi mosso me per tutto l'arco 
che fa dal mezzo al fine il primo clima;

sì ch'io vedea di là da Gade il varco 
folle d'Ulisse, e di qua presso il lito 
nel qual si fece Europa dolce carco.

E più mi fora discoverto il sito 
di questa aiuola; ma 'l sol procedea 
sotto i mie' piedi un segno e più partito.

La mente innamorata, che donnea 
con la mia donna sempre, di ridure 
ad essa li occhi più che mai ardea;

e se natura o arte fé pasture 
da pigliare occhi, per aver la mente, 
in carne umana o ne le sue pitture,

tutte adunate, parrebber nïente 
ver' lo piacer divin che mi refulse, 
quando mi volsi al suo viso ridente.

E la virtù che lo sguardo m'indulse, 
del bel nido di Leda mi divelse, 
e nel ciel velocissimo m'impulse.

Le parti sue vivissime ed eccelse 
sì uniforme son, ch'i' non so dire 
qual Bëatrice per loco mi scelse.

Ma ella, che vedëa 'l mio disire, 
incominciò, ridendo tanto lieta, 
che Dio parea nel suo volto gioire:

«La natura del mondo, che quïeta 
il mezzo e tutto l'altro intorno move, 
quinci comincia come da sua meta;

e questo cielo non ha altro dove 
che la mente divina, in che s'accende 
l'amor che 'l volge e la virtù ch'ei piove.

Luce e amor d'un cerchio lui comprende, 
sì come questo li altri; e quel precinto 
colui che 'l cinge solamente intende.

Non è suo moto per altro distinto, 
ma li altri son mensurati da questo, 
sì come diece da mezzo e da quinto;

e come il tempo tegna in cotal testo 
le sue radici e ne li altri le fronde, 
omai a te può esser manifesto.

Oh cupidigia che i mortali affonde 
sì sotto te, che nessuno ha podere 
di trarre li occhi fuor de le tue onde!

Ben fiorisce ne li uomini il volere; 
ma la pioggia continüa converte 
in bozzacchioni le sosine vere.

Fede e innocenza son reperte 
solo ne' parvoletti; poi ciascuna 
pria fugge che le guance sian coperte.

Tale, balbuzïendo ancor, digiuna, 
che poi divora, con la lingua sciolta, 
qualunque cibo per qualunque luna;

e tal, balbuzïendo, ama e ascolta 
la madre sua, che, con loquela intera, 
disïa poi di vederla sepolta.

Così si fa la pelle bianca nera 
nel primo aspetto de la bella figlia 
di quel ch'apporta mane e lascia sera.

Tu, perché non ti facci maraviglia, 
pensa che 'n terra non è chi governi; 
onde sì svïa l'umana famiglia.

Ma prima che gennaio tutto si sverni 
per la centesma ch'è là giù negletta, 
raggeran sì questi cerchi superni,

che la fortuna che tanto s'aspetta, 
le poppe volgerà u' son le prore, 
sì che la classe correrà diretta;

e vero frutto verrà dopo 'l fiore».


Canto XXVIII


Poscia che 'ncontro a la vita presente 
d'i miseri mortali aperse 'l vero 
quella che 'mparadisa la mia mente,

come in lo specchio fiamma di doppiero 
vede colui che se n'alluma retro, 
prima che l'abbia in vista o in pensiero,

e sé rivolge per veder se 'l vetro 
li dice il vero, e vede ch'el s'accorda 
con esso come nota con suo metro;

così la mia memoria si ricorda 
ch'io feci riguardando ne' belli occhi 
onde a pigliarmi fece Amor la corda.

E com' io mi rivolsi e furon tocchi 
li miei da ciò che pare in quel volume, 
quandunque nel suo giro ben s'adocchi,

un punto vidi che raggiava lume 
acuto sì, che 'l viso ch'elli affoca 
chiuder conviensi per lo forte acume;

e quale stella par quinci più poca, 
parrebbe luna, locata con esso 
come stella con stella si collòca.

Forse cotanto quanto pare appresso 
alo cigner la luce che 'l dipigne 
quando 'l vapor che 'l porta più è spesso,

distante intorno al punto un cerchio d'igne 
si girava sì ratto, ch'avria vinto 
quel moto che più tosto il mondo cigne;

e questo era d'un altro circumcinto, 
e quel dal terzo, e 'l terzo poi dal quarto, 
dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.

Sopra seguiva il settimo sì sparto 
già di larghezza, che 'l messo di Iuno 
intero a contenerlo sarebbe arto.

Così l'ottavo e 'l nono; e chiascheduno 
più tardo si movea, secondo ch'era 
in numero distante più da l'uno;

e quello avea la fiamma più sincera 
cui men distava la favilla pura, 
credo, però che più di lei s'invera.

La donna mia, che mi vedëa in cura 
forte sospeso, disse: «Da quel punto 
depende il cielo e tutta la natura.

Mira quel cerchio che più li è congiunto; 
e sappi che 'l suo muovere è sì tosto 
per l'affocato amore ond' elli è punto».

E io a lei: «Se 'l mondo fosse posto 
con l'ordine ch'io veggio in quelle rote, 
sazio m'avrebbe ciò che m'è proposto;

ma nel mondo sensibile si puote 
veder le volte tanto più divine, 
quant' elle son dal centro più remote.

Onde, se 'l mio disir dee aver fine 
in questo miro e angelico templo 
che solo amore e luce ha per confine,

udir convienmi ancor come l'essemplo 
e l'essemplare non vanno d'un modo, 
ché io per me indarno a ciò contemplo».

«Se li tuoi diti non sono a tal nodo 
sufficïenti, non è maraviglia: 
tanto, per non tentare, è fatto sodo!».

Così la donna mia; poi disse: «Piglia 
quel ch'io ti dicerò, se vuo' saziarti; 
e intorno da esso t'assottiglia.

Li cerchi corporai sono ampi e arti 
secondo il più e 'l men de la virtute 
che si distende per tutte lor parti.

Maggior bontà vuol far maggior salute; 
maggior salute maggior corpo cape, 
s'elli ha le parti igualmente compiute.

Dunque costui che tutto quanto rape 
l'altro universo seco, corrisponde 
al cerchio che più ama e che più sape:

per che, se tu a la virtù circonde 
la tua misura, non a la parvenza 
de le sustanze che t'appaion tonde,

tu vederai mirabil consequenza 
di maggio a più e di minore a meno, 
in ciascun cielo, a süa intelligenza».

Come rimane splendido e sereno 
l'emisperio de l'aere, quando soffia 
Borea da quella guancia ond' è più leno,

per che si purga e risolve la roffia 
che pria turbava, sì che 'l ciel ne ride 
con le bellezze d'ogne sua paroffia;

così fec'ïo, poi che mi provide 
la donna mia del suo risponder chiaro, 
e come stella in cielo il ver si vide.

E poi che le parole sue restaro, 
non altrimenti ferro disfavilla 
che bolle, come i cerchi sfavillaro.

L'incendio suo seguiva ogne scintilla; 
ed eran tante, che 'l numero loro 
più che 'l doppiar de li scacchi s'inmilla.

Io sentiva osannar di coro in coro 
al punto fisso che li tiene a li ubi, 
e terrà sempre, ne' quai sempre fuoro.

E quella che vedëa i pensier dubi 
ne la mia mente, disse: «I cerchi primi 
t'hanno mostrato Serafi e Cherubi.

Così veloci seguono i suoi vimi, 
per somigliarsi al punto quanto ponno; 
e posson quanto a veder son soblimi.

Quelli altri amori che 'ntorno li vonno, 
si chiaman Troni del divino aspetto, 
per che 'l primo ternaro terminonno;

e dei saper che tutti hanno diletto 
quanto la sua veduta si profonda 
nel vero in che si queta ogne intelletto.

Quinci si può veder come si fonda 
l'esser beato ne l'atto che vede, 
non in quel ch'ama, che poscia seconda;

e del vedere è misura mercede, 
che grazia partorisce e buona voglia: 
così di grado in grado si procede.

L'altro ternaro, che così germoglia 
in questa primavera sempiterna 
che notturno Arïete non dispoglia,

perpetüalemente `Osanna' sberna 
con tre melode, che suonano in tree 
ordini di letizia onde s'interna.

In essa gerarcia son l'altre dee: 
prima Dominazioni, e poi Virtudi; 
l'ordine terzo di Podestadi èe.

Poscia ne' due penultimi tripudi 
Principati e Arcangeli si girano; 
l'ultimo è tutto d'Angelici ludi.

Questi ordini di sù tutti s'ammirano, 
e di giù vincon sì, che verso Dio 
tutti tirati sono e tutti tirano.

E Dïonisio con tanto disio 
a contemplar questi ordini si mise, 
che li nomò e distinse com' io.

Ma Gregorio da lui poi si divise; 
onde, sì tosto come li occhi aperse 
in questo ciel, di sé medesmo rise.

E se tanto secreto ver proferse 
mortale in terra, non voglio ch'ammiri: 
ché chi 'l vide qua sù gliel discoperse

con altro assai del ver di questi giri».


Canto XXIX


Quando ambedue li figli di Latona, 
coperti del Montone e de la Libra, 
fanno de l'orizzonte insieme zona,

quant' è dal punto che 'l cenìt inlibra 
infin che l'uno e l'altro da quel cinto, 
cambiando l'emisperio, si dilibra,

tanto, col volto di riso dipinto, 
si tacque Bëatrice, riguardando 
fiso nel punto che m'avëa vinto.

Poi cominciò: «Io dico, e non dimando, 
quel che tu vuoli udir, perch' io l'ho visto 
là 've s'appunta ogne ubi e ogne quando.

Non per aver a sé di bene acquisto, 
ch'esser non può, ma perché suo splendore 
potesse, risplendendo, dir ``Subsisto",

in sua etternità di tempo fore, 
fuor d'ogne altro comprender, come i piacque, 
s'aperse in nuovi amor l'etterno amore.

Né prima quasi torpente si giacque; 
ché né prima né poscia procedette 
lo discorrer di Dio sovra quest' acque.

Forma e materia, congiunte e purette, 
usciro ad esser che non avia fallo, 
come d'arco tricordo tre saette.

E come in vetro, in ambra o in cristallo 
raggio resplende sì, che dal venire 
a l'esser tutto non è intervallo,

così 'l triforme effetto del suo sire 
ne l'esser suo raggiò insieme tutto 
sanza distinzïone in essordire.

Concreato fu ordine e costrutto 
a le sustanze; e quelle furon cima 
nel mondo in che puro atto fu produtto;

pura potenza tenne la parte ima; 
nel mezzo strinse potenza con atto 
tal vime, che già mai non si divima.

Ieronimo vi scrisse lungo tratto 
di secoli de li angeli creati 
anzi che l'altro mondo fosse fatto;

ma questo vero è scritto in molti lati 
da li scrittor de lo Spirito Santo, 
e tu te n'avvedrai se bene agguati;

e anche la ragione il vede alquanto, 
che non concederebbe che ' motori 
sanza sua perfezion fosser cotanto.

Or sai tu dove e quando questi amori 
furon creati e come: sì che spenti 
nel tuo disïo già son tre ardori.

Né giugneriesi, numerando, al venti 
sì tosto, come de li angeli parte 
turbò il suggetto d'i vostri alimenti.

L'altra rimase, e cominciò quest' arte 
che tu discerni, con tanto diletto, 
che mai da circüir non si diparte.

Principio del cader fu il maladetto 
superbir di colui che tu vedesti 
da tutti i pesi del mondo costretto.

Quelli che vedi qui furon modesti 
a riconoscer sé da la bontate 
che li avea fatti a tanto intender presti:

per che le viste lor furo essaltate 
con grazia illuminante e con lor merto, 
si c'hanno ferma e piena volontate;

e non voglio che dubbi, ma sia certo, 
che ricever la grazia è meritorio 
secondo che l'affetto l'è aperto.

Omai dintorno a questo consistorio 
puoi contemplare assai, se le parole 
mie son ricolte, sanz' altro aiutorio.

Ma perché 'n terra per le vostre scole 
si legge che l'angelica natura 
è tal, che 'ntende e si ricorda e vole,

ancor dirò, perché tu veggi pura 
la verità che là giù si confonde, 
equivocando in sì fatta lettura.

Queste sustanze, poi che fur gioconde 
de la faccia di Dio, non volser viso 
da essa, da cui nulla si nasconde:

però non hanno vedere interciso 
da novo obietto, e però non bisogna 
rememorar per concetto diviso;

sì che là giù, non dormendo, si sogna, 
credendo e non credendo dicer vero; 
ma ne l'uno è più colpa e più vergogna.

Voi non andate giù per un sentiero 
filosofando: tanto vi trasporta 
l'amor de l'apparenza e 'l suo pensiero!

E ancor questo qua sù si comporta 
con men disdegno che quando è posposta 
la divina Scrittura o quando è torta.

Non vi si pensa quanto sangue costa 
seminarla nel mondo e quanto piace 
chi umilmente con essa s'accosta.

Per apparer ciascun s'ingegna e face 
sue invenzioni; e quelle son trascorse 
da' predicanti e 'l Vangelio si tace.

Un dice che la luna si ritorse 
ne la passion di Cristo e s'interpuose, 
per che 'l lume del sol giù non si porse;

e mente, ché la luce si nascose 
da sé: però a li Spani e a l'Indi 
come a' Giudei tale eclissi rispuose.

Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi 
quante sì fatte favole per anno 
in pergamo si gridan quinci e quindi:

sì che le pecorelle, che non sanno, 
tornan del pasco pasciute di vento, 
e non le scusa non veder lo danno.

Non disse Cristo al suo primo convento: 
`Andate, e predicate al mondo ciance'; 
ma diede lor verace fondamento;

e quel tanto sonò ne le sue guance, 
sì ch'a pugnar per accender la fede 
de l'Evangelio fero scudo e lance.

Ora si va con motti e con iscede 
a predicare, e pur che ben si rida, 
gonfia il cappuccio e più non si richiede.

Ma tale uccel nel becchetto s'annida, 
che se 'l vulgo il vedesse, vederebbe 
la perdonanza di ch'el si confida:

per cui tanta stoltezza in terra crebbe, 
che, sanza prova d'alcun testimonio, 
ad ogne promession si correrebbe.

Di questo ingrassa il porco sant' Antonio, 
e altri assai che sono ancor più porci, 
pagando di moneta sanza conio.

Ma perché siam digressi assai, ritorci 
li occhi oramai verso la dritta strada, 
sì che la via col tempo si raccorci.

Questa natura sì oltre s'ingrada 
in numero, che mai non fu loquela 
né concetto mortal che tanto vada;

e se tu guardi quel che si revela 
per Danïel, vedrai che 'n sue migliaia 
determinato numero si cela.

La prima luce, che tutta la raia, 
per tanti modi in essa si recepe, 
quanti son li splendori a chi s'appaia.

Onde, però che a l'atto che concepe 
segue l'affetto, d'amar la dolcezza 
diversamente in essa ferve e tepe.

