Ugo Foscolo
Poemi
Alla sera

All'Amata

A Firenze


A se stesso

Non son chi fui

Perché taccia

Così gl'interi giorni

Meritamente

Solcata ho fronte

E tu ne' carmi

A Zacinto

Alla musa

L'inchiesta

Il ritratto

La febbre

Il sertoli

Il pomo

Il desiderio

Che stai?

Irene

L'ultimo addio


Alla sera


  Forse perché della fatal quiete
tu sei l'immago a me sì cara vieni
o Sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,                  

  e quando dal nevoso aere inquiete
tenebre e lunghe all'universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.                  

  Vagar mi fai co' miei pensieri su l'orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme          

  delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirito guerrier ch'entro mi rugge.



Linecol
All'Amata
Meritamente, però'ch'io potei Abbandonarti, or grido alle frementi Onde che batton l'alpi, e i pianti miei Sperdono sordi del Tirreno i venti. Sperai, poiché mi han tratto uomini e Dei In lungo esilio fra spergiure genti Dal'bel paese ove or meni sì rei, Me sospirando, I tuoi giorni fiorenti, Sperai che il tempo, e i duri casi, e queste Rupi ch'io varco anelando, e le eterne Ov'io qual fiera. dormo atre foreste, Sarien ristoro al mio cor sanguinente; Ahi, vóta speme! Amor fra l'ombre inferne Seguirammi immortale, onnipotente.

Linecol A Firenze
E tu ne' carmi avrai perenne vita Sponda che Arno saluta in suo cammino Partendo la città che del latino Nome accogliea finor l'ombra fuggita. Già dal tuo ponte all'onda impaurita Il papale furore e il ghibellino Mescean gran sangue, ove oggi al pellegrino Del fero vate la magion s'addita. Per me cara, felice, inclita riva Ove sovente i piè leggiadri mosse Colei che vera al portarnento Diva In me volgeva sue luci beate, Mentr'io sentia dai crini d'oro commosse Spirar ambrosia l'aure innamorate.

Linecol A se stesso
Ché stai? già il secoi l'orma ultima lascia; Dove del tempo son le leggi rotte Precipita, portando entro la notte Quattro tuoi lustri, e obblio freddo li fascia. Che se vita è l'error, l'ira, e l'ambascia, Troppo hai del viver tuo l'ore prodotte; Or meglio vivi, e con fatiche dotte A chi diratti antico'esempj lascia. Figlio infelice e disperato amante, E senza patria, a tutti aspro e a te stesso, Giovine d'anni e rugoso in sembiante, Che stai? Breve è la vita' e lunga è l'arte, A chi altamente oprar non è concesso Fama tentino almen libere carte.

Linecol Non son chi fui,
perì di noi gran parte

Non son chi fui; perì di noi gran parte: questo che avanza è sol languore e pianto. E secco è il mirto, e son le foglie sparte del lauro, speme al giovenil mio canto. Perché dal dì ch'empia licenza e Marte vestivan me del lor sanguineo manto, cieca è la mente e guasto il core, ed arte la fame d'oro, arte è in me fatta, e vanto. Che se pur sorge di morir consiglio, a mia fiera ragion chiudon le porte furor di gloria, e carità di figlio. Tal di me schiavo, e d'altri, e della sorte, conosco il meglio ed al peggior mi appiglio, e so invocare e non darmi la morte.

Linecol Perché taccia
Perché taccia il rumor di mia catena di lagrime, di speme, e di amor vivo, e di silenzio; ché pietà mi affrena se di lei parlo, o di lei penso e scrivo. Tu sol mi ascolti, o solitario rivo, ove ogni notte amor seco mi mena, qui affido il pianto e i miei danni descrivo, qui tutta verso del dolor la piena. E narro come i grandi occhi ridenti arsero d'immortal raggio il mio core, come la rosea bocca, e i rilucenti odorati capelli, ed il candore delle divine membra, e i cari accenti m'insegnarono alfin pianger d'amore.

Linecol Così gl'interi giorni
Così gl'interi giorni in lungo incerto sonno gemo! ma poi quando la bruna notte gli astri nel ciel chiama e la luna, e il freddo aer di mute ombre è coverto; dove selvoso è il piano più deserto allor lento io vagabondo, ad una ad una palpo le piaghe onde la rea fotuna, e amore, e il mondo hanno il mio core aperto. Stanco mi appoggio or al troncon d'un pino, ed or prostrato ove strpitan l'onde, con le speranze mie parlo e deliro. Ma per te le mortali ire e il destino spesso obbliando, a te, donna, io sospiro: luce degli occhi miei chi mi t'asconde?

