Francesco Petrarca
Francesco Petrarca 
°Arezzo 1304 +Arquà 1374 
Poeta e letterato italiano
Canzoniere I

In vita di Madonna Laura

I
Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono di quei sospiri ond’io nudriva ’l core in sul mio primo giovenile errore, quand’era in parte altr’uom da quel, ch’i’ sono; del vario stile in ch’io piango e ragiono fra le vane speranze, e ’l van dolore; ove sia chi per prova intenda amore, spero trovar pietà, non che perdono. Ma ben veggio or sì come al popol tutto favola fui gran tempo, onde sovente di me medesmo meco mi vergogno; e del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto, e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente che quanto piace al mondo è breve sogno.
II
Per far una leggiadra sua vendetta, e punir in un dì ben mille offese, celatamente Amor l’arco riprese, come uom ch’a nocer luogo e tempo aspetta. Era la mia virtute al cor ristretta per far ivi, e ne gli occhi sue difese, quando ’l colpo mortal là giù discese, ove solea spuntarsi ogni saetta. Però turbata nel primiero assalto, non ebbe tanto nè vigor, nè spazio che potesse al bisogno prender l’arme, o vero al poggio faticoso ed alto ritrarmi accortamente da lo strazio; del quale oggi vorrebbe, e non può aitarme.
III
Era ’l giorno ch’al sol si scoloraro per la pietà del suo Fattore i rai, quando i’ fui preso, e non me ne guardai, che i be’ vostr’occhi, Donna, mi legaro. Tempo non mi parea da far riparo contr’a’ colpi d’Amor; però n’andai secur, senza sospetto: onde i mei guai nel comune dolor s’incominciaro. Trovommi Amor del tutto disarmato, ed aperta la via per gli occhi al core, che di lacrime son fatti uscio e varco. Però, al mio parer, non li fu onore ferir me di saetta in quello stato, ed a voi armata non mostrar pur l’arco.
IV
Quel ch’infinita provvidenza, ed arte mostrò nel suo mirabil magistero: che criò questo, e quell’altro emispero, e mansueto più Giove che Marte, venendo in terra a illuminar le carte ch’avean molt’anni già celato il vero, tolse Giovanni da la rete, e Piero, e nel regno del Ciel fece lor parte. Di sé, nascendo, a Roma non fe’ grazia, a Giudea sì, tanto sovr’ogni stato umiltate esaltar sempre gli piacque; ed or di picciol borgo un sol n’ha dato, tal, che natura, e ’l luogo si ringrazia, onde sì bella Donna al mondo nacque.
V
Quand’io movo i sospiri a chiamar voi, e ’l nome, che nel cor mi scrisse Amore, LAUdando s’incomincia udir di fore il suon de’ primi dolci accenti suoi. Vostro stato REal, che ’ncontro poi, raddoppia all’alta impresa il mio valore; ma, - TAci, - grida il fin: - che farle onore è d’altri omeri soma, che da’ tuoi -. Così LAUdare, e Reverire insegna la voce stessa, pur ch’altri vi chiami, o d’ogni reverenza, e d’onor degna; sé non che forse Apollo si disdegna, ch’a parlar de’ suoi sempre verdi rami lingua morTAl presuntüosa vegna.
VI
Sì traviato è ’l folle mio desio a seguitar costei, che ’n fuga è volta, e de’ lacci d’Amor leggiera e sciolta vola dinanzi al lento correr mio; che quanto richiamando più l’envio per la secura strada men m’ascolta: né mi vale spronarlo, o dargli volta; ch’Amor per sua natura il fa restio. E poi che ’l fren per forza a sé raccoglie, i’ mi rimango in signoria di lui, che mal mio grado a morte mi trasporta; sol per venir al Lauro, onde si coglie acerbo frutto, che le piaghe altrui, gustando, affligge più, che non conforta.
VII
La gola e ’l sonno e l’oziose piume hanno del mondo ogni vertù sbandita, ond’è dal corso suo quasi smarrita nostra natura vinta dal costume; et è sì spento ogni benigno lume del ciel, per cui s’informa umana vita, che per cosa mirabile s’addita che vòl far d’Elicona nascer fiume. Qual vaghezza di lauro? qual di mirto? - Povera e nuda vai, Filosofia - dice la turba al vil guadagno intesa. Pochi compagni avrai per l’altra via; tanto ti prego più, gentile spirto, non lassar la magnanima tua impresa.
VIII
A piè de’ colli ove la bella vesta prese de le terrene membra pria la donna che colui ch’a te n’envia spesso dal sonno lagrimando desta, libere in pace passavan per questa vita mortal, ch’ogni animal desia, senza sospetto di trovar fra via cosa ch’al nostr’andar fosse molesta. Ma del misero stato ove noi semo condotte da la vita altra serena, un sol conforto, e de la morte, avemo: che vendetta è di lui ch’a ciò ne mena, lo qual in forza altrui, presso a l’estremo, riman legato con maggior catena.
IX
Quando ’l pianeta che distingue l’ore ad albergar col Tauro si ritorna, cade vertù da l’infiammate corna che veste ’l mondo di novel colore; e non pur quel che s’apre a noi di fòre, le rive e i colli di fioretti adorna, ma dentro, dove già mai non s’aggiorna, gravido fa di sè il terrestro umore, onde tal frutto e simile si colga. Così costei, ch’è tra le donne un sole, in me, movendo de’ begli occhi i rai, cria d’amor penseri, atti e parole; ma, come ch’ella gli governi o volga, primavera per me pur non è mai.
X
Gloriosa Columna, in cui s’appoggia nostra speranza e ’l gran nome latino, ch’ancor non torse del vero camino l’ira di Giove per ventosa pioggia, qui non palazzi, non teatro o loggia, ma ’n lor vece un abete, un faggio, un pino, tra l’erba verde e ’l bel monte vicino, onde si scende poetando e poggia, levan di terra al ciel nostr’intelletto, e ’l rosigniuol che dolcemente all’ombra tutte le notti si lamenta e piagne, d’amorosi penseri il cor ne ’ngombra: ma tanto ben sol tronchi e fai imperfetto tu che da noi, signor mio, ti scompagne.
XI
Lassare il velo o per sole o per ombra, donna, non vi vid’io, poi che in me conosceste il gran desio ch’ogni altra voglia dentr’al cor mi sgombra. Mentr’io portava i be’ pensier celati, c’hanno la mente desiando morta, vidivi di pietate ornare il vólto; ma poi ch’Amor di me vi fece accorta, fuôr i biondi capelli allor velati e l’amoroso sguardo in sé raccolto. Quel ch’i’ più desiava in voi m’è tolto; sì mi governa il velo, che per mia morte, et al caldo et al gielo, de’ bei vostr’occhi il dolce lume adombra.
XII
Se la mia vita da l’aspro tormento si può tanto schermire, e dagli affanni, ch’i’ veggia per vertù degli ultimi anni, donna, de’ be’ vostr’occhi il lume spento, e i cape’ d’oro fin farsi d’argento, e lassar le ghirlande e i verdi panni, e ’l viso scolorir, che ne’ miei danni a llamentar mi fa pauroso e lento, pur mi darà tanta baldanza Amore, ch’i’ vi discovrirò de’ miei martìri qua’ sono stati gli anni e i giorni e l’ore; e se ’l tempo è contrario a i be’ desiri, non fia ch’almen non giunga al mio dolore alcun soccorso di tardi sospiri.
XIII
Quando fra l’altre donne ad ora ad ora Amor vien nel bel viso di costei, quanto ciascuna è men bella di lei tanto cresce ’l desio che m’innamora. I’ benedico il loco e ’l tempo e l’ora che sì alto miraron gli occhi mei, e dico: - Anima, assai ringraziar dêi, che fosti a tanto onor degnata allora: da lei ti vèn l’amoroso pensero, che, mentre ’l segui, al sommo ben t’invia, poco prezando quel ch’ogni uom desia; da lei vien l’animosa leggiadria ch’al ciel ti scorge per destro sentero; sì ch’i’ vo già de la speranza altèro. -
XIV
Occhi miei lassi, mentre ch’io vi giro nel bel viso di quella che v’ha morti, pregovi siate accorti, ché già vi sfida Amore, ond’io sospiro. Morte pò chiuder sola a’ miei penseri l’amoroso camin che gli conduce al dolce porto de la lor salute; ma puossi a voi celar la vostra luce per meno obgetto, perché meni interi siete formati, e di minor virtute. Però dolenti, anzi che sian venute l’ore del pianto, che son già vicine, prendete or a la fine breve conforto a sì lungo martìro.
XV
Io mi rivolgo in dietro a ciascun passo col corpo stanco ch’a gran pena porto, e prendo allor dal vostr’aere conforto che ’l fa gir oltra, dicendo: - Oimè lasso! - Poi ripensando al dolce ben ch’io lasso, al camin lungo et al mio viver corto, fermo le plante sbigottito e smorto, e gli occhi in terra lagrimando abasso. Talor m’assale in mezzo a’ tristi pianti un dubbio: come posson queste membra da lo spirito lor viver lontane? Ma rispondemi Amor: - Non ti rimembra che questo è privilegio degli amanti, sciolti da tutte qualitati umane? -
XVI
Movesi il vecchierel canuto e bianco del dolce loco ov’ha sua età fornita, e da la famigliuola sbigottita che vede il caro padre venir manco; indi traendo poi l’antiquo fianco per l’estreme giornate di sua vita, quanto più pò col buon voler s’aita, rotto da gli anni e dal camino stanco; e viene a Roma, seguendo ’l desio, per mirar la sembianza di colui ch’ancor lassù nel ciel vedere spera. Così, lasso!, talor vo cercand’io, donna, quanto è possibile, in altrui la disïata vostra forma vera.
XVII
Piòvommi amare lagrime dal viso con un vento angoscioso di sospiri, quando in voi adiven che gli occhi giri, per cui sola dal mondo i’ son diviso. Vero è che ’l dolce mansueto riso pur acqueta gli ardenti miei desiri e mi sottragge al foco de’ martìri, mentr’io son a mirarvi intento e fiso; ma gli spiriti miei s’agghiaccian poi ch’i’ veggio, al departir, gli atti soavi torcer da me le mie fatali stelle; largata al fin co l’amorose chiavi l’anima esce del cor, per seguir voi, e con molto pensiero indi si svelle.
XVIII
Quand’io son tutto vòlto in quella parte ove ’l bel viso di madonna luce, e m’è rimasa nel pensier la luce che m’arde e strugge dentro a parte a parte,4 i’, che temo del cor che mi si parte e veggio presso il fin de la mia luce, vommene in guisa d’orbo, senza luce, che non sa ove si vada e pur si parte. Così davanti a i colpi de la morte fuggo; ma non sì ratto che ’l desio meco non venga, come venir sòle. Tacito vo, ché le parole morte farian pianger la gente, et i’ desio che le lagrime mie si spargan sole.
XIX
Son animali al mondo de sì altèra vista che ’n contr’al sol pur si difende; altri, però che ’l gran lume gli offende, non escon fuor sé non verso la sera; et altri, col desio folle che spera gioir forse nel foco, perché splende, provan l’altra vertù, quella che ’ncende. Lasso!, el mio loco è ’n questa ultima schera; ch’i’ non son forte ad aspettar la luce di questa donna, e non so fare schermi di luoghi tenebrosi o d’ore tarde. Però con gli occhi lagrimosi e ’nfermi mio destìno a vederla mi conduce; e son ben ch’i’ vo dietro a quel che m’arde.
XX
Vergognando talor ch’ancor si taccia, donna, per me vostra bellezza in rima, ricorro al tempo ch’i’ vi vidi prima, tal che null’altra fia mai che mi piaccia. Ma trovo peso non da le mie braccia, né ovra da polir co la mia lima; però l’ingnegno, che sua forza estima, ne l’operazion tutto s’agghiaccia. Più volte già per dir le labbra apersi; poi rimase la voce in mezzo ’l petto. Ma qual sòn porìa mai salir tant’alto? Più volte incominciai di scriver versi; ma la penna e la mano e l’intelletto rimaser vinti nel primier assalto.
XXI
Mille fiate, o dolce mia guerrera, per aver co’ begli occhi vostri pace v’aggio proferto il cor; m’a voi non piace mirar sì basso colla mente altèra. E sé di lui fors’altra donna spera, vive in speranza debile e fallace: mio, perché sdegno ciò ch’a voi dispiace, esser non può già mai così com’era. Or s’io lo scaccio, et e’ non trova in voi ne l’essilio infelice alcun soccorso, nè sa star sol, né gire ov’altri il chiama, porìa smarrire il suo natural corso; che grave colpa fia d’ambeduo noi, e tanto più de voi, quanto più v’ama.
XXII
A qualunque animale alberga in terra, sé non sé alquanti c’hanno in odio il sole, tempo da travagliare è quanto è ’l giorno; ma poi che ’l ciel accende le sue stelle, qual torna a casa e qual s’anida in selva per aver posa almeno in fin a l’alba. Et io, da che comincia la bella alba a scuoter l’ombra intorno de la terra svegliando gli animali in ogni selva, non ho mai triegua di sospir col sole; poi, quand’io veggio fiammeggiar le stelle, vo lagrimando e disiando il giorno. Quando la sera scaccia il chiaro giorno, e le tenebre nostre altrui fanno alba, miro pensoso le crudeli stelle, che m’hanno fatto di sensibil terra, e maledico il dì ch’i’ vidi ’l sole, che mi fa in vista un uom nudrito in selva. Non credo che pascesse mai per selva sì aspra fera, o di notte o di giorno, come costei ch’i’ piango a l’ombra e al sole, e non mi stanca primo sonno od alba; ché, ben ch’i’ sia mortal corpo di terra, lo mio fermo desir vien da le stelle. Prima ch’i torni a voi, lucenti stelle, o tomi giù ne l’amorosa selva, lassando il corpo che fia trita terra, vedess’io in lei pietà, che ’n un sol giorno può ristorar molt’anni, e nanzi l’alba puommi arichir dal tramontar del sole! Con lei foss’io da che si parte il sole, e non ci vedess’altri che le stelle, sol una notte, e mai non fosse l’alba, e non sé transformasse in verde selva per uscirmi di braccia, come il giorno ch’Apollo la seguia qua giù per terra! Ma io sarò sotterra in secca selva, e ’l giorno andrà pien di minute stelle, prima ch’a sì dolce alba arrivi il sole.
XXIII
Nel dolce tempo de la prima etade, che nascer vide et ancor quasi in erba la fèra voglia che per mio mal sì crebbe, perché cantando il duol si disacerba, canterò com’io vissi in libertade, mentre Amor nel mio albergo a sdegno s’ebbe; poi seguirò sì come a lui ne ’ncrebbe troppo altamente, e che di ciò m’avenne, di ch’io son fatto a molta gente essempio; ben che ’l mio duro scempio sia scritto altrove, sì che mille penne ne son già stanche, e quasi in ogni valle rimbombi il suon de’ miei gravi sospiri, ch’acquistan fede a la penosa vita. E sé qui la memoria non m’aita, come suol fare, iscusilla i martìri, et un penser, che solo angoscia dàlle, tal ch’ad ogni altro fa voltar le spalle e mi face obliar me stesso a forza, ch’e’ tèn di me quel dentro, et io la scorza. I’ dico che dal dì che ’l primo assalto mi diede Amor, molt’anni eran passati, sì ch’io cangiava il giovenil aspetto; e d’intorno al mio cor pensier gelati fatto avean quasi adamantino smalto ch’allentar non lassava il duro affetto: lagrima ancor non mi bagnava il petto né rompea il sonno, e quel che in me non era mi pareva un miracolo in altrui. Lasso, che son! che fui! La vita el fin, e ’l dì loda la sera. Ché, sentendo il crudel, di ch’io ragiono, in fin allor percossa di suo strale non essermi passato oltra la gonna, prese in sua scorta una possente donna, vèr’cui poco già mai mi valse o vale ingegno o forza o dimandar perdòno. Ei duo mi trasformaro in quel ch’i’ sono, facendomi d’uom vivo un lauro verde, che per fredda stagion foglia non perde. Qual mi fec’io quando primer m’accorsi de la trasfigurata mia persona, e i capei vidi far di quella fronde di che sperato avea già lor corona, e i piedi in ch’io mi stetti, e mossi, e corsi, (com’ogni membro a l’anima risponde) diventar due radici sovra l’onde, non di Peneo, ma d’un più altèro fiume, e ’n duo rami mutarsi ambe le braccia! Né meno ancor m’agghiaccia l’esser coverto poi di bianche piume, allor che folminato e morto giacque il mio sperar, che tropp’alto montava. Ché, perch’io non sapea dove né quando mel ritrovasse, solo, lagrimando, là ’ve tolto mi fu, dì e notte andava, ricercando dallato e dentro a l’acque, e già mai poi la mia lingua non tacque, mentre poteo, del suo cader maligno ond’io presi col suon color d’un cigno. Così lungo l’amate rive andai, che volendo parlar, cantava sempre, mercé chiamando con estrania voce; né mai in sì dolci o in sì soavi tempre risonar seppi gli amorosi guai, che ’l cor s’umiliasse aspro e feroce. Qual fu a sentir, ché ’l ricordar mi coce? Ma molto più di quel che per inanzi de la dolce et acerba mia nemica è bisogno ch’io dia; ben che sia tal ch’ogni parlare avanzi. Questa, che col mirar gli animi fura, m’aperse il petto, e ’l cor prese con mano, dicendo a me: - Di ciò non far parola. - Poi la rividi in altro abito sola, tal ch’i’ non la conobbi, o senso umano!, anzi le dissi ’l ver pien di paura; et ella ne l’usata sua figura tosto tornando, fecemi, oimè lasso!, d’un quasi vivo e sbigottito sasso. Ella parlava sì turbata in vista, che tremar mi fea dentro a quella petra, udendo: - I’ non son forse chi tu credi. - E dicea meco: - sé costei mi spetra, nulla vita mi fia noiosa e trista: a farmi lagrimar signor mio riedi. - Come, non so; pur io mossi indi i piedi, non altrui incolpando che me stesso, mezzo, tutto quel dì, tra vivo e morto. Ma, perché ’l tempo è corto, la penna al buon voler non po’ gir presso; onde più cose ne la mente scritte vo trapassando, e sol d’alcune parlo, che meraviglia fanno a chi l’ascolta. Morte mi s’era intorno al cor avolta, nè tacendo potea di sua man trarlo, o dar soccorso a le vertuti afflitte: le vive voci m’erano interditte; ond’io gridai con carta e con incostro: - Non son mio, no; s’io moro, il danno è vostro. - Ben mi credea dinanzi a gli occhi suoi d’indegno far così di mercé degno; e questa spene m’avea fatto ardito: ma talora umiltà spegne il disdegno, talor l’enfiamma; e ciò sepp’io da poi, lunga stagion di tenebre vestito; ch’a quei preghi il mio lume era sparito. Ed io non ritrovando intorno intorno ombra di lei, né pur de’ suoi piedi orma, come uom che tra via dorma, gittaimi stanco sovra l’erba un giorno. Ivi, accusando il fugitivo raggio, a le lagrime triste allargai ’l freno, e lasciaile cader come a lor parve; né già mai neve sotto al sol disparve, com’io senti’ me tutto venir meno, e farmi una fontana a piè d’un faggio. Gran tempo umido tenni quel viaggio. Chi udì mai d’uom vero nascer fonte? E parlo cose manifeste e conte. L’alma, ch’è sol da Dio fatta gentile, ché già d’altrui non po’ venir tal grazia, simile al suo fattor stato ritene; però di perdonar mai non è sazia a chi col core e col sembiante umìle, dopo quantunque offese, a mercé vène. E sé contra suo stile ella sostene d’esser molto pregata, in lui si specchia, e fal perché ’l peccar più si pavente; ché non ben si ripente de l’un mal chi de l’altro s’apparecchia. Poi che madonna da pietà commossa degnò mirarne, e ricognovve e vide gir di pari la pena col peccato, benigna mi redusse al primo stato. Ma nulla ha ’l mondo in ch’uom saggio si fide; ch’ancor poi ripregando, i nervi e l’ossa mi volse in dura selce; e così scossa voce rimasi de l’antiche some, chiamando Morte, e lei sola per nome. Spirto doglioso errante (mi rimembra) per spelunche deserte e pellegrine piansi molt’anni il mio sfrenato ardire; et ancor poi trovai di quel mal fine, e ritornai ne le terrene membra, credo, per più dolore ivi sentire. I’ segui’ tanto avanti il mio desire ch’un dì cacciando, sì com’io solea, mi mossi; e quella fera bella e cruda in una fonte ignuda si stava, quando ’l sol più forte ardea. Io, perché d’altra vista non m’appago, stetti a mirarla; ond’ella ebbe vergogna; e, per farne vendetta, o per celarse, l’acqua nel viso co le man mi sparse. Vero dirò (forse e’ parrà menzogna) ch’i’ senti’ trarmi de la propria imago, et in un cervo solitario e vago di selva in selva ratto mi trasformo; et ancor de’ miei can fuggo lo stormo. Canzon, i’ non fu’ mai quel nuvol d’oro che poi discese in preziosa pioggia, s’che ’l foco di Giove in parte spense; ma fui ben fiamma ch’un bel guardo accense, e fui l’uccel che più per l’aere poggia, alzando lei, che ne’ miei detti onoro; né per nova figura il primo alloro seppi lassar, ché pur la sua dolce ombra ogni men bel piacer del cor mi sgombra.
XXIV
Se l’onorata fronde che prescrive l’ira del ciel quando ’l gran Giove tona, non m’avesse disdetta la corona che suole ornar chi poetando scrive, i’ era amico a queste vostre dive, le qua’ vilmente il secolo abandona; ma quella ingiuria già lunge mi sprona da l’inventrice delle prime olive; ché non bolle la polver d’Etiopia, sotto ’l più ardente sol, com’io sfavillo, perdendo tanto amata cosa propia. Cercate dunque fonte più tranquillo; ché ’l mio d’ogni liquor sostene inopia, salvo di quel che lagrimando stillo.
XXV
Amor piangeva, et io con lui tal volta, dal qual miei passi non fûr mai lontani, mirando per gli affetti acerbi e strani l’anima vostra de’ suoi nodi sciolta. Or ch’al dritto camin l’ha Dio rivolta, col cor levando al ciel ambe le mani, ringrazio lui, che ’ giusti preghi umani benignamente, sua mercede, ascolta. E sé, tornando a l’amorosa vita, per farvi al bel desio volger le spalle, trovaste per la via fossati e poggi, fu per mostrar quanto è spinoso calle, e quanto alpestra e dura la salita, onde al vero valor conven ch’uom poggi.
XXVI
Più di me lieta non si vede a terra nave da l’onde combattuta e vinta, quando la gente di pietà depinta su per la riva a ringraziar s’atterra; né lieto più del carcer si diserra chi ’ntorno al collo ebbe la corda avinta, di me, veggendo quella spada scinta che fece al segnor mio sì lunga guerra, E tutti voi ch’Amor laudate in rima, al buon testor de gli amorosi detti rendete onor, ch’era smarrito in prima; ché più gloria è nel regno de gli eletti d’un spirito converso, e più s’estima, che di novanta nove altri perfetti.
XXVII
Il successor di Carlo, che la chioma co la corona del suo antiquo adorna, prese ha già l’arme per fiaccar le corna a Babilonia, e chi da lei si noma; e ’l vicario de Cristo colla soma de le chiavi e del manto al nido torna, sì che s’altro accidente no ’l distorna, vedrà Bologna, e poi la nobil Roma. La mansueta vostra e gentil agna abbatte i fieri lupi: e così vada chiunque amor legittimo scompagna. Consolate lei dunque ch’ancor bada; e Roma che del suo sposo si lagna; e per Iesù cingete omai la spada.
XXVIII
O aspettata in ciel beata e bella anima, che di nostra umanitade vestita vai, non come l’altre carca, perché ti sian men dure omai le strade, a Dio diletta, obediente ancella, onde al suo regno di qua giù si varca, ecco novellamente a la tua barca, ch’al cieco mondo ha già volte le spalle per gir al miglior porto, d’un vento occidental dolce conforto; lo qual per mezzo questa oscura valle, ove piangiamo il nostro e l’altrui torto, la condurrà de’ lacci antichi sciolta per drittissimo calle al verace oriente, ov’ella è volta. Forse i devoti e gli amorosi preghi e le lagrime sante de’ mortali son giunti inanzi a la pietà superna; e forse non fûr mai tante nè tali che per merito lor punto si pieghi fuor de suo corso la giustizia la giustizia eterna; ma quel benigno re che ’l ciel governa, al sacro loco ove fo posto in croce, gli occhi per grazia gira; onde nel petto al novo Carlo spira la vendetta ch’a noi tardata nòce, sì che nolt’anni Europa ne sospira. Così soccorre a la sua amata sposa tal che sol de la voce fa tremar Babilonia e star pensosa. Chiunque alberga tra Garona e ’l monte e ’ntra ’l Rodano e ’l Reno e l’onde salse, le ’nsegne cristianissime accompagna; et a cui mai di vero pregio calse, dal Pireneo a l’ultimo orizonte, con Aragon lassarà vòta Ispagna; Inghilterra con l’isole che bagna l’Oceano intra ’l Carro e le Colonne in fin là dove sona dottrina del santissimo Elicona, varie di lingua e d’arme e de le gonne a l’alta impresa caritate sprona. Deh! qual amor sì licito, o sì degno, qua’ figli mai, qua’ donne furon materia a sì giusto disdegno? Una parte del mondo è che si giace mai sempre in ghiaccio et in gelate nevi, tutta lontana dal camin del sole: là, sotto i giorni nubilosi e brevi, nemica naturalmente di pace, nasce una gente a cui il morir non dole: questa sé più devota che non sòle col tedesco furor la spada cigne, turchi, arabi e caldei, con tutti quei che speran nelli dèi di qua dal mar che fa l’onde sanguigne, quanto sian da prezzar conoscer dèi: popolo ignudo, paventoso e lento, che ferro mai non strigne, ma tutt’i colpi suoi commette al vento. Dunque ora è ’l tempo da ritrare il collo dal giogo antico, e da squarciare il velo ch’è stato avolto intorno a gli occhi nostri; e che ’l nobile ingegno che dal cielo per grazia tien’de l’immortale Apollo, e l’eloquenzia sua vertù qui mostri or con la lingua, or co’ laudati incostri: perché d’Orfeo leggendo e d’Amfione sé non ti meravigli, assai men fia ch’Italia co’ suoi figli si desti al suon del tuo chiaro sermone, tanto che per Iesù la lancia pigli; che s’al ver mira questa antica madre, in nulla sua tenzione fûr mai cagion sì belle e sì leggiadre. Tu, c’hai per arricchir d’un bel tesauro volte l’antiche e le moderne carte, volando al ciel colla terrena soma, sai, da l’imperio del figliuol di Marte al grande Augusto che di verde Lauro tre volte trïumfando ornò la chioma, ne l’altrui ingiurie del suo sangue Roma spesse fïate quanto fu cortese: et or perché non fia, cortese no, ma conoscente e pia, a vendicar le dispietate offese, col figliuol glorioso di Maria? Che dunque la nemica parte spera ne l’umane difese, sé Cristo sta da la contraria schiera? Pon mente al temerario ardir di Serse, che fece per calcar i nostri liti di novi ponti oltraggio a la marina; e vedrai ne la morte de’ mariti tutte vestite a brun le donne perse, e tinto in rosso il mar di Salamina. E non pur questa misera ruina del popolo infelice d’orïente vittoria t’empromette, ma Maratona, e le mortali strette, che difese il leon con poca gente, et altre mille c’hai ascoltate e lette. Per che inchinare a Dio molto convene le ginocchia e la mente, che gli anni tuoi riserva a tanto bene. Tu vedrai l’Italia e l’onorata riva, canzon, ch’a gli occhi miei cela e contende non mar, non poggio o fiume, ma solo Amor che del suo altèro lume più m’invaghisce dove più m’incende; né natura può star contr’al costume. Or movi, non smarrir l’altre compagne; ché non pur sotto bende alberga Amor, per cui si ride e piagne.
XXIX
Verdi panni, sanguigni, oscuri o persi non vestì donna unquanco né d’or capelli in bionda treccia attorse sì bella, come questa che mi spoglia d’arbitrio, e dal camin de libertade seco mi tira, sì ch’io non sostegno alcun giogo men grave. E pur s’arma talor a dolersi l’anima, a cui vien manco consiglio, ove ’l martìr l’adduce in forse, rappella lei da la sfrenata voglia sùbito vista; ché del cor mi rade ogni delira impresa, et ogni sdegno fa ’l veder lei soave. Di quanto per Amor già mai soffersi, at aggio a soffrir anco, fin che mi sani ’l cor colei che ’l morse, rubella di mercè, che pur l’envoglia, vendetta fia; sol che contra umiltade orgoglio et ira il bel passo ond’io vegno non chiuda e non inchiave. Ma l’ora e ’l giorno ch’io le luci apersi nel bel nero e nel bianco che mi scacciâr di là dove Amor corse, novella, d’esta vita che m’addoglia, furon radice, e quella in cui l’etade nostra si mira, la qual piombo o legno vedendo è chi non pave. Lagrima dunque che da gli occhi versi per quelle, che nel manco lato mi bagna chi primier s’accorse, quadrella, dal voler mio non mi svoglia, ché ’n giusta parte la sentenzia cade: per lei sospira l’alma; et ella è degno che le sue piaghe lave. Da me son fatti i miei pensier diversi: tal già, qual io mi stanco, l’amata spada in sé stessa contorse; né quella prego che però mi scioglia, ché men son dritte al ciel tutt’altre strade, e non s’aspira al glorioso regno certo in più salda nave. Benigne stelle che compagne fêrsi al fortunato fianco, quando ’l bel parto giù nel mondo scorse! ch’è stella in terra, e come in lauro foglia conserva verde il pregio d’onestade, ove non spira folgore né indegno vento mai che l’aggrave. So io ben ch’a voler chiuder in versi suo laudi fôra stanco chi più degna la mano a scriver porse: qual cella è di memoria in cui s’accoglia quanta vede vertù, quanta beltade, chi gli occhi mira d’ogni valor segno, dolce del mio cor chiave? Quanto il sol gira, Amor più caro pegno, donna, di voi non have.
XXX
Giovene donna sotto un verde lauro vidi, più bianca e più fredda che neve non percossa dal sol molti e molt’anni; e ’l suo parlare, e ’l bel viso, e le chiome mi piacquen sì, ch’io l’ho dinanzi a gli occhi ed avrò sempre, ov’io sia, in poggio o ’n riva. Allora saranno i miei pensier a riva che foglia verde non si trovi in lauro; quando avrò queto il core, asciutti gli occhi, vedrem ghiacciare il foco, arder la neve. Non ho tanti capelli in queste chiome quanti vorrei quel giorno attender anni. Ma perché vola il tempo e fuggon gli anni, sì ch’a la morte in un punto s’arriva, o colle brune o colle bianche chiome, seguirò l’ombra di quel dolce lauro, per lo più ardente sole e per la neve, fin che l’ultimo dì chiuda quest’occhi. Non fûr già mai veduti sì begli occhi o ne la nostra etade o ne’ prim’anni, che mi struggon così come ’l sol neve; onde procede lagrimosa riva, ch’Amor conduce a piè del duro lauro c’ha i rami di diamante e d’òr le chiome. I’ temo di cangiar pria vólto e chiome che con vera pietà mi mostri gli occhi l’idolo mio scolpito in vivo lauro; ché, s’al contar non erro, oggi ha sett’anni che sospirando vo di riva in riva la notte e ’l giorno, al caldo ed a la neve. Dentro pur foco e fòr candida neve, sol con questi pensier, con altre chiome, sempre piangendo andrò per ogni riva, per far forse pietà venir ne gli occhi di tal che nascerà dopo mill’anni, sé tanto viver po’ ben cólto lauro. L’auro e i topazii al sol sopra la neve vincon le bionde chiome presso a gli occhi che menan gli anni miei sì tosto a riva.
XXXI
Questa anima gentil che si diparte, anzi tempo chiamata a l’altra vita, sé lassuso è quanto esser de’ gradita, terrà del ciel la più beata parte. S’ella riman fra ’l terzo lume e Marte, fia la vista del sole scolorita, poi ch’a mirar sua bellezza infinita l’anime degne intorno a lei fien sparte; sé si posasse sotto al quarto nido, ciascuna de le tre saria men bella, et essa sola avria la fama e ’l grido; nel quinto giro non abitrebbe ella; ma sé vola più alto, assai mi fido che con Giove sia vinta ogni altra stella.
XXXII
Quanto più m’avicino al giorno estremo che l’umana miseria suol far breve, più veggio il tempo andar veloce e leve, e ’l mio di lui sperar fallace e scemo. I’ dico a’ miei pensier: - Non molto andremo d’amor parlando omai, ché ’l duro e greve terreno incarco come fresca neve si va struggendo; onde noi pace avremo: perché co llui cadrà quella speranza che ne fe’ vaneggiar sì lungamente, e ’l riso e il pianto, e la paura e l’ira. Sì vedrem chiaro poi come sovente per le cose dubbiose altri s’avanza, e come spesso indarno si sospira. -
XXXIII
Già fiammeggiava l’amorosa stella per l’orïente, e l’altra che Giunone suol far gelosa nel Settentrïone rotava i raggi suoi lucente e bella; levata era a filar la vecchiarella, discinta e scalza, e desto avea ’l carbone, e gli amanti pungea quella stagione che per usanza a lagrimar gli appella; quando mia speme già condutta al verde giunse nel cor, non per l’usata via, che ’l sonno tenea chiusa, e ’l dolor molle; quanto cangiata, oimè, da quel di pria! e parea dir: - Perché tuo valor perde? Veder quest’occhi ancor non ti si tolle. -
XXXIV
Apollo, s’ancor vive il bel desïo che t’infiammava a te le tesaliche onde, e sé non hai l’amate chiome bionde, volgendo gli anni, già poste in oblio, dal pigro gielo e dal tempo aspro e rio, che dura quanto ’l tuo viso s’asconde, difendo or l’onorata e sacra fronde, ove tu prima, e poi fu’ invescato io; e per vertù de l’amorosa speme che ti sostenne ne la vita acerba, di queste impression l’aëre disgombra: sì vedrem poi per meraviglia inseme seder la donna nostra sopra l’erba e far de le sue braccia a sé stessa ombra.
XXXV
Solo e pensoso i più deserti campi vo mesurando a passi tardi e lenti, e gli occhi porto per fuggire intenti ove vestigio uman l’arena stampi. Altro schermo non trovo che mi scampi dal manifesto accorger de le genti; perché ne gli atti d’alegrezza spenti di fuor si legge com’io dentro avampi; sì ch’io mi credo omai che monti e piagge e fiumi e selve sappian di che tempre sia la mia vita, ch’è celata altrui. Ma pur sì aspre vie né si selvagge cercar non so ch’Amor non venga sempre ragionando con meco, et io co llui.
XXXVI
S’io credesse per morte essere scarco del pensiero amoroso che m’atterra colle mie mani avrei già posto in terra queste membra noiose e quello incarco; ma perch’io temo che sarrebbe un varco di pianto in pianto e d’una in altra guerra, di qua dal passo ancor che mi si serra mezzo rimango, lasso!, e mezzo il varco. Tempo ben fôra omai d’avere spinto l’ultimo stral la dispietata corda, ne l’altrui sangue già bagnato e tinto. Et io ne prego Amore, e quella sorda che mi lassò de’ suoi color depinto, e di chiamarmi a sè non le ricorda.
