Louïse Labé 
(°Lyon ca. 1520; †Parcieux-en-Dombes 1566)

La bella cordaia


SONETTO I


Non havria Ulisse o qualunqu’altro mai
Piu accorto fù, da quel divino aspetto,
Pien di gratie, d’honor et di rispetto,
Sperato qual i sento affanni et guai.

Pur, Amor, co’i begli occhi tu fatt’hai
Tal piagia dentro al moi innocente petto,
Di cibo et di calor già tuo ricetto,
Che rimedio non vè si tu nol’ dai.

Sorte dura, che mi fa esser quale
Punta d’un Scorpio, et domandar riparo
Contr’ el velen’ dall istesso animale.

Chieggio ti sol’ ancida questa noia,
Non estingua el desir a me si caro,
Che mancar non potria ch’i non mi muoia.


Sonnetto Uno e' il poema originale

SONETTO VIII


Io vivo, io muoio; mi brucio e m'annego,
Ho caldo estremo mentre soffro il freddo.
La vita m'è troppo tenera e dura.
Mescolati alla gioia ho grandi affanni,

Lacrimo  e rido nello stesso tempo.
Assai gravi tormenti nel piacere
Soffro; sen va il mio bene e sempre dura.
Secco e verdeggio nello stesso tempo.

Così, senza mai tregua Amor mi porta,
E quando penso aver maggior dolore,
Non lo penso, e mi trovo fuor d'affanno.

Quando poi credo aver gioia sicura
E aver raggiunto il sospirato bene,
Mi riporta alla mia infelicità.


SONETTO XVIII


Baciami ancora, ribaciami e bacia:
Dammene uno dei più saporosi,
Dammene uno dei più  amorosi,
Ne renderò quattro più ardenti che bracia.

Oimè, ti lamenti? ma è un male che io plagio,
Con altri dieci di quelli dolcissimi.
Così intrecciando i baci felicissimi
L'un l'altro godiamo in pieno agio.

Raddoppiata la vita seguirà per entrambi.
E ognuno nell'altro vivrà più che in se stesso.
Permettimi Amore qualche follia pensare:

Quando il male è rinchiudermi in me stessa,
Nessuna gioia donare mi è concessa,
Se fuor di me non mi posso liberare.


SONETTO XXIII


Deh, s'io potessi vivere fin d'oggi, 
Domani e sempre, tra le sole braccia 
Dell'uomo amato, e s'egli mi dicesse 
Stringendomi al suo petto: "O amica cara, 

Amiamoci fra noi, ben soddisfatti 
L'uno dell'altra, senza che più nulla 
Possa in vita dividerci"; se, al colmo 
Del possesso fra noi, mentre lo tengo 

Stretto al pari dell'edera e del fusto, 
La morte invidiosa ci strappasse, 
L'uno all'altra, per sempre, allora, al colmo 

Dei nostri amplessi, esalerei lo spirito 
Mio sulle labbra sue, fino a morirne 
D'una felicità che non ha nome.


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