Linecol Meritamente
Meritamente, però ch'io potei abbandonarti, or grido alle frementi onde che batton l'alpi, e i pianti miei sperdono sordi del Tirreno i venti. Sperai, poiché mi han tratto uomini e Dei in lungo esilio fra spergiure genti dal bel paese ove meni sì rei, me sospirando, i tuoi giorni fiorenti, sperai che il tempo, e i duri casi, e queste rupi ch'io varco anelando, e le eterne ov'io qual fiera dormo atre foreste, sarien ristoro al mio cor sanguinente; ahi vota speme! Amor fra l'ombre e inferne seguirammi immortale, onnipotente.

Linecol Solcata ho fronte
Solcata ho la fronte, occhi incavati intenti, crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto, labbro tumido acceso, e tersi denti, capo chino, bel collo, e largo petto; giuste membra; vestir semplice eletto; ratti i passi, i pensier, gli atti, gli accenti; sobrio, umano, leal, prodigo, schietto; avverso al mondo, avversi a me gli eventi: talor di lingua, e spesso di man prode; mesto i più giorni e solo, ognor pensoso, pronto, iracondo, inquieto, tenace: di vizi ricco e di virtù, do lode alla ragion, ma corro ove al cor piace: morte sol mi darà fama e riposo.

Linecol E tu ne' carmi
avrai perenne vita

E tu ne' carmi avrai perenne vita sponda che Arno saluta in suo cammino partendo la città che dal latino nome accogliea finor l'ombra fuggita. Già dal tuo ponte all'onda impaurita il papale furore e il ghibellino mescean gran sangue, ove oggi al pellegrino del fero vato la magion si addita. Per me cara, felice, inclita riva ove sovente i pie' leggiadri mosse colei che vera al portamento Diva in me vologeva sue luci beate, mentr'io sentia dai crin d'oro commosse spirar ambrosia l'aure innamorate.

Linecol A Zacinto
Né più mai toccherò le sacre sponde ove il mio corpo fanciulletto giacque, Zacinto mia, che te specchi nell'onde del greco mar da cui vergine nacque Venere, e fea quelle isole feconde col suo primo sorriso, onde non tacque le tue limpide nubi e le tue fronde l'inclito verso di colui che l'acque cantò fatali, ed il diverso esiglio per cui bello di fama e di sventura baciò la sua petrosa Itaca Ulisse. Tu non altro che il canto avrai del figlio, o materna mia terra; a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura.

Linecol Alla musa
Pur tu copia versavi alma di canto su le mie labbra un tempo, Aonia Diva, quando de' miei fiorenti anni fuggiva la stagion prima, e dietro erale intanto questa, che meco per la via del pianto scende di Lete ver la muta riva: non udito or t'invoco; ohimè! soltanto una favilla del tuo spirto è viva. E tu fuggisti in compagnia dell'ore, o Dea! tu pur mi lasci alle pensose membranze, e del futuro al timor cieco. Però mi accorgo, e mel ridice amore, che mal ponno sfogar rade, operose rime il dolor che deve albergar meco.

Linecol L'inchiesta
Il Fratellin vezzoso, Sempre tu piangi, ei dice; Tenera età felice Che non conosco amor! Ma ben verran quegli anni, Che il Fratellin vezzoso Non troverà riposo Nel passionato cor. Quel roseo volto, i guardi Sì vivi e sì innocenti Li mirerò dolenti In atto di pietà. Allor dirò: i miei pianti, Quand'eri pargoletto, Eran d'amore effetto, Effetto di beltà.

Linecol Il ritratto
Scrivo che tu sei bella, Scrivo che tutto è accolto Sul grazïoso volto De' vezzi il roseo stuol. Scrivo che i tuoi dolci occhi Vibran soave foco, Scrivo.... Ma questo è poco Per sì gentil beltà. Chi mai potria le grazie Spiegar di quei colori, Ove si stan gli Amori Come sul loro altar? Dir altro io mai non seppi So non che tanto sei Vezzosa agli occhi miei Ch'altra non sanno amar.