XXXVII
Si è debile il filo a cui s’attene la gravosa mia vita, che s’altri non l’aita, ella fia tosto di suo corso a riva; però che dopo l’empia dipartita che dal dolce mio bene feci, sol una spene è stato in fin a qui cagion ch’io viva; dicendo: - Perché priva sia de l’amata vista, mantienti, anima trista: che sai s’a miglior tempo anco ritorni, et a più lieti giorni? O sé ’l perduto ben mai si racquista? - Questa speranza mi sostenne un tempo; or vien mancando, e troppo in lei m’attempo. Il tempo passa, e l’ore son sì pronte a fornire il viaggio, ch’assai spazio non aggio pur a pensar com’io corro a la morte. A pena spunta in orïente un raggio di sol, ch’a l’altro monte de l’adverso orizonte giunto il vedrai per vie lunghe e distorte. Le vite son sì corte, sì gravi i corpi e frali de gli uomini mortali, che quando io mi ritrovo dal bel viso cotanto esser diviso, col desïo non possendo mover l’ali, poco m’avanza del conforto usato, né so quant’io mi viva in questo stato. Ogni loco m’atrista ov’io non veggio quei begli occhi soavi che portaron le chiavi de’ miei dolci pensier, mentre a Dio piacque; e perché ’l duro essilio più m’aggravi, s’io dormo, o vado, o seggio, altro già mai non cheggio, e ciò ch’i’ vidi dopo lor mi spiacque. Quante montagne et acque, quanto mar, quanti fiumi m’ascondon que’ duo lumi, che quasi un bel sereno a mezzo ’l die fêr le tenebre mie, a ciò che ’l rimembrar più mi consumi, e quanto era mia vita allor gioiosa m’insegni la presente aspra e noiosa! Lasso!, sé ragionando si rinfresca quel ardente desio che nacque il giorno ch’io lassai di me la miglior parte a dietro, e s’Amor sé ne va per lungo oblio, chi mi conduce a l’èsca, onde ’l mio dolor cresca? e perché pria tacendo non m’impetro? Certo cristallo o vetro non mostrò mai di fòre nascosto altro colore, che l’alma sconsolata assai non mostri, più chiari i pensier nostri e la fera dolcezza ch’è nel core, per gli occhi, che di sempre pianger vaghi cercan dì e notte pur ch’i’ glie n’appaghi. Novo piacer che negli umani ingegni spesse volte si trova, d’amar qual cosa nova più folta schiera di sospiri accoglia! Et io sono un dì quei che ’l pianger giova; e par ben ch’io m’ingegni che di lagrima pregni sien gli occhi miei sì come ’l cor di doglia; e perché a cciò m’invoglia ragionar de’ begli occhi, né cosa è che mi tocchi, o sentir mi si faccia così a dentro, corro spesso e rientro colà donde più largo il duol trabocchi, e sien col cor punite ambe le luci, ch’a la strada d’Amor mi furon duci. Le trecce d’òr che devrien fare il sole d’invidia molta ir pieno, e ’l bel guardo sereno, ove i raggi d’Amor sì caldi sono che mi fanno anzi tempo venir meno, e l’accorte parole, rade nel mondo o sole, che mi fêr già di sè cortese dono, mi son tolte; e perdóno più lieve ogni altra offesa, che l’essermi contesa quella benigna angelica salute, che ’l mio cor a vertute destar solea con una voglia accesa: tal ch’io non penso udir cosa già mai che mi conforte ad altro ch’a trar guai. E per pianger ancor con più diletto, le man bianche sottili e le braccia gentili, e gli atti suoi soavemente altèri, e i dolci sdegni alteramente umìli, e ’l bel giovenil petto, tòrre da l’alto intelletto, mi celan questi luoghi alpestri e feri; e non so s’io mi speri vederla anzi ch’io mora; però ch’ad ora ad ora s’erge la speme, e poi non sa star ferma; ma ricadendo afferma di mai non veder lei che ’l ciel onora, ov’alberga onestade e cortesia, e dov’io prego che ’l mio albergo sia. Canzon, s’al dolce loco la donna nostra vedi, credo ben che tu credi ch’ella ti porgerà la bella mano, ond’io son sì lontano. Non la toccar; ma reverente ai piedi le di’ ch’io sarò là tosto ch’io possa, o spirto ignudo od uom di carne e d’ossa.
XXXVIII
Orso, e’ non furon mai fiumi né stagni, né mare, ov’ogni rivo si disgombra, né di muro o di poggio o di ramo ombra, né nebbia che ’l ciel copra e ’l mondo bagni, né altro impedimento, ond’io mi lagni, qualunque più l’umana vista ingombra, quanto d’un vel che due begli occhi adombra, e par che dica: - Or ti consuma e piagni. - E quel lor inchinar ch’ogni mia gioia spegne, o per umiltate o per argoglio, cagion sarà che nanzi tempo i’ moia. E d’una bianca mano anco mi doglio, ch’è stata sempre accorta a farmi noia, e contra gli occhi miei s’è fatta scoglio.
XXXIX
Io sì de’ begli occhi l’assalto, ne’ quali Amore e la mia morte alberga, ch’i’ fuggo lor come fanciul la verga; e gran tempo è ch’i’ presi il primier salto. Da ora inanzi faticoso od alto loco non fia dove ’l voler non s’erga, per non scontrar chi miei sensi disperga, lassando, come suol, me freddo smalto. Dunque, s’a veder voi tardo mi volsi, per non ravvicinarmi a chi mi strugge, fallir forse non fu di scusa indegno. Più dico, che ’l tornare a quel ch’uom fugge, e ’l cor che di paura tanta sciolsi, fûr de la fede mia leggier pegno.
XL
S’Amore o Morte non dà qualche stroppio a la tela novella ch’ora ordisco, e s’io mi svolvo dal tenace visco, mentre che l’un coll’altro vero accoppio, i’ farò forse un mio lavor sì doppio, tra lo stil de’ moderni e ’l sermon prisco, che, paventosamente a dirlo ardisco, in fin a Roma n’udirai lo scoppio. Ma però che mi manca a fornir l’opra alquanto de le fila benedette ch’avanzaro a quel mio diletto padre, perché tien’verso me le man sì strette contra tua usanza? I’ prego che tu l’opra, e vedrai riuscir cose leggiadre.
XLI
Quando dal proprio sito si rimuove l’arbor ch’amò già Febo in corpo umano, sospira e suda a l’opera Vulcano, per rinfrescar l’aspre saette a Giove; il qual or tona, or nevica, et or piove, senza onorar più Cesare che Giano; la terra piange, e ’l Sol ci sta lontano, ché la sua cara amica ved’altrove. Allor riprende ardir Saturno e Marte, crudeli stelle; et Orione armato spezza a’ tristi nocchier governi e sarte; Eolo a Nettuno et a Giunon turbato fa sentire, et a noi, come si parte il bel viso dagli angeli aspettato.
XLII
Ma poi che ’l dolce riso umile e piano più non asconde le sue bellezze nove, le braccia a la fucina indarno move l’antiquissimo fabbro ciciliano; ch’a Giove tolte son l’arme di mano temprate in Mongibello a tutte prove, e sua sorella par che si rinove nel bel guardo d’Apollo a mano a mano. Del lito occidental si move un fiato che fa securo il navigar senz’arte, e desta i fior tra l’erba in ciascun prato; stelle noiose fuggon d’ogni parte, disperse dal bel viso innamorato, per cui lagrime molte son già sparte.
XLIII
Il figliuol di Latona avea già nove volte guardato dal balcon sovrano per quella ch’alcun tempo mosse in vano i suoi sospiri, et or gli altrui commove. Poi che cercando stanco non seppe ove s’albergasse, da presso o di lontano, mostrossi a noi qual uom per doglia insano, che molto amata cosa non ritrove. E così tristo standosi in disparte, tornar non vide il viso, che laudato sarà, s’io vivo, in più di mille carte: e pietà lui medesmo avea cangiato, sì che ’ begli occhi lagrimavan parte; però l’aere ritenne il primo stato.
XLIV
Que’ che ’n Tesaglia ebbe le man sì pronte a farla del civil sangue vermiglia, pianse morto il marito di sua figlia, raffigurato a le fattezze conte; e ’l pastor ch’a Golia ruppe la fronte pianse la ribellante sua famiglia, e sopra ’l buon Saùl cangiò le ciglia, ond’assai può dolersi il fiero monte. Ma voi, che mai pietà non discolora, e ch’avete gli schermi sempre accorti contro l’arco d’Amor, che ’ndarno tira, mi vedete straziare a mille morti, né lagrima però discese ancóra da’ be’ vostr’occhi, ma disdegno et ira.
XLV
Il mio adversario, in cui veder solete gli occhi vostri ch’amore e ’l ciel onora, colle non sue bellezze v’innamora, più che ’n guisa mortal soavi e liete. Per consiglio di lui, donna, m’avete scacciato del mio dolce albergo fòra: misero essilio! avegna ch’i’ non fôra d’abitar degno ove voi sola siete. Ma s’io v’era con saldi chiovi fisso, non dovea specchio farvi per mio danno, a voi stessa piacendo, aspra e superba. Certo, sé vi rimembra di Narcisso, questo e quel corso ad un termine vanno; ben che di sì bel fior sia indegna l’erba.
XLVI
L’oro e le perle, e i fior vermigli e bianchi, che ’l verno devria far languidi e secchi, son per me acerbi e velenosi stecchi, ch’io provo per lo petto e per li fianchi. Però i dì miei fìen lagrimosi e manchi; ché gran duol rade volte aven che ’nvecchi. Ma più ne ’ncolpo i micidiali specchi, che ’n vagheggiar voi stessa avete stanchi; questi poser silenzio al signor mio, che per me vi pregava, ond’ei si tacque, veggendo in voi finir vostro desio; questi fuôr fabbricati sopra l’acque d’abisso, e tinti ne l’eterno oblio; onde ’l principio de mia morte nacque.
XLVII
Io sentìa dentr’al cor già venir meno gli spirti che da voi ricevon vita, e perché naturalmente s’aita contra la morte ogni animal terreno, largai ’l desio, ch’i’ teng’or molto a freno; e misil per la via quasi smarrita; però che dì e notte quasi m’invita, et io contra sua vogla altronde ’l meno. E mi condusse vergnoso e tardo a riveder gli occhi leggiadri, ond’io, per non esser lor grave, assai mi guardo. Vivrommi un tempo omai, ch’al viver mio tanta virtute ha sol un vostro sguardo; e poi morrò, s’io non credo al desio.
XLVIII
Se mai foco per foco non si spense, né fiume fu già mai secco per pioggia, ma sempre l’un per l’altro simil poggia, e spesso l’un contrario l’altro accense, Amor, tu che ’ pensier nostri dispense, al qual un’alma in duo corpi s’appoggia, perché fai in lei con disusata foggia men, per molto voler, le voglie intense? Forse sì come ’l Nilo, d’alto caggendo, col gran suono i vicin d’intorno assorda, e ’l sole abbaglia chi ben fiso ’l guarda, così ’l desio, che seco non s’accorda, per lo sfrenato obietto vien perdendo, e per troppo spronar la fuga è tarda.
XLIX
Perch’io t’abbia guardato di menzogna a mio podere et onorato assai ingrata lingua, già però non m’hai renduto onor, ma fatto ira e vergogna; ché quando più ’l tuo aiuto mi bisogna per dimandar mercede, allor ti stai sempre più fredda, e se parole fai, son imperfette, e quasi d’uom che sogna. Lagrime triste, e voi tutte le notti m’accompagnate, ov’io vorrei star solo, poi fuggite di nanzi la mia pace; e voi sì pronti a darmi angoscia e duolo, sospiri, allor traete lenti e rotti: sola la vista mia del cor non tace.
L
Ne la stagion che ’l ciel rapido inchina verso occidente, e che ’l dì nostro vola a gente che di là forse l’aspetta, veggendosi in lontan paese sola la stanca vecchiarella pellegrina raddoppia i passi, e più e più s’affretta; e poi così soletta, al fin di sua giornata talora è consolata d’alcun breve riposo, ov’ella oblìa la noia e ’l mal de la passata via. Ma, lasso!, ogni dolor che ’l dì m’adduce, cresce, qualor s’invia per partirsi da noi l’eterna luce. Come ’l sol volge le ’nfiammate rote per dar luogo a la notte, onde discende da gli altissimi monti maggior l’ombra, l’avaro zappador l’arme riprende, e con parole e con alpestri note ogni gravezza del suo petto sgombra; e poi la mensa ingombra di povere vivande, simili a quelle ghiande le qua’ fuggendo tutto ’l mondo onora. Ma chi vuol si rallegri ad ora ad ora; ch’i’ pur non ebbi ancor, non dirò lieta, ma riposata un’ora, né per volger di ciel né di pianeta. Quando vede ’l pastor calare i raggi del gran pianeta al nido ov’egli alberga, e ’nbrunir le contrade d’oriente, drizzarsi in piedi, e co l’usata verga, lassando l’erba e le fontane e i faggi, move la schiera sua soavemente; poi lontan da la gente o casetta o spelunca di verdi frondi ingiunca; ivi senza pensier s’adagia e dorme. Ahi, crudo Amor, ma tu allor più m’informe a seguir d’una fera che mi strugge la voce e i passi e l’orme, e lei non stringi che s’appiatta e fugge. E i naviganti in qualche chiusa valle gettan le membra, poi che ’l sol s’asconde, sul duro legno e sotto l’aspre gonne. Ma io, perché s’attuffi in mezzo l’onde, e lasci Ispagna dietro a le sue spalle e Granata e Marrocco e le Colonne, e gli uomini e le donne e ’l mondo e gli animali acquetino i lor mali, fine non pongo al mio obstinato affanno; e duolmi ch’ogni giorno arroge al danno: ch’i’ son già pur crescendo in questa voglia ben presso al decim’anno, né poss’indovinar chi me ne scioglia. E perché un poco nel parlar mi sfogo, veggio la sera i buoi tornare sciolti dalle campagne e da’ solcati colli. I miei sospiri a me perché non tolti quando che sia? perché no ’l grave giogo? perché dì e notte gli occhi miei son molli? Misero me, che volli, quando primier sì fiso gli tenni nel bel viso, per iscoprirlo, imaginando, in parte onde mai né per forza né per arte mosso sarà, fin ch’i’ sia dato in preda a chi tutto diparte! Né so ben anco che di lei mi creda. Canzon, se l’esser meco dal mattino a la sera t’ha fatto di mia schiera, tu non vorrai mostrarti in ciascun loco; e d’altrui loda curerai sì poco, ch’assai ti fia pensar di poggio in poggio come m’ha concio ’l foco di questa viva petra, ov’io m’appoggio.
LI
Poco era di appressarsi a gli occhi miei la luce che da lunge gli abbarbaglia, che, come vide lei cangiar Tesaglia, così cangiato ogni mia forma avrei. E s’io non posso transformarmi in lei, più ch’i’ mi sia (non ch’a mercè mi vaglia), di qual petra più rigida s’intaglia, pensoso ne la vista oggi sarei, o di diamante, o d’un bel marmo bianco per la paura forse, o d’un diaspro, pregiato poi dal vulgo avaro e sciocco; e sarei fuor del grave giogo et aspro, per cui i’ ho invidia di quel vecchio stanco che fa co le sue spalle ombra a Marrocco.
LII
Non al suo amante più Diana piacque, quando per tal ventura tutta ignuda la vide in mezzo de le gelide acque, ch’a me la pastorella alpestra e cruda posta a bagnar un leggiadretto velo, ch’a l’aura il vago e biondo capel chiuda, tal che mi fece, or quand’egli arde ’l cielo tutto tremar d’un amoroso gielo.
LIII
Spirto gentil, che quelle membra reggi dentro a le qua’ peregrinando alberga un signor valoroso, accorto e saggio, poi che se’ giunto a l’onorata verga colla qual Roma e suoi erranti correggi, e la richiami al suo antiquo viaggio, io parlo a te, però ch’altrove un raggio non veggio di vertù, ch’al mondo è spenta, né trovo chi di mal far si vergogni. Che s’aspetti non so, né che s’agogni, Italia, che suoi guai non par che senta; vecchia, oziosa e lenta, dormirà sempre, e non fia chi la svegli? Le man l’avess’io avolto entro ’ capegli. Non spero che già mai dal pigro sonno mova la testa per chiamar ch’uom faccia, sì gravemente è oppressa e di tal soma. Ma non senza destino a le tue braccia, che scuoter forte e sollevar la ponno, è or commesso il nostro capo Roma. Pon mano in quella venerabil chioma securamente e ne le treccie sparte, sì che la neghittosa esca del fango. I’ che dì e notte del suo strazio piango, di mia speranza ho in te la maggior parte; che se ’l popol di Marte dovesse al proprio onore alzar mai gli occhi, parmi pur ch’a’ tuoi dì la grazia tocchi. L’antique mura ch’ancor teme et ama e trema ’l mondo, quando si rimembra del tempo andato e ’n dietro si rivolve, e i sassi dove fúr chiuse le membra di ta’ che non saranno senza fama se l’universo pria non si dissolve, e tutto quel ch’una ruina involve, per te spera saldar ogni suo vizio. O grandi Scipioni, o fedel Bruto, quanto v’aggrada, s’egli è ancor venuto romor là giù del ben locato offizio! Come cre’ che Fabrizio si faccia lieto udendo la novella! E dice: - Roma mia sarà ancor bella. E se cosa di qua nel ciel si cura l’anime che lassù son cittadine et hanno i corpi abandonati in terra, del lungo odio civil ti pregan fine, per cui la gente ben non s’assecura, onde ’l camin a’ lor tetti si serra; che fúr già sì devoti, et ora in guerra quasi spelunca di ladron son fatti, tal ch’a’ buon solamente uscio si chiude, e tra gli altari e tra le statue ignude ogni impresa crudel par che se tratti. Deh quanto diversi atti! Né senza squille s’incomincia assalto, che per Dio ringraziar fûr poste in alto. Le donne lagrimose, e ’l vulgo inerme de la tenera etate, e i vecchi stanchi c’hanno sè in odio e la soverchia vita, e i neri fraticelli e i bigi e i bianchi, coll’altre schiere travagliate e ’nferme, gridan: - O signor nostro, aita, aita! - E la povera gente sbigottita ti scopre le sue piaghe a mille a mille, ch’Annibale, non ch’altri, farian pio. E se ben guardi a la magion di Dio, ch’arde oggi tutta, assai poche faville spegnendo, fien tranquille le voglie, che si mostran sì ’nfiammate, onde fien l’opre tue nel ciel laudate. Orsi, lupi, leoni, aquile e serpi ad una gran marmorea colonna fanno noia sovente, et a sè danno. Di costor piange quella gentil donna, che t’ha chiamato, a ciò che di lei sterpi le male piante, che fiorir non sanno. Passato è già più che ’l millesimo anno che ’n lei mancâr quell’anime leggiadre che locata l’avean là dov’ell’era. Ahi nova gente oltra misura altèra, irreverente a tanta et a tal madre! Tu marito, tu padre; ogni soccorso di tua man s’attende; ché ’l maggior padre ad altr’opera intende. Rade volte adiven ch’a l’alte imprese fortuna ingiuriosa non contrasti, ch’a gli animosi fatti mal s’accorda: ora sgombrando ’l passo onde tu intrasti, famisi perdonar molt’altre offese. Ch’almen qui da sé stessa si discorda; però che, quanto ’l mondo si ricorda, ad uom mortal non fu aperta la via per farsi, come a te, di fama eterno, che puoi drizzar, s’i’ non falso discerno, in stato la più nobil monarchia. Quanta gloria ti fia dir: - Gli altri l’aïtâr giovene e forte, questi in vecchiezza la scampò da morte! - Sopra ’l monte Tarpeio, canzon, vedrai un cavalier, ch’Italia tutta onora, pensoso più d’altrui che di sé stesso. Digli: - Un che non ti vide ancor da presso, se non come per fama uom s’innamora, dice che Roma ogni ora, con gli occhi di dolor bagnati e molli ti chier mercé da tutti i sette colli. -
LIV
Per ch’al viso d’Amor portava insegna, mosse una pellegrina il mio amor vano, ch’ogni altra mi parea d’onor men degna. E lei seguendo su per l’erbe verdi, udi’ dir alta voce di lontano: - Ahi, quanti passi per la selva perdi! Allor mi strinsi a l’ombra d’un bel faggio, tutto pensoso; e rimirando intorno, vidi assai periglioso il mio viaggio; e tornai in dietro quasi a mezzo ’l giorno.
LV
Quel foco ch’i’ pensai che fosse spento dal freddo tempo e da l’età men fresca, fiamma e martìr ne l’anima rinfresca. Non fûr mai tutte spente, a quel ch’i’ veggio, ma ricoperte alquanto le faville; e temo no ’l secondo error sia peggio, per lagrime, ch’i’ spargo a mille a mille, conven che ’l duol per gli occhi si distille dal cor, ch’ha seco le faville e l’ésca; non pur qual fu, ma pare a me che cresca. Qual foco non avria già spento e morto l’onde che gli occhi tristi versan sempre? Amor, avegna mi sia tardi accorto, vòl che tra duo contrarî mi distempre; e tende lacci in sì diverse tempre, che quand’ho più speranza che ’l cor n’èsca, allor più nel bel viso mi rinvesca.
LVI
Se col cieco desir che ’l cor distrugge, contando l’ore no m’inganno io stesso, ora, mentre ch’io parlo, il tempo fugge ch’a me fu inseme et a mercé promesso. Qual ombra è sì crudel che ’l seme adugge ch’al disiato frutto era sì presso? e dentro dal mio ovil qual fera rugge? tra la spiga e la man qual muro è messo? Lasso!, no ’l so; ma sì conosco io bene che per far più dogliosa la mia vita Amor m’addusse in sì gioiosa spene. Et or di quel ch’i’ ho letto mi sovene, che nanzi al dì de l’ultima partita uomo beato chiamar non si convene.
LVII
Mie venture al venir son tarde e pigre, la speme incerta, e ’l desir monta e cresce, onde e ’l lassare e l’aspettar m’incresce e poi al partir son più levi che tigre. Lasso!, le nevi fìen tepide e nigre, e ’l mar senz’onda, e per l’alpe ogni pesce, e corcherassi il sol là oltre ond’esce d’un medesimo fonte Eufrate e Tigre, prima ch’i’ trovi in ciò pace né triegua, o Amore o madonna altr’uso impari, che m’hanno congiurato a torto incontra. E s’i’ ho alcun dolce, è dopo tanti amari, che per disdegno il gusto si dilegua. Altro mai di lor grazie non m’incontra.
LVIII
La guancia, che fu già piangendo stanca, riposate su l’un, signor mio caro; e siate ormai di voi stesso più avaro a quel crudel che ’ suoi seguaci imbianca; coll’altro richiudete da man manca la strada a’ messi suoi ch’indi passaro, mostrandovi un d’agosto e di genaro per ch’a la lunga via tempo ne manca; e col terzo bevete un suco d’erba che purghe ogni pensier che ’l cor afflige, dolce a la fine e nel principio acerba. Me riponete ove ’l piacer si serba tal ch’i’ non téma del nocchier di Stige; se la preghiera mia non è superba.
LIX
Perché quel che mi trasse ad amar prima altrui colpa mi toglia, del mio fermo voler già non mi svoglia. Tra le chiome de l’òr nascose il laccio, al qual mi strinse, Amore; e da’ begli occhi mosse il freddo ghiaccio, che mi passò nel core, con la vertù d’un sùbito splendore, che d’ogni altra sua voglia, sol rimembrando, ancor l’anima spoglia. Tolta m’è poi di quei biondi capelli, lasso!, la dolce vista; e ’l volger de’ duo lumi onesti e belli col suo fuggir m’atrista; ma perché ben morendo onor s’acquista, per morte, né per doglia, non vo’ che da tal nodo Amor mi scioglia.
LX
L’arbor gentil, che forte omai molt’anni, mentre i bei rami non m’ebber a sdegno fiorir faceva il mio debile ingegno a la sua ombra, e crescer ne gli affanni. Poi che, securo me di tali inganni, fece di dolce sé spietato legno, i’ rivolsi i pensier tutti ad un segno, che parlan sempre de’ lor tristi danni. Che potrà dir chi per Amor sospira, s’altra speranza le mie rime nove gli avessir data, e per costei la perde? - Né poeta ne colga mai, né Giove la privilegi, et al sol venga in ira, tal che si secchi ogni sua foglia verde. -
LXI
Benedetto sia ’l giorno, e ’l mese, e l’anno, e la stagione, e ’l tempo, e l’ora, e ’l punto, e ’l bel paese, e ’l loco ov’io fui giunto da’ duo begli occhi, che legato m’hanno; e benedetto il primo dolce affanno ch’i’ ebbi ad esser con Amor congiunto, e l’arco, e le saette ond’i’ fui punto, e le piaghe che ’n fin al cor mi vanno. Benedette le voci tante ch’io chiamando il nome de mia donna ho sparte, e i sospiri, e le lagrime, e ’l desio; e benedette sian tutte le carte ov’io fama l’acquisto, e ’l pensier mio, ch’è sol di lei, sì ch’altra non v’ha parte.