Vedi l'eccelso omai e la larghezza 
de l'etterno valor, poscia che tanti 
speculi fatti s'ha in che si spezza,

uno manendo in sé come davanti».


Canto XXX


Forse semilia miglia di lontano 
ci ferve l'ora sesta, e questo mondo 
china già l'ombra quasi al letto piano,

quando 'l mezzo del cielo, a noi profondo, 
comincia a farsi tal, ch'alcuna stella 
perde il parere infino a questo fondo;

e come vien la chiarissima ancella 
del sol più oltre, così 'l ciel si chiude 
di vista in vista infino a la più bella.

Non altrimenti il trïunfo che lude 
sempre dintorno al punto che mi vinse, 
parendo inchiuso da quel ch'elli 'nchiude,

a poco a poco al mio veder si stinse: 
per che tornar con li occhi a Bëatrice 
nulla vedere e amor mi costrinse.

Se quanto infino a qui di lei si dice 
fosse conchiuso tutto in una loda, 
poca sarebbe a fornir questa vice.

La bellezza ch'io vidi si trasmoda 
non pur di là da noi, ma certo io credo 
che solo il suo fattor tutta la goda.

Da questo passo vinto mi concedo 
più che già mai da punto di suo tema 
soprato fosse comico o tragedo:

ché, come sole in viso che più trema, 
così lo rimembrar del dolce riso 
la mente mia da me medesmo scema.

Dal primo giorno ch'i' vidi il suo viso 
in questa vita, infino a questa vista, 
non m'è il seguire al mio cantar preciso;

ma or convien che mio seguir desista 
più dietro a sua bellezza, poetando, 
come a l'ultimo suo ciascuno artista.

Cotal qual io lascio a maggior bando 
che quel de la mia tuba, che deduce 
l'ardüa sua matera terminando,

con atto e voce di spedito duce 
ricominciò: «Noi siamo usciti fore 
del maggior corpo al ciel ch'è pura luce:

luce intellettüal, piena d'amore; 
amor di vero ben, pien di letizia; 
letizia che trascende ogne dolzore.

Qui vederai l'una e l'altra milizia 
di paradiso, e l'una in quelli aspetti 
che tu vedrai a l'ultima giustizia».

Come sùbito lampo che discetti 
li spiriti visivi, sì che priva 
da l'atto l'occhio di più forti obietti,

così mi circunfulse luce viva, 
e lasciommi fasciato di tal velo 
del suo fulgor, che nulla m'appariva.

«Sempre l'amor che queta questo cielo 
accoglie in sé con sì fatta salute, 
per far disposto a sua fiamma il candelo».

Non fur più tosto dentro a me venute 
queste parole brievi, ch'io compresi 
me sormontar di sopr' a mia virtute;

e di novella vista mi raccesi 
tale, che nulla luce è tanto mera, 
che li occhi miei non si fosser difesi;

e vidi lume in forma di rivera 
fulvido di fulgore, intra due rive 
dipinte di mirabil primavera.

Di tal fiumana uscian faville vive, 
e d'ogne parte si mettien ne' fiori, 
quasi rubin che oro circunscrive;

poi, come inebrïate da li odori, 
riprofondavan sé nel miro gurge, 
e s'una intrava, un'altra n'uscia fori.

«L'alto disio che mo t'infiamma e urge, 
d'aver notizia di ciò che tu vei, 
tanto mi piace più quanto più turge;

ma di quest' acqua convien che tu bei 
prima che tanta sete in te si sazi»: 
così mi disse il sol de li occhi miei.

Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi 
ch'entrano ed escono e 'l rider de l'erbe 
son di lor vero umbriferi prefazi.

Non che da sé sian queste cose acerbe; 
ma è difetto da la parte tua, 
che non hai viste ancor tanto superbe».

Non è fantin che sì sùbito rua 
col volto verso il latte, se si svegli 
molto tardato da l'usanza sua,

come fec' io, per far migliori spegli 
ancor de li occhi, chinandomi a l'onda 
che si deriva perché vi s'immegli;

e sì come di lei bevve la gronda 
de le palpebre mie, così mi parve 
di sua lunghezza divenuta tonda.

Poi, come gente stata sotto larve, 
che pare altro che prima, se si sveste 
la sembianza non süa in che disparve,

così mi si cambiaro in maggior feste 
li fiori e le faville, sì ch'io vidi 
ambo le corti del ciel manifeste.

O isplendor di Dio, per cu' io vidi 
l'alto trïunfo del regno verace, 
dammi virtù a dir com' ïo il vidi!

Lume è là sù che visibile face 
lo creatore a quella creatura 
che solo in lui vedere ha la sua pace.

E' si distende in circular figura, 
in tanto che la sua circunferenza 
sarebbe al sol troppo larga cintura.

Fassi di raggio tutta sua parvenza 
reflesso al sommo del mobile primo, 
che prende quindi vivere e potenza.

E come clivo in acqua di suo imo 
si specchia, quasi per vedersi addorno, 
quando è nel verde e ne' fioretti opimo,

sì, soprastando al lume intorno intorno, 
vidi specchiarsi in più di mille soglie 
quanto di noi là sù fatto ha ritorno.

E se l'infimo grado in sé raccoglie 
sì grande lume, quanta è la larghezza 
di questa rosa ne l'estreme foglie!

La vista mia ne l'ampio e ne l'altezza 
non si smarriva, ma tutto prendeva 
il quanto e 'l quale di quella allegrezza.

Presso e lontano, lì, né pon né leva: 
ché dove Dio sanza mezzo governa, 
la legge natural nulla rileva.

Nel giallo de la rosa sempiterna, 
che si digrada e dilata e redole 
odor di lode al sol che sempre verna,

qual è colui che tace e dicer vole, 
mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira 
quanto è 'l convento de le bianche stole!

Vedi nostra città quant' ella gira; 
vedi li nostri scanni sì ripieni, 
che poca gente più ci si disira.

E 'n quel gran seggio a che tu li occhi tieni 
per la corona che già v'è sù posta, 
prima che tu a queste nozze ceni,

sederà l'alma, che fia giù agosta, 
de l'alto Arrigo, ch'a drizzare Italia 
verrà in prima ch'ella sia disposta.

La cieca cupidigia che v'ammalia 
simili fatti v'ha al fantolino 
che muor per fame e caccia via la balia.

E fia prefetto nel foro divino 
allora tal, che palese e coverto 
non anderà con lui per un cammino.

Ma poco poi sarà da Dio sofferto 
nel santo officio; ch'el sarà detruso 
là dove Simon mago è per suo merto,

e farà quel d'Alagna intrar più giuso».


Canto XXXI


In forma dunque di candida rosa 
mi si mostrava la milizia santa 
che nel suo sangue Cristo fece sposa;

ma l'altra, che volando vede e canta 
la gloria di colui che la 'nnamora 
e la bontà che la fece cotanta,

sì come schiera d'ape che s'infiora 
una fïata e una si ritorna 
là dove suo laboro s'insapora,

nel gran fior discendeva che s'addorna 
di tante foglie, e quindi risaliva 
là dove 'l süo amor sempre soggiorna.

Le facce tutte avean di fiamma viva 
e l'ali d'oro, e l'altro tanto bianco, 
che nulla neve a quel termine arriva.

Quando scendean nel fior, di banco in banco 
porgevan de la pace e de l'ardore 
ch'elli acquistavan ventilando il fianco.

Né l'interporsi tra 'l disopra e 'l fiore 
di tanta moltitudine volante 
impediva la vista e lo splendore:

ché la luce divina è penetrante 
per l'universo secondo ch'è degno, 
sì che nulla le puote essere ostante.

Questo sicuro e gaudïoso regno, 
frequente in gente antica e in novella, 
viso e amore avea tutto ad un segno.

O trina luce che 'n unica stella 
scintillando a lor vista, sì li appaga! 
guarda qua giuso a la nostra procella!

Se i barbari, venendo da tal plaga 
che ciascun giorno d'Elice si cuopra, 
rotante col suo figlio ond' ella è vaga,

veggendo Roma e l'ardüa sua opra, 
stupefaciensi, quando Laterano 
a le cose mortali andò di sopra;

ïo, che al divino da l'umano, 
a l'etterno dal tempo era venuto, 
e di Fiorenza in popol giusto e sano,

di che stupor dovea esser compiuto! 
Certo tra esso e 'l gaudio mi facea 
libito non udire e starmi muto.

E quasi peregrin che si ricrea 
nel tempio del suo voto riguardando, 
e spera già ridir com' ello stea,

su per la viva luce passeggiando, 
menava ïo li occhi per li gradi, 
mo sù, mo giù e mo recirculando.

Vedëa visi a carità süadi, 
d'altrui lume fregiati e di suo riso, 
e atti ornati di tutte onestadi.

La forma general di paradiso 
già tutta mïo sguardo avea compresa, 
in nulla parte ancor fermato fiso;

e volgeami con voglia rïaccesa 
per domandar la mia donna di cose 
di che la mente mia era sospesa.

Uno intendëa, e altro mi rispuose: 
credea veder Beatrice e vidi un sene 
vestito con le genti glorïose.

Diffuso era per li occhi e per le gene 
di benigna letizia, in atto pio 
quale a tenero padre si convene.

E «Ov' è ella?», sùbito diss' io. 
Ond' elli: «A terminar lo tuo disiro 
mosse Beatrice me del loco mio;

e se riguardi sù nel terzo giro 
dal sommo grado, tu la rivedrai 
nel trono che suoi merti le sortiro».

Sanza risponder, li occhi sù levai, 
e vidi lei che si facea corona 
reflettendo da sé li etterni rai.

Da quella regïon che più sù tona 
occhio mortale alcun tanto non dista, 
qualunque in mare più giù s'abbandona,

quanto lì da Beatrice la mia vista; 
ma nulla mi facea, ché süa effige 
non discendëa a me per mezzo mista.

«O donna in cui la mia speranza vige, 
e che soffristi per la mia salute 
in inferno lasciar le tue vestige,

di tante cose quant' i' ho vedute, 
dal tuo podere e da la tua bontate 
riconosco la grazia e la virtute.

Tu m'hai di servo tratto a libertate 
per tutte quelle vie, per tutt' i modi 
che di ciò fare avei la potestate.

La tua magnificenza in me custodi, 
sì che l'anima mia, che fatt' hai sana, 
piacente a te dal corpo si disnodi».

Così orai; e quella, sì lontana 
come parea, sorrise e riguardommi; 
poi si tornò a l'etterna fontana.

E 'l santo sene: «Acciò che tu assommi 
perfettamente», disse, «il tuo cammino, 
a che priego e amor santo mandommi,

vola con li occhi per questo giardino; 
ché veder lui t'acconcerà lo sguardo 
più al montar per lo raggio divino.

E la regina del cielo, ond' ïo ardo 
tutto d'amor, ne farà ogne grazia, 
però ch'i' sono il suo fedel Bernardo».

Qual è colui che forse di Croazia 
viene a veder la Veronica nostra, 
che per l'antica fame non sen sazia,

ma dice nel pensier, fin che si mostra: 
`Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace, 
or fu sì fatta la sembianza vostra?';

tal era io mirando la vivace 
carità di colui che 'n questo mondo, 
contemplando, gustò di quella pace.

«Figliuol di grazia, quest' esser giocondo», 
cominciò elli, «non ti sarà noto, 
tenendo li occhi pur qua giù al fondo;

ma guarda i cerchi infino al più remoto, 
tanto che veggi seder la regina 
cui questo regno è suddito e devoto».

Io levai li occhi; e come da mattina 
la parte orïental de l'orizzonte 
soverchia quella dove 'l sol declina,

così, quasi di valle andando a monte 
con li occhi, vidi parte ne lo stremo 
vincer di lume tutta l'altra fronte.

E come quivi ove s'aspetta il temo 
che mal guidò Fetonte, più s'infiamma, 
e quinci e quindi il lume si fa scemo,

così quella pacifica oriafiamma 
nel mezzo s'avvivava, e d'ogne parte 
per igual modo allentava la fiamma;

e a quel mezzo, con le penne sparte, 
vid' io più di mille angeli festanti, 
ciascun distinto di fulgore e d'arte.

Vidi a lor giochi quivi e a lor canti 
ridere una bellezza, che letizia 
era ne li occhi a tutti li altri santi;

e s'io avessi in dir tanta divizia 
quanta ad imaginar, non ardirei 
lo minimo tentar di sua delizia.

Bernardo, come vide li occhi miei 
nel caldo suo caler fissi e attenti, 
li suoi con tanto affetto volse a lei,

che ' miei di rimirar fé più ardenti.


Canto XXXII


Affetto al suo piacer, quel contemplante 
libero officio di dottore assunse, 
e cominciò queste parole sante:

«La piaga che Maria richiuse e unse, 
quella ch'è tanto bella da' suoi piedi 
è colei che l'aperse e che la punse.

Ne l'ordine che fanno i terzi sedi, 
siede Rachel di sotto da costei 
con Beatrice, sì come tu vedi.

Sarra e Rebecca, Iudìt e colei 
che fu bisava al cantor che per doglia 
del fallo disse `Miserere mei',

puoi tu veder così di soglia in soglia 
giù digradar, com' io ch'a proprio nome 
vo per la rosa giù di foglia in foglia.

E dal settimo grado in giù, sì come 
infino ad esso, succedono Ebree, 
dirimendo del fior tutte le chiome;

perché, secondo lo sguardo che fée 
la fede in Cristo, queste sono il muro 
a che si parton le sacre scalee.

Da questa parte onde 'l fiore è maturo 
di tutte le sue foglie, sono assisi 
quei che credettero in Cristo venturo;

da l'altra parte onde sono intercisi 
di vòti i semicirculi, si stanno 
quei ch'a Cristo venuto ebber li visi.

E come quinci il glorïoso scanno 
de la donna del cielo e li altri scanni 
di sotto lui cotanta cerna fanno,

così di contra quel del gran Giovanni, 
che sempre santo 'l diserto e 'l martiro 
sofferse, e poi l'inferno da due anni;

e sotto lui così cerner sortiro 
Francesco, Benedetto e Augustino 
e altri fin qua giù di giro in giro.

Or mira l'alto proveder divino: 
ché l'uno e l'altro aspetto de la fede 
igualmente empierà questo giardino.

E sappi che dal grado in giù che fiede 
a mezzo il tratto le due discrezioni, 
per nullo proprio merito si siede,

ma per l'altrui, con certe condizioni: 
ché tutti questi son spiriti ascolti 
prima ch'avesser vere elezïoni.

Ben te ne puoi accorger per li volti 
e anche per le voci püerili, 
se tu li guardi bene e se li ascolti.

Or dubbi tu e dubitando sili; 
ma io discioglierò 'l forte legame 
in che ti stringon li pensier sottili.

Dentro a l'ampiezza di questo reame 
casüal punto non puote aver sito, 
se non come tristizia o sete o fame:

ché per etterna legge è stabilito 
quantunque vedi, sì che giustamente 
ci si risponde da l'anello al dito;

e però questa festinata gente 
a vera vita non è sine causa 
intra sé qui più e meno eccellente.