Linecol La febbre
Febbre le vene accende, O Cloe, del tuo poeta, E tu frattanto lieta Passi cantando i dì. Serbi così l'affetto Che tu giurasti a lui, I fidi merti sui Compensi, o Cloe, così? Misero giovanetto, Che ad un'ingrata credi, Cessa d'amar; non vedi Ch'ella t'inganna ognor? Cruda!... Ma dir vorresti: Nol seppi, il giuro ai Dei: Taci, spergiura sei, Chè te lo disse Amor.

Linecol Il sertoli
Cogliete, o pastorelli, Cogliete vaghi fiori, Chè deggio per gli albori A Fille un serto far. Farlo vorrei sol io, Ma nol permetto l'ora, Chè in Cielo già l'Aurora Comincia rosseggiar. E le dirò che il serto Tessuto è di mia mano. Ma che? così profano Il labbro mio sarà? Mai menzogner non fui, E s'anche il fossi, ah! Fille Fra mille fiori e mille i miei distinguerà.

Linecol Il pomo
Pomo ch'io colsi, e Cloe, Da un arbuscel gentile, Che a quei dei verde aprile Non può invidiare i fior, Pomo ch'effigia e mostra Del volto tuo la rosa, Ti dona, o Cloe vezzosa, Con la mia mano il cor. Mel chiese or or con Clori La bruna Nice e Irene; Ma il pomo sol conviene, Mia bionda amica, a te. Così fra Tirai e Dafni Da te ottenessi io fede.... Ma tu ti sdegni; ahi chiede Un cuor quel che ti diè.

Linecol Il desiderio
Io non invidio ai vati Le lodi e i sacri allori, Nè curo i pregi e gli ori D'un duce o d'un sovran. Saran miei dì beati Se avrò il mio crine cinto Di serto vario-pinto Tessuto di tua man. Saran miei dì beati Se in mezzo a bosco ombroso Il volto tuo vezzoso Godrommi a contemplar. Che bel vederci allora Mille cambiar sembianti, E direi: O cori amanti, Cessate il palpitar!

Linecol Che stai?
Che stai? già il secol l'orma ultima lascia; dove del tempo son le leggi rotte precipita, portando entro la notte quattro tuoi lustri, e obblio freddo li fascia. Che se vita è l'error, l'ira, e l'ambascia, troppo hai del viver tuo l'ore prodotte; or meglio vivi, e con fatiche dotte a chi diratti antico esempi lascia. Figlio infelice, e disperato amante, e senza patria, a tutti aspro e a te stesso, giovine d'anni e rugoso in sembiante, che stai? breve è la vita, e lunga è l'arte; a chi altamente oprar non è concesso fama tentino almen libere carte.

Linecol Irene
Irene candida, lascia le piume, T'affretta a cogliere leggiadri fiori Or ch'Alba fulgida spande il suo lume Co' nuovi albori. In mezzo agli alberi d'accanto il fonte Vedrai tu sorgere bei gelsomini: Li cogli, e adornati del vago fronte I vaghi crini. Mentre innoltravasi col gaio aprile Soave Zefiro là fur piantati, Da me alla morbida tua man gentile Poscia serbati. Il graziosissimo tuo cestellino Empi di mammole e di viole; Ma, bene badami, sfiora il giardino Prima del Sol Indi, sovvengati, fanciulla mia, Che voglio un bacio al tuo ritorno, Né vo' che al solito tu me lo dia Un altro giorno. Ché questo amabile giorno mai viene, E se anche in seguito così faremo, Gli anni andran rapidi, né un giorno, o Irene, Goduto avremo.

Linecol L'ultimo addio
T'amai, dunque, t'amai, e t'amo ancor di un amore che non si può concepire che da me solo. E' poco prezzo, o mio angelo, la morte per chi ha potuto udir che tu l'ami, e sentirsi scorrere in tutta l'anima la voluttà del tuo bacio, e pianger teco - io sto col piè nella fossa; eppure tu anche in questo frangente ritorni, come solevi, davanti a questi occhi che morendo si fissano in te, in te che sacra risplendi di tutta la tua bellezza... Io muoio... pieno di te, e certo del tuo pianto...

Ugo Foscolo

Nato a Zante il 6 febbraio 1778,
morto a Turnham Green, presso Londra,
il 10 settembre 1827.




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