LXII
Padre del ciel, dopo i perduti giorni, dopo le notti vaneggiando spese, con quel fero desio ch’al cor s’accese, mirando gli atti per mio mal sì adorni, piacciati omai col tuo lume ch’io torni ad altra vita, et a più belle imprese, sì ch’avendo le reti indarno tese, il mio duro adversario se ne scorni. Or volge, Signor mio, l’undecim’anno ch’i’ fui sommesso al dispietato giogo, che sopra i puù soggetti è più feroce. Miserere del mio non degno affanno; redùci i pensier vaghi a miglior luogo; ramenta lor com’oggi fusti in croce.
LXIII
Volgendo gli occhi al mio novo colore, che fa di morte rimembrar la gente, pietà vi mosse; onde, benignamente salutando, teneste in vita il core. La fraile vita, ch’ancor meco alberga, fu de’ begli occhi vostri aperto dono, e de la voce angelica soave. Da lor conosco l’esser ov’io sono; ché, come suol pigro animal per verga, così destaro in me l’anima grave. Del mio cor, donna, l’una e l’altra chiave avete in mano; e di ciò son contento, presto di navigare a ciascun vento; ch’ogni cosa da voi m’è dolce onore.
LXIV
Se voi poteste per turbati segni, per chinar gli occhi, o per piegar la testa, o per esser più d’altra al fuggir presta, torcendo ’l viso a’ preghi onesti e degni, uscir già mai, o ver per altri ingegni, del petto, ove dal primo lauro innesta Amor più rami, i’ direi ben che questa fosse giusta cagione a’ vostri sdegni; ché gentil pianta in arido terreno par che si disconvenga, e però lieta naturalmente quindi si diparte. Ma poi vostro destìno a voi pur vieta l’esser altrove, prevedete almeno di non star sempre in odiosa parte.
LXV
Lasso!, che mal accorto fui da prima nel giorno ch’a ferir mi venne Amore, ch’a passo a passo è poi fatto signore de la mia vita, e posto in su la cima! Io non credea per forza di sua lima che punto di fermezza o di valore mancasse mai ne l’indurato core; ma così va chi sopra ’l ver s’estima. Da ora inanzi ogni difesa è tarda, altra che di provar s’assai o poco questi preghi mortali Amore sguarda. Non prego già, né puote aver più loco che mesuratamente il mio cor arda, ma che sua parte abbia costei del foco.
LXVI
L’aere gravato, e l’importuna nebbia compressa intorno da rabbiosi vènti tosto conven che si converta in pioggia; e già son quasi di cristallo i fiumi, e ’n vece de l’erbetta per le valli non se ved’ altro che pruine e ghiaccio. Et io nel cor via più freddo che ghiaccio ho di gravi pensier tal una nebbia, qual si leva talor di queste valli, serrate incontra a gli amorosi vènti, e circundate di stagnanti fiumi, quando cade dal ciel più lenta pioggia. In picciol tempo passa ogni gran pioggia, e ’l caldo fa sparir le nevi e ’l ghiaccio, di che vanno superbi in vista i fiumi; né mai nascose il ciel sì folta nebbia che sopraggiunta dal furor di vènti non fugisse da i poggi e da le valli. Ma, lasso!, a me non val fiorir de valli; anzi piango al sereno et a la pioggia, et a’ gelati et a’ soavi vènti: ch’allor fia un dì madonna senza ’l ghiaccio dentro, e di fòr senza l’usata nebbia, ch’i’ vedrò secco il mare, e’ laghi, e i fiumi. Mentre ch’al mar descenderanno i fiumi e le fiere ameranno ombrose valli, fia di nanzi a’ begli occhi quella nebbia che fa nascer di ’miei continua pioggia, e nel bel petto l’indurato ghiaccio che tra’ del mio sì dolorosi vènti. Ben debbo io perdonare a tutti i vènti, per amor d’un che ’n mezzo di duo fiumi mi chiuse tra ’l bel verde e ’l dolce ghiaccio, tal ch’i’ depinsi poi per mille valli l’ombra, ov’io fui; che né calor, né pioggia, né suon curava di spezzata nebbia. Ma non fuggìo già mai nebbia per vènti, come quel dì, né mai fiumi per pioggia, né ghiaccio, quando ’l sole apre le valli.
LXVII
Del mar Tirreno a la sinistra riva, dove rotte dal vento piangon l’onde, sùbito vidi quella altèra fronde, di cui conven che ’n tante carte scriva. Amor che dentro a l’anima bolliva, per rimembranza de le treccie bionde, mi spinse; onde in un rio che l’erba asconde caddi, non già come persona viva. Solo, ov’io era, tra boschetti e colli, vergogna ebbi di me; ch’al cor gentile basta ben tanto, et altro spron non volli. Piacemi almen d’aver cangiato stile, da gli occhi a’ pie’; se del lor esser molli gli altri asciugasse un più cortese aprile.
LXVIII
L’aspetto sacro de la terra vostra mi fa del mal passato tragger guai, gridando: - Sta su, misero; che fai? - E la via de salir al ciel mi mostra. Ma con questo pensier un altro giostra, e dice a me: - Perché fuggendo vai? Se ti rimembra, il tempo passa omai di tornar a veder la donna nostra. - I’, che ’l suo ragionar intendo, allora m’agghiaccio dentro, in guisa d’uom ch’ascolta novella che di sùbito l’accora. Poi torna il primo, e questo dà la volta: qual vincerà non so; ma ’n fino ad ora combattuto hanno, e non pur una volta.
LXIX
Ben sapeva io che natural consiglio, Amor, contra di te già mai non valse, tanti lacciuol, tante impromesse false, tanto provato avea ’l tuo fiero artiglio. Ma novamente, ond’io mi meraviglio (dirol, come persona a cui ne calse, e che ’l notai là sopra l’acque salse, tra la riva toscana e l’Elba e Giglio), i’ fuggìa le tue mani, e per camino, agitandom’i vènti e ’l ciel e l’onde, m’andava sconosciuto e pellegrino; quando ecco i tuoi ministri, i’ non so donde, per darmi a diveder ch’al suo destino mal chi contrasta e mal chi si nasconde.
LXX
Lasso me!, ch’i’ non so in qual parte pieghi la speme, ch’è tradita omai più volte, che se non è chi per pietà m’ascolte, perché sparger al ciel sì spessi preghi? Ma s’egli avèn ch’ancor non mi si neghi finir, anzi ’l mio fine, queste voci meschine, non gravi al mio signor perch’io il ripreghi di dir libero un dì tra l’erba e i fiori: «Drez et rayson es qu’ieu ciant e ’m demori». Ragion è ben ch’alcuna volta io canti, però c’ho sospirato sì gran tempo che mai non incomincio assai per tempo per adequar col riso i dolor tanti. E s’io potesse far ch’a gli occhi santi porgesse alcun diletto, qualche dolce mio detto o me beato sopra gli altri amanti! Ma più, quand’io dirò senza mentire: «Donna mi priega, per ch’io voglio dire». Vaghi pensier, che così passo passo scorto m’avete a ragionar tant’alto, vedete che madonna ha ’l cor di smalto sì forte, ch’io per per me dentro no ’l passo. Ella non degna di mirar sì basso che di nostre parole curi; ché ’l ciel non vòle, al qual pur contrastando i’ son già lasso; onde, come nel cor m’induro e ’naspro, «così nel mio parlar voglio esser aspro». Che parlo? o dove sono? e chi m’inganna, altri ch’io stesso e ’l desiar soverchio? Già, s’i’ trascorro il ciel di cerchio in cerchio, nessun pianeta a pianger mi condanna. Se mortal velo il mio veder appanna, che colpa è de le stelle, o de le cose belle? Meco si sta chi dì e notte m’affanna, poi che del suo piacer mi fe’ gir grave «la dolce vista e ’l bel guardo soave». Tutte le cose, di che ’l mondo è adorno, uscîr buone de man del mastro eterno; ma me, che così a dentro non discerno, abbaglia il bel che mi si mostra intorno; e s’al vero splendor già mai ritorno, l’occhio non po’ star fermo; così l’ha fatto infermo pur la sua propria colpa, e non quel giorno ch’i’ volsi in vèr’l’angelica beltade «nel dolce tempo de la prima etade».
LXXI
Perché la vita è breve e l’ingegno paventa a l’alta impresa, né di lui né di lei molto mi fido; ma spero che sia intesa là dov’io bramo e là dov’esser deve la doglia mia, la qual tacendo i’ grido. Occhi leggiadri dove Amor fa nido, a voi rivolgo il mio debile stile, pigro da sé, ma ’l gran piacer lo sprona; e chi di voi ragiona tien dal soggetto un abito gentile, che con l’ale amorose levando il parte d’ogni pensier vile; con queste alzato vengo a dir or cose, c’ho portate nel cor gran tempo ascose. Non perch’io non m’aveggia quanto mia laude è ’ngiuriosa a voi; ma contrastar non posso al gran desio, lo quale è ’n me da poi ch’i’ vidi quel che pensier non pareggia, non che l’avagli altrui parlar o mio. Principio del mio dolce stato rio, altri che voi so ben che non m’intende. Quando a gli ardenti rai neve divegno, vostro gentile sdegno forse ch’allor mia indignitate offende. Oh, se questa temenza non temprasse l’arsura che m’incende, beato venir men! ché ’n lor presenza m’è più caro il morir che ’l viver senza. Dunque ch’i’ non mi sfaccia, sì frale obgetto a sì possente foco, non è proprio valor che me ne scampi; ma la paura un poco, che ’l sangue vago per le vene agghiaccia, risalda ’l cor, perché più tempo avampi. O poggi, o valli, o fiumi, o selve, o campi, o testimon de la mia grave vita, quante volte m’udiste chiamar morte! Ahi, dolorosa sorte! lo star mi strugge, e ’l fuggir non m’aita. Ma se peggior paura non m’affrenasse, via corta e spedita trarrebbe a fin questa aspra pena e dura; e la colpa è di tal che non ha cura. Dolor, perché mi meni fuor di camin a dir quel ch’i’ non voglio? Sostien ch’io vada ove ’l piacer mi spigne. Già di voi non mi doglio occhi sopra ’l mortal corso sereni, né di lui ch’a tal nodo mi distrigne. Vedete ben quanti color depigne Amor sovente in mezzo del mio vòlto, e potrete pensar qual dentro fammi, là ’ve dì e notte stammi a dosso col poder c’ha in voi raccolto, luci beate e liete, se non che ’l veder voi stesse v’è tolto; ma quante volte a me vi rivolgete, conoscete in altrui quel che voi siete. S’a voi fosse sì nota la divina incredibile bellezza di ch’io ragiono, come a chi la mira, misurata allegrezza non avria ’l cor; però forse è remota dal vigor natural che v’apre e gira. Felice l’alma che per voi sospira. Lumi del ciel, per li quali io ringrazio la vita che per altro non m’è a grado! Oimè! perché sì rado mi date quel dond’io mai non son sazio? perché non più sovente mirate qual Amor di me fa strazio? e perché mi spogliate immantanente del ben ch’ad ora ad or l’anima sente? Dico ch’ad ora ad ora, vostra mercede, i’ sento in mezzo l’alma una dolcezza inusitata e nova, la qual ogni altra salma di noiosi pensier disgombra allora, sì che di mille un sol vi si ritrova: quel tanto a me, non più, del viver giova. E se questo mio ben durasse alquanto, nullo stato agguagliarse al mio potrebbe; ma forse altrui farrebbe invido, e me superbo l’onor tanto: però, lasso!, convensi che l’estremo del riso assaglia il pianto, e ’nterrompendo quelli spirti accensi, a me ritorni, e di me stesso pensi. L’amoroso pensero ch’alberga dentro, in voi mi si discopre tal che mi tra’ del cor ogni altra gioia; onde parole et opre escon di me sì fatte allor ch’i’ spero farmi immortal, perché la carne moia. Fugge al vostro apparire angoscia e noia, e nel vostro partir tornano insieme. Ma perché la memoria innamorata chiude lor poi l’entrata, di là non vanno da le parti estreme; onde s’alcun bel frutto nasce di me, da voi vien prima il seme: io per me son quasi un terreno asciutto, còlto da voi, e ’l pregio è vostro in tutto. Canzon, tu non m’acqueti, anzi m’infiammi a dir di quel ch’a me stesso m’invola; però sia certa de non esser sola.
LXXII
Gentil mia donna, i’ veggio nel mover de’ vostr’occhi un dolce lume che mi mostra la via ch’al ciel conduce; e per lungo costume dentro là dove sol con amor seggio, quasi visibilmente il cor traluce. Questa è la vista ch’a ben far m’induce, e che mi scorge al glorioso fine; questa sola dal vulgo m’allontana. Né già mai lingua umana contar porìa quel che le due divine luci sentir mi fanno, e quando ’l verno sparge le pruine, e quando poi ringiovenisce l’anno qual era al tempo del mio primo affanno. Io penso: se là suso, onde ’l motor eterno de le stelle degnò mostrar del suo lavoro in terra, son l’altr’opre sì belle, aprasi la pregione, ov’io son chiuso, e che ’l camino a tal vita mi serra. Poi mi rivolgo a la mia usata guerra, ringraziando Natura e ’l dì ch’io nacqui che reservato m’hanno a tanto bene, e lei ch’a tanta spene alzò il mio cor; ché ’n sin allor io giacqui a me noioso e grave, da quel dì inanzi a me medesmo piacqui, empiendo d’un pensier alto e soave quel core ond’hanno i begli occhi la chiave. Né mai stato gioioso Amor o la volubile Fortuna chieder a chi più fôr nel mondo amici ch’’no ’l cangiassi ad una rivolta d’occhi, ond’ogni mio riposo vien come ogni arbor vien da sue radici. Vaghe faville, angeliche, beatrici de la mia vita, ove ’l piacer s’accende, che dolcemente mi consuma e strugge; come sparisce e fugge ogni altro lume dove ’l vostro splende, così de lo mio core, quando tanta dolcezza in lui discende, ogni altra cosa, ogni penser va fòre, e solo ivi con voi rimanse Amore. Quanta dolcezza unquanco fu in cor d’aventurosi amanti, accolta tutta in un loco, a quel ch’i’ sento, è nulla, quando voi alcuna volta soavemente tra ’l bel nero e ’l bianco volgete il lume in cui Amor si trastulla: e credo, da le fasce e da la culla al mio imperfetto, a la Fortuna adversa questo rimedio provedesse il cielo. Torto mi face il velo e la man che sì spesso s’atraversa fra ’l mio sommo diletto e gli occhi, onde dì e notte si rinversa il gran desio per isfogare il petto, che forma tien dal variato aspetto. Perch’io veggio, e mi spiace, che natural mia dote a me non vale né mi fa degno d’un sì caro sguardo, sforzomi d’esser tale qual a l’alta speranza si conface, et al foco gentil ond’io tutto ardo. S’al ben veloce, et al contrario tardo, dispregiator di quanto ’l mondo brama per solicito studio posso farme, porrebbe forse aitarme nel benigno iudicio una tal fama. Certo il fin de’ miei pianti, che non altronde il cor doglioso chiama, vèn da’ begli occhi al fin dolce tremanti ultima speme de’ cortesi amanti. Canzon, l’una sorella è poco inanzi, e l’altra sento in quel medesmo albergo apparecchiarsi; ond’io più carta vergo.
LXXIII
Poi che per mio destino a dir mi sforza quell’accesa voglia che m’ha sforzato a sospirar mai sempre, Amor, ch’a ciò m’invoglia, sia la mia scorta, e ’nsignimi ’l camino, e col desio le mie rime contempre; ma non in guisa che lo cor si stempre di soverchia dolcezza, com’io temo, per quel ch’i’ sento ov’occhio altrui non giugne; ché ’l dir m’infiamma e pugne, né per mi ’ngegno, ond’io pavento e tremo, sì come talor sòle, trovo ’l gran foco de la mente scemo; anzi mi struggo al suon de le parole, pur com’io fusse un uom di ghiaccio al sole. Nel cominciar credìa trovar parlando al mio ardente desire qualche breve riposo e qualche triegua. Questa speranza ardire mi porse a ragionar quel ch’i’ sentia; or m’abbandona al tempo, e si dilegua. Ma pur conven che l’alta impresa segua continuando l’amorose note, sì possente è ’l voler che mi trasporta; e la ragione è morta, che tenea ’l freno, e contrastar no ’l pôte. Mostrimi almen ch’io dica Amor in guisa che se mai percote gli orecchi de la dolce mia nemica, non mia, ma di pietà la faccia amica. Dico: se ’n quella etate ch’al vero onor fôr gli animi sì accesi, l’industria d’alquanti uomini s’avolse per diversi paesi, poggi et onde passando, e l’onorate cose cercando el più bel fior ne colse, poi che Dio e Natura et Amor volse locar compitamente ogni virtute in quei be’ lumi, ond’io gioioso vivo, questo e quell’altro rivo non conven ch’i’ trapasse e terra mute. A llor sempre ricorro, come a fontana d’ogni mia salute; e quando a morte disiando corro, sol di lor vista al mio stato soccorro. Come a forza di vènti stanco nocchier di notte alza la testa a’ duo lumi c’ha sempre il nostro polo, così ne la tempesta ch’i’ sostengo d’amor, gli occhi lucenti sono il mio segno e ’l mio conforto solo. Lasso!, ma troppo è più quel ch’io ne ’nvolo or quinci, or quindi, come Amor m’informa, che quel che vèn da grazioso dono; e quel poco ch’i’ sono mi fa di loro una una perpetua norma. Poi ch’io li vidi in prima, senza lor a ben far non mossi un’orma; così gli ho di me posti in su la cima che ’l mio valor per sé falso s’estima. I’ non porìa già mai imaginar, non che narrar gli effetti, che nel mio cor gli occhi soavi fanno: tutti gli altri diletti di questa vita ho per minori assai, e tutte altre bellezze in dietro vanno. Pace tranquilla, senza alcuno affanno, simile a quella ch’è nel ciel eterna, move da lor inamorato riso. Così vedess’io fiso come Amor dolcemente gli governa, sol un giorno da presso, senza voler già mai rota superna, né pensasse d’altrui né di me stesso, e ’l batter gli occhi miei non fosse spesso. Lasso!, che disiando vo quel ch’esser non puote in alcun modo; e vivo nel desir fuor di speranza. Solamente quel nodo ch’Amor cerconda a la mia lingua, quando l’umana vista il troppo lume avanza, fosse disciolto, i’ prenderei baldanza di dir parole in quel punto sì nove, che farian lagrimar chi le ’ntendesse. Ma le ferite impresse valgon per forza il cor piagato altrove; ond’io divento smorto, e ’l sangue si nasconde, i’ non so dove, né rimango qual era; e sommi accorto che questo è ’l colpo di che Amor m’ha morto. Canzone, i’ sento già stancar la penna del lungo e dolce ragionar co llei, ma non di parlar meco i pensier mei.
LXXIV
Io son già stanco di pensar sì come i miei pensier in voi stanchi non sono, e come vita ancor non abbandono per fuggir de’ sospir sì gravi some; e come a dir del viso e de le chiome e de’ begli occhi, ond’io sempre ragiono, non è mancata omai la lingua e ’l suono dì e notte chiamando il vostro nome; e che ’ pie’ miei non son fiaccati e lassi a seguir l’orme vostre in ogni parte, perdendo inutilmente tanti passi; et onde vien l’enchiostro, onde le carte ch’i’ vo empiendo di voi: se ’n ciò fallassi, colpa d’Amor, non già defetto d’arte.
LXXV
Io son già stanco di pensar sì come ch’ e’ medesmi porian saldar la piaga, e non già vertù d’erbe, o d’arte maga, o di pietra dal mar nostro divisa, m’hanno la via sì d’altro amor precisa, ch’un sol dolce penser l’anima appaga; e se la lingua di seguirlo è vaga, la scorta po’, non ella esser derisa. Questi son que’ begli occhi che l’imprese del mio signor vittoriose fanno in ogni parte, e più sovra ’l mio fianco; questi son que’ begli occhi che mi stanno sempre nel cor colle faville accese; perch’io di lor parlando non mi stanco.
LXXVI
Amor con sue promesse lusingando mi ricondusse a la prigione antica, e die’ le chiavi a quella mia nemica ch’ancor me di me stesso tène in bando. Non me n’avìdi, lasso!, se non quando fui in lor forza; et or con gran fatica (chi ’l crederà, perché giurando i’ ’l dica?) in libertà ritorno sospirando. E come vero pregioniero afflitto, de le catene mie gran parte porto; e ’l cor ne gli occhi e ne la fronte ho scritto. Quando sarai del mio colore accorto dirai: - S’i’ guardo e giudico ben dritto, questi avea poco andare ad esser smorto. -
LXXVII
Per ben mirar Policleto a prova fiso con gli altri ch’ebben fama di quell’arte mill’anni, non vedrian la minor parte de la beltà che m’have il cor conquiso. Ma certo il mio Simon fu in paradiso, onde questa gentil donna si parte; ivi la vide, e la ritrasse in carte, per far fede qua giù del suo bel viso. L’opra fu ben di quelle che nel cielo si ponno imaginar, non qui tra noi, ove le membra fanno a l’alma velo. Cortesia fe’; né la potea far poi che fu disceso a provar caldo e gielo, e del mortal sentiron gli occhi suoi.
LXXVIII
Quando giunse a Simon l’alto concetto ch’a mio nome gli pose in man lo stile s’avesse dato a l’opera gentile colla figura voce ed intelletto, di sospir molti mi sgombrava il petto, che ciò ch’altri ha più caro a me fan vile; però che ’n vista ella si mostra umìle promettendomi pace nell’aspetto. Ma poi ch’i’ vengo a ragionar co llei, benignamente assai par che n’ascolte: se risponder savesse a’ detti miei! Pigmalion, quanto lodar ti dèi de l’imagine tua, se mille volte n’avesti quel ch’i’ sol una vorrei!
LXXIX
S’al principio risponde il fine e ’l mezzo del quartodecimo anno ch’io sospiro, più non mi pò scampar l’aura né ’l rezzo; sì crescer sento ’l mio ardente desiro. Amor, con cui pensier mai non amezzo, sotto ’l cui giogo già mai non respiro, tal mi governa, ch’i’ non son già mezzo, per gli occhi, ch’al mio mal sì spesso giro. Così mancando vo di giorno in giorno, sì chiusamente, ch’i’ sol me n’accorgo, e quella che guardando il cor mi strugge. A pena in fin a qui l’anima scorgo, né so quanto fia meco il suo soggiorno; ché la morte s’appressa, e ’l viver fugge.
LXXX
Chi è fermato di menar sua vita su per l’onde fallaci e per li scogli scevro da morte con un picciol legno non po’ molto lontan esser dal fine; però sarrebbe da ritrarsi in porto mentre al governo ancor crede la vela. L’aura soave, a cui governo e vela commisi entrando a l’amorosa vita e sperando venire a miglior porto, poi mi condusse in più di mille scogli; e le cagion del mio doglioso fine non pur d’intorno avea, ma dentro al legno. Chiuso gran tempo in questo cieco legno errai, senza levar occhio a la vela ch’anzi al mio dì mi trasportava al fine; poi piacque a lui che mi produsse in vita chiamarme tanto in dietro da li scogli ch’almen da lunge m’apparisse il porto. Come lume di notte in alcun porto vide mai d’alto mar nave né legno, se non gliel tolse o tempestate o scogli, così di su da la gonfiata vela vid’io le ’nsegne di quell’altra vita, et allor sospirai verso ’l mio fine. Non perch’io sia securo ancor del fine; ché volendo col giorno esser a porto è gran viaggio in così poca vita; poi temo, ché mi veggio in fraile legno, e più che non vorrei piena la vela del vento che mi pinse in questi scogli. S’io èsca vivo de’ dubbiosi scogli, et arrive il mio essilio ad un bel fine, ch’i’ sarei vago di voltar la vela, e l’ancore gittar in qualche porto! Se non ch’i’ ardo come acceso legno, sì m’è duro lassar l’usata vita. Signor de la mia fine e de la vita, prima ch’i’ fiacchi il legno tra li scogli, drizza a buon porto l’affannata vela.