Lo rege per cui questo regno pausa 
in tanto amore e in tanto diletto, 
che nulla volontà è di più ausa,

le menti tutte nel suo lieto aspetto 
creando, a suo piacer di grazia dota 
diversamente; e qui basti l'effetto.

E ciò espresso e chiaro vi si nota 
ne la Scrittura santa in quei gemelli 
che ne la madre ebber l'ira commota.

Però, secondo il color d'i capelli, 
di cotal grazia l'altissimo lume 
degnamente convien che s'incappelli.

Dunque, sanza mercé di lor costume, 
locati son per gradi differenti, 
sol differendo nel primiero acume.

Bastavasi ne' secoli recenti 
con l'innocenza, per aver salute, 
solamente la fede d'i parenti;

poi che le prime etadi fuor compiute, 
convenne ai maschi a l'innocenti penne 
per circuncidere acquistar virtute;

ma poi che 'l tempo de la grazia venne, 
sanza battesmo perfetto di Cristo 
tale innocenza là giù si ritenne.

Riguarda omai ne la faccia che a Cristo 
più si somiglia, ché la sua chiarezza 
sola ti può disporre a veder Cristo».

Io vidi sopra lei tanta allegrezza 
piover, portata ne le menti sante 
create a trasvolar per quella altezza,

che quantunque io avea visto davante, 
di tanta ammirazion non mi sospese, 
né mi mostrò di Dio tanto sembiante;

e quello amor che primo lì discese, 
cantando `Ave, Maria, gratïa plena', 
dinanzi a lei le sue ali distese.

Rispuose a la divina cantilena 
da tutte parti la beata corte, 
sì ch'ogne vista sen fé più serena.

«O santo padre, che per me comporte 
l'esser qua giù, lasciando il dolce loco 
nel qual tu siedi per etterna sorte,

qual è quell' angel che con tanto gioco 
guarda ne li occhi la nostra regina, 
innamorato sì che par di foco?».

Così ricorsi ancora a la dottrina 
di colui ch'abbelliva di Maria, 
come del sole stella mattutina.

Ed elli a me: «Baldezza e leggiadria 
quant' esser puote in angelo e in alma, 
tutta è in lui; e sì volem che sia,

perch' elli è quelli che portò la palma 
giuso a Maria, quando 'l Figliuol di Dio 
carcar si volse de la nostra salma.

Ma vieni omai con li occhi sì com' io 
andrò parlando, e nota i gran patrici 
di questo imperio giustissimo e pio.

Quei due che seggon là sù più felici 
per esser propinquissimi ad Agusta, 
son d'esta rosa quasi due radici:

colui che da sinistra le s'aggiusta 
è il padre per lo cui ardito gusto 
l'umana specie tanto amaro gusta;

dal destro vedi quel padre vetusto 
di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi 
raccomandò di questo fior venusto.

E quei che vide tutti i tempi gravi, 
pria che morisse, de la bella sposa 
che s'acquistò con la lancia e coi clavi,

siede lungh' esso, e lungo l'altro posa 
quel duca sotto cui visse di manna 
la gente ingrata, mobile e retrosa.

Di contr' a Pietro vedi sedere Anna, 
tanto contenta di mirar sua figlia, 
che non move occhio per cantare osanna;

e contro al maggior padre di famiglia 
siede Lucia, che mosse la tua donna 
quando chinavi, a rovinar, le ciglia.

Ma perché 'l tempo fugge che t'assonna, 
qui farem punto, come buon sartore 
che com' elli ha del panno fa la gonna;

e drizzeremo li occhi al primo amore, 
sì che, guardando verso lui, penètri 
quant' è possibil per lo suo fulgore.

Veramente, ne forse tu t'arretri 
movendo l'ali tue, credendo oltrarti, 
orando grazia conven che s'impetri

grazia da quella che puote aiutarti; 
e tu mi seguirai con l'affezione, 
sì che dal dicer mio lo cor non parti».

E cominciò questa santa orazione:


Canto XXXIII


«Vergine Madre, figlia del tuo figlio, 
umile e alta più che creatura, 
termine fisso d'etterno consiglio,

tu se' colei che l'umana natura 
nobilitasti sì, che 'l suo fattore 
non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l'amore, 
per lo cui caldo ne l'etterna pace 
così è germinato questo fiore.

Qui se' a noi meridïana face 
di caritate, e giuso, intra ' mortali, 
se' di speranza fontana vivace.

Donna, se' tanto grande e tanto vali, 
che qual vuol grazia e a te non ricorre, 
sua disïanza vuol volar sanz' ali.

La tua benignità non pur soccorre 
a chi domanda, ma molte fïate 
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate, 
in te magnificenza, in te s'aduna 
quantunque in creatura è di bontate.

Or questi, che da l'infima lacuna 
de l'universo infin qui ha vedute 
le vite spiritali ad una ad una,

supplica a te, per grazia, di virtute 
tanto, che possa con li occhi levarsi 
più alto verso l'ultima salute.

E io, che mai per mio veder non arsi 
più ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghi 
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

perché tu ogne nube li disleghi 
di sua mortalità co' prieghi tuoi, 
sì che 'l sommo piacer li si dispieghi.

Ancor ti priego, regina, che puoi 
ciò che tu vuoli, che conservi sani, 
dopo tanto veder, li affetti suoi.

Vinca tua guardia i movimenti umani: 
vedi Beatrice con quanti beati 
per li miei prieghi ti chiudon le mani!».

Li occhi da Dio diletti e venerati, 
fissi ne l'orator, ne dimostraro 
quanto i devoti prieghi le son grati;

indi a l'etterno lume s'addrizzaro, 
nel qual non si dee creder che s'invii 
per creatura l'occhio tanto chiaro.

E io ch'al fine di tutt' i disii 
appropinquava, sì com' io dovea, 
l'ardor del desiderio in me finii.

Bernardo m'accennava, e sorridea, 
perch' io guardassi suso; ma io era 
già per me stesso tal qual ei volea:

ché la mia vista, venendo sincera, 
e più e più intrava per lo raggio 
de l'alta luce che da sé è vera.

Da quinci innanzi il mio veder fu maggio 
che 'l parlar mostra, ch'a tal vista cede, 
e cede la memoria a tanto oltraggio.

Qual è colüi che sognando vede, 
che dopo 'l sogno la passione impressa 
rimane, e l'altro a la mente non riede,

cotal son io, ché quasi tutta cessa 
mia visïone, e ancor mi distilla 
nel core il dolce che nacque da essa.

Così la neve al sol si disigilla; 
così al vento ne le foglie levi 
si perdea la sentenza di Sibilla.

O somma luce che tanto ti levi 
da' concetti mortali, a la mia mente 
ripresta un poco di quel che parevi,

e fa la lingua mia tanto possente, 
ch'una favilla sol de la tua gloria 
possa lasciare a la futura gente;

ché, per tornare alquanto a mia memoria 
e per sonare un poco in questi versi, 
più si conceperà di tua vittoria.

Io credo, per l'acume ch'io soffersi 
del vivo raggio, ch'i' sarei smarrito, 
se li occhi miei da lui fossero aversi.

E' mi ricorda ch'io fui più ardito 
per questo a sostener, tanto ch'i' giunsi 
l'aspetto mio col valore infinito.

Oh abbondante grazia ond' io presunsi 
ficcar lo viso per la luce etterna, 
tanto che la veduta vi consunsi!

Nel suo profondo vidi che s'interna, 
legato con amore in un volume, 
ciò che per l'universo si squaderna:

sustanze e accidenti e lor costume 
quasi conflati insieme, per tal modo 
che ciò ch'i' dico è un semplice lume.

La forma universal di questo nodo 
credo ch'i' vidi, perché più di largo, 
dicendo questo, mi sento ch'i' godo.

Un punto solo m'è maggior letargo 
che venticinque secoli a la 'mpresa 
che fé Nettuno ammirar l'ombra d'Argo.

Così la mente mia, tutta sospesa, 
mirava fissa, immobile e attenta, 
e sempre di mirar faceasi accesa.

A quella luce cotal si diventa, 
che volgersi da lei per altro aspetto 
è impossibil che mai si consenta;

però che 'l ben, ch'è del volere obietto, 
tutto s'accoglie in lei, e fuor di quella 
è defettivo ciò ch'è lì perfetto.

Omai sarà più corta mia favella, 
pur a quel ch'io ricordo, che d'un fante 
che bagni ancor la lingua a la mammella.

Non perché più ch'un semplice sembiante 
fosse nel vivo lume ch'io mirava, 
che tal è sempre qual s'era davante;

ma per la vista che s'avvalorava 
in me guardando, una sola parvenza, 
mutandom' io, a me si travagliava.

Ne la profonda e chiara sussistenza 
de l'alto lume parvermi tre giri 
di tre colori e d'una contenenza;

e l'un da l'altro come iri da iri 
parea reflesso, e 'l terzo parea foco 
che quinci e quindi igualmente si spiri.

Oh quanto è corto il dire e come fioco 
al mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi, 
è tanto, che non basta a dicer `poco'.

O luce etterna che sola in te sidi, 
sola t'intendi, e da te intelletta 
e intendente te ami e arridi!

Quella circulazion che sì concetta 
pareva in te come lume reflesso, 
da li occhi miei alquanto circunspetta,

dentro da sé, del suo colore stesso, 
mi parve pinta de la nostra effige: 
per che 'l mio viso in lei tutto era messo.

Qual è 'l geomètra che tutto s'affige 
per misurar lo cerchio, e non ritrova, 
pensando, quel principio ond' elli indige,

tal era io a quella vista nova: 
veder voleva come si convenne 
l'imago al cerchio e come vi s'indova;

ma non eran da ciò le proprie penne: 
se non che la mia mente fu percossa 
da un fulgore in che sua voglia venne.

A l'alta fantasia qui mancò possa; 
ma già volgeva il mio disio e 'l velle, 
sì come rota ch'igualmente è mossa,

l'amor che move il sole e l'altre stelle.



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