Francesco Petrarca
Francesco Petrarca 
°Arezzo 1304 +Arquà 1374 
Poeta e letterato italiano
Canzoniere II

In vita di Madonna Laura

C
Quella fenestra ove l’un sol si vede, quando a lui piace, e l’altro in su la nona, e quella dove l’aere freddo suona ne’ brevi giorni, quando borrea ’l fiede; e ’l sasso, ove a’ gran dì pensosa siede madonna, e sola seco si ragiona; con quanti luoghi sua bella persona coprì mai d’ombra o disegnò col piede; e ’l fiero passo ove m’agiunse Amore; e lla nova stagion che d’anno in anno mi rinfresca in quel dì l’antiche piaghe; e ’l vólto, e le parole che mi stanno altamente confitte in mezzo ’l core, fanno le luci mie di pianger vaghe.

CI
Lasso!, ben so che dolorose prede di noi fa quella ch’a nullo uom perdona, e che rapidamente m’abandona il mondo, e picciol tempo ne tien fede; veggio a molto languir poca mercede, e già l’ultimo dì nel cor mi tuona: per tutto questo Amor non mi spregiona, che l’usato tributo a gli occhi chiede. So come i dì, come i momenti, e l’ore, ne portan gli anni; e non ricevo inganno, ma forza assai maggior che d’arti maghe. La voglia e la ragion combattuto hanno sette e sette anni; e vincerà il migliore, s’anime son qua giù del ben presaghe.

CII
Cesare, poi che ’l traditor d’Egitto li fece il don de l’onorata testa, celando l’allegrezza manifesta pianse per gli occhi fuor, sì come è scritto; et Anibàl, quando a l’imperio afflitto vide farsi fortuna sì molesta, rise fra gente lagrimosa e mesta, per isfogare il suo acerbo despitto; e così avèn che l’animo ciascuna sua passion sotto ’l contrario manto ricopre co la vista or chiara or bruna. Però, s’alcuna volta io rido o canto, facciol perch’i’ non ho se non quest’una via da celare il mio angoscioso pianto.

CIII
Vinse Anibàl e non seppe usar poi ben la vittoriosa sua ventura; però, signor mio caro, aggiate cura che similmente non avegna a voi. L’orsa, rabbiosa per gli orsacchi suoi, che trovaron di maggio aspra pastura, rode sé dentro, e i denti e l’unghie endura per vendicar suoi danni sopra noi. Mentre ’l novo dolor dunque l’accora, non riponete l’onorata spada; anzi seguite là dove vi chiama vostra fortuna dritto per la strada che vi può dar, dopo la morte ancóra mille e mille anni, al mondo onor e fama.

CIV
L’aspettata vertù, che ’n voi fioriva quando Amor cominciò darvi battaglia, produce or frutto, che quel fiore aguaglia, e che mia speme fa venire a riva. Però mi dice il cor ch’io in carte scriva cosa onde ’l vostro nome in pregio saglia; ché ’n nulla parte sì saldo s’intaglia per far di marmo una persona viva. Credete voi che Cesare o Marcello o Paolo od Affrican fossin cotali per l’incude già mai né per martello? Pandolfo mio, quest’opere son frali al lungo andar, ma ’l nostro studio è quello che fa per fama gli uomini immortali.

CV
Mai non vo’ più cantar com’io soleva, ch’altri no m’intendeva, ond’ebbi scorno, e puossi in bel soggiorno esser molesto. Il sempre sospirar nulla releva; già su l’Alpi neva d’ogn’intorno; et è già presso al giorno; ond’io son desto Un atto dolce onesto è gentil cosa: et in donna amorosa ancor m’aggrada, che ’n vista vada altèra e disdegnosa, non superba e ritrosa: Amor regge suo imperio senza spada. Chi smarrita ha la strada, torni in dietro; chi non ha albergo, posisi in sul verde; chi non ha l’auro, o ’l perde, spenga la sete sua con un bel vetro. I’ die’ in guardia a san Pietro; or non più, no. Intendami chi po’, ch’i’ m’intend’io. Grave soma è un mal fio a mantenerlo: quando posso, mi spetro e sol mi sto. Fetonte odo che ’n Po cadde e morio; e già di là dal rio passato è ’l merlo; deh, venite a vederlo. Or i’ non voglio: non è gioco uno scoglio in mezzo a l’onde, e ’ntra le fronde il visco. Assai mi doglio quando un soverchio orgoglio molte vertuti in bella donna asconde. Alcun è che risponde a chi no ’l chiama; altri, chi ’l prega, si delegua e fugge; altri al ghiaccio si strugge; altri dì e notte la sua morte brama.
Proverbio «ama chi t’ama» è fatto antico. I’ so ben quel ch’io dico. Or lass’andare; ché conven ch’altri impare a le sue spese. Un’umil donna grama un dolce amico. Mal si conosce il fico, a me pur pare senno a non cominciare tropp’alte imprese; e per ogni paese è bona stanza. L’infinita speranza occide altrui; et anch’io fui alcuna volta in danza. Quel poco che m’avanza, fia chi no ’l schifi, s’i’ ’l vo’ dare a lui. I’ mi fido in colui che ’l mondo regge e che ’ seguaci suoi nel bosco alberga, che con pietosa verga mi meni a passo omai tra le sue gregge.
Forse ch’ogni uom che legge non s’intende; e la rete tal tende che non piglia; a chi troppo assotiglia si scavezza. Non sia zoppