Leopardi

Giacomo Leopardi
°1798 (Recanati); †1837 (Napoli)

  Alla sua donna


Cara beltà che amore 
Lunge m'inspiri o nascondendo il viso, 
Fuor se nel sonno il core 
Ombra diva mi scuoti, 
O ne' campi ove splenda 
Più vago il giorno e di natura il riso; 
Forse tu l'innocente 
Secol beasti che dall'oro ha nome, 
Or leve intra la gente 
Anima voli? o te la sorte avara 
Ch'a noi t'asconde, agli avvenir prepara? 
Viva mirarti omai 
Nulla spene m'avanza; 
S'allor non fosse, allor che ignudo e solo 
Per novo calle a peregrina stanza 
Verrà lo spirto mio. Già sul novello 
Aprir di mia giornata incerta e bruna, 
Te viatrice in questo arido suolo 
Io mi pensai. Ma non è cosa in terra 
Che ti somigli; e s'anco pari alcuna 
Ti fosse al volto, agli atti, alla favella, 
Saria, così conforme, assai men bella. 
Fra cotanto dolore 
Quanto all'umana età propose il fato, 
Se vera e quale il mio pensier ti pinge, 
Alcun t'amasse in terra, a lui pur fora 
Questo viver beato: 
E ben chiaro vegg'io siccome ancora 
Seguir loda e virtù qual ne' prim'anni 
L'amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse 
Il ciel nullo conforto ai nostri affanni; 
E teco la mortal vita saria 
Simile a quella che nel cielo india. 
Per le valli, ove suona 
Del faticoso agricoltore il canto, 
Ed io seggo e mi lagno 
Del giovanile error che m'abbandona; 
E per li poggi, ov'io rimembro e piagno 
I perduti desiri, e la perduta 
Speme de' giorni miei; di te pensando, 
A palpitar mi sveglio. E potess'io, 
Nel secol tetro e in questo aer nefando, 
L'alta specie serbar; che dell'imago, 
Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago. 
Se dell'eterne idee 
L'una sei tu, cui di sensibil forma 
Sdegni l'eterno senno esser vestita, 
E fra caduche spoglie 
Provar gli affanni di funerea vita; 
O s'altra terra ne' superni giri 
Fra' mondi innumerabili t'accoglie, 
E più vaga del Sol prossima stella 
T'irraggia, e più benigno etere spiri; 
Di qua dove son gli anni infausti e brevi, 
Questo d'ignoto amante inno ricevi.





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