LXXXI
Io son sì stanco sotto ’l fascio antico de le mie colpe e de l’usanza ria, ch’i’ temo forte di mancar tra via, e di cader in man del mio nemico. Ben venne a dilivrarmi un grande amico per somma et ineffabil cortesia; poi volò fuor de la veduta mia, sì ch’a mirarlo indarno m’affatico. Ma la sua voce ancor qua giù rimbomba: «O voi che travagliate, ecco ’l camino; venite a me, se ’l passo altri non serra». Qual grazia, qual amore, o qual destino mi darà penne in guisa di colomba, ch’i’ mi riposi, e levimi da terra?
LXXXII
Io non fu’ d’amar voi lassato unquanco madonna, né sarò mentre ch’io viva; ma d’odiar me medesmo giunto a riva, e del continuo lagrimar so’ stanco; e voglio anzi un sepolcro bello e bianco, che ’l vostro nome a mio danno si scriva in alcun marmo, ove di spirto priva sia la mia carne, che po’ star seco anco. Però, s’un cor pien d’amorosa fede può contentarve, senza farne strazio, piacciavi omai di questo aver mercede. Se ’n altro modo cerca d’esser sazio, vostro sdegno erra; e non fia quel che crede; di che Amor e me stesso assai ringrazio.
LXXXIII
Se bianche non son prima ambe le tempie ch’a poco a poco par che ’l tempo mischi, securo non sarò, ben ch’io m’arrischi talor ov’Amor l’arco tira et empie. Non temo già che più ni strazi e scempie, né mi ritenga, perch’ancor m’invischi, né m’apra il cor, perché di fuor l’incischi, con sue saette velenose et empie. Lagrime omai da gli occhi uscir non ponno ma di gire in fin là sanno il vïaggio; sì ch’a pena fia mai ch’i’ ’l passo chiuda. Ben mi po’ riscaldare il fiero raggio; non sì ch’i’ arda; e può turbarmi il sonno, ma romper no l’imagine aspra e cruda.
LXXXIV
- Occhi, piangete, accompagnate il core, che di vostro fallir morte sostene. - - Così sempre facciamo; e ne convene lamentar più l’altrui che ’l vostro errore. - - Già prima ebbe per voi l’entrata Amore, là onde ancor come in suo albergo vène. - - Noi gli aprimmo la via per quella spene che mosse d’entro da colui che more. - -Non son, come a voi par, le ragion pari; ché pur voi foste ne la prima vista del vostro e del suo mal cotanto avari. - - Or questo è quel che più ch’altro n’atrista; che ’ perfetti giudicii son sì rari, e d’altrui colpa altrui biasmo s’acquista. -
LXXXV
Io amai sempre, et amo forte ancòra e son per amar più di giorno in giorno quel dolce loco, ove piangendo torno spesse fiate, quando Amor m’accora. E son fermo d’amare il tempo e l’ora ch’ogni vil cura mi levâr d’intorno; e più colei, lo cui bel viso adorno di ben far co’ suoi essempli m’innamora. Ma chi pensò veder mai tutti insieme per assalirmi il core, or quindi or quinci, questi dolci nemici, ch’i’ tant’amo? Amor, con quanto sforzo oggi mi vinci! E se non ch’al desio cresce la speme, i’ cadrei morto, ove più viver bramo.
LXXXVI
Io avrò sempre in odio la fenestra onde Amor m’aventò già mille strali, perch’alquanti di lor non fôr mortali; ch’è bel morir, mentre la vita è destra. Ma ’l sovrastar ne la pregion terrestra cagion m’è, lasso!, d’infiniti mali: e più mi duol che fìen meco immortali, poi che l’alma dal cor non si scapestra. Misera!, che devrebbe esser accorta, per lunga esperienzia, omai che ’l tempo non è chi ’n dietro volga, o chi l’affreni. Più volte l’ho con ta’ parole scorta: - Vattene, trista; ché non va per tempo chi dopo lassa i suoi dì più sereni. -
LXXXVII
Sí tosto come avèn che l’arco scocchi, buon sagittario di lontan discerne qual colpo è da sprezzare e qual d’averne fede ch’al destinato segno tocchi; similemente il colpo de’ vostr’occhi, donna, sentiste a le mie parti interne dritto passare; onde conven ch’etterne lagrime per la piaga il cor trabocchi. E certo son che voi diceste allora: - Misero amante! a che vaghezza il mena? Ecco lo strale onde Amor vòl ch’ e’ mora. - Ora, veggendo come ’l duol m’affrena, quel che mi fanno i miei nemici ancóra non è per morte, ma per più mia pena.
LXXXVIII
Poi che mia speme è lunga a venir troppo, e de la vita il trapassar sì corto, vorreimi a miglior tempo esser accorto, per fuggir dietro più che di galoppo; e fuggo ancor così debile e zoppo da l’un de’ lati, ove ’l desio m’ha storto; securo omai, ma pur nel viso porto segni ch’io presi a l’amoroso intoppo. Ond’io consiglio voi che siete in via, volgete i passi; e voi ch’Amore avampa, non v’indugiate su l’estremo ardore; ché, perch’io viva, de mille un no scampa: era ben forte la nemica mia e lei vid’io ferita in mezzo ’l core.
LXXXIX
Fuggendo la pregione ove Amor m’ebbe molt’anni a far di me quel ch’a lui parve, donne mie, lungo fôra a ricontarve quanto la nova libertà m’increbbe. Diceami il cor che per sé non saprebbe viver un giorno; e poi tra via m’apparve quel traditore in sì mentite larve che più saggio di me inganato avrebbe. Onde più volte sospirando in dietro dissi: - Oimè!, il giogo e le catene e i ceppi eran più dolci che l’andare sciolto. - Misero me, che tardo il mio mal seppi! e con quanta fatica oggi mi spetro de l’errore ov’io stesso m’era involto!
XC
Erano i capei d’oro a l’aura sparsi, che ’n mille dolci nodi gli avolgea; e ’l vago lume oltra misura ardea di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi; e ’l viso di pietosi color farsi, non so se vero o falso, mi parea: i’ che l’ésca amorosa al petto avea, qual meraviglia se di sùbito arsi? Non era l’andar suo cosa mortale, ma d’angelica forma; e le parole sonavan altro che pur voce umana: uno spirto celeste, un vivo sole fu quel ch’i’ vidi; e se non fosse or tale, piaga per allentar d’arco non sana.
XCI
La bella donna che cotanto amavi subitamente s’è da noi partita, e, per quel ch’io ne speri, al ciel salita, sì furon gli atti suoi dolci e soavi. Tempo è da ricovrare ambe le chiavi del tuo cor, ch’ella possedeva in vita, e seguir lei per via dritta espedita; peso terren non sia più che t’aggravi. Poi che se’ sgombro de la maggior salma, l’altre puoi giuso agevolmente porre, salendo quasi un pellegrino scarco. Ben vedi omai sì come a morte corre ogni cosa creata, e quanto all’alma bisogna ir lieve al periglioso varco.
XCII
Piangete, donne, e con voi pianga Amore; piangete, amanti, per ciascun paese; poi ch’è morto collui che tutto intese in farvi, mentre visse al mondo, onore. Io per me prego il mio acerbo dolore non sian da lui le lagrime contese, e mi sia di sospir tutto cortese quanto bisogna a disfogare il core. Piangan le rime, ancor piangano i versi, perché ’l nostro amoroso messer Cino novellamente s’è da noi partito. Pianga Pistoia, e i citadin perversi che perduto hanno sì dolce vicino; e rallegresi il cielo ov’ello è gito.
XCIII
Più volte Amor m’avea detto: - Scrivi, scrivi quel che vedesti in lettre d’oro, sì come i miei seguaci discoloro, e ’n un momento gli fo morti e vivi, un tempo fu che ’n te stesso ’l sentivi, volgare essemplo a l’amoroso coro; poi di man mi ti tolse altro lavoro; ma già ti raggiuns’io mentre fuggivi, e se ’ begli occhi, ond’io me ti mostrai e là dove era il mio dolce ridutto quando ti ruppi al cor tanta durezza, mi rendon l’arco ch’ogni cosa spezza, forse non avrai sempre il viso asciutto; ch’i’ mi pasco di lagrime e tu ’l sai. -
XCIV
Quando giugne per gli occhi al cor profondo l’imagin donna, ogni altra indi si parte, e le vertù che l’anima comparte, lascian le membra, quasi immobil pondo. E del primo miracolo il secondo nasce talor, che la scacciata parte da sé stessa fuggendo arriva in parte che fa vendetta e ’l suo essilio giocondo. Quinci in duo vólti in color morto appare; perché ’ vigor che vivi gli mostrava da nessun lato è più là dove stava. E di questo in quel dì mi ricordava ch’i’ vidi duo amanti trasformare, e far qual io mi soglio in vista fare.
XCV
Così potess’io ben chiudere in versi i miei pensier, come nel cor gli chiudo; ch’animo al mondo non fu mai sì crudo, ch’i’ non facessi per pietà dolersi. Ma voi, occhi beati, ond’io soffersi quel colpo, ove non valse elmo né scudo, di fòr e dentro mi vedete ignudo, ben che ’n lamenti il duol non si riversi. Poi che vostro vedere in me risplende, come raggio di sol traluce in vetro, basti dunque il desio senza ch’io dica. Lasso!, non a Maria, non nocque a Pietro la fede, ch’a me sol tanto è nemica; e so ch’altri che voi nessun m’intende.
XCVI
Io son de l’aspettar omai sì vinto, e de la lunga guerra de’ sospiri, ch’i’ aggio in odio la speme e i desiri, et ogni laccio onde ’l mio cor è avinto. Ma ’l bel viso leggiadro che depinto porto nel petto, e veggio ove ch’io miri, mi sforza; onde ne’ primi empii martìri pur son contra mia voglia respinto. Allor errai quando l’antica strada di libertà mi fu precisa e tolta, ché mai si segue ciò ch’a gli occhi agrada; allor corse al suo mal libera e sciolta; ora a posta d’altrui conven che vada l’anima che peccò sol una volta.
XCVII
Ahi, bella libertà, come tu m’hai partendoti da me mostrato quale era ’l mio stato, quando il primo strale fece la piaga ond’io non guerrò mai! Gli occhi invaghiro allor sì de’ lor guai, che ’l fren de la ragion ivi non vale, perc’hanno a schifo ogni opera mortale: lasso!, così da prima gli avezzai! Né mi fece ascoltar chi non ragiona de la mia morte; e sol del suo nome vo empiendo l’aere, che sì dolce sona. Amor in altra parte non mi sprona, né i pie’ sanno altra via, né le man come lodar si possa in carte altra persona.
XCVIII
Orso, al vostro destrier si po’ ben porre un fren, che di suo corso in dietro il volga; ma ’l cor chi legherà che non si sciolga, se brama onore, e ’l suo contrario aborre? Non sospirate: a lui non si po’ tôrre suo pregio, per ch’a voi l’andar si tolga; ché, come fama publica divolga, egli è già là, che null’altro il precorre. Basti che si ritrove in mezzo ’l campo al destinato dì, sotto quell’arme che gli dà il tempo, amor, vertute e ’l sangue, gridando: - D’un gentil desire avampo, co’ ’l signor mio, che non po’ seguitarne, e del non esser qui si strugge e langue. -
XCIX
Poi che voi et io più volte abbiam provato come ’l nostro sperar torna fallace, dietro a quel sommo ben che mai non spiace levate il core a più felice stato. Questa vita terrena è quasi un prato, che ’l serpente tra ’ fiori e l’erba giace; e s’alcuna sua vista a gli occhi piace, è per lassare più l’animo invescato. Voi dunque, se cercate aver la mente anzi l’estremo dì queta già mai, seguite i pochi, e non la volgar gente. Ben si può dire a me: - Frate, tu vai mostrando altrui la via, dove sovente fosti smarrito, et or se’ più che mai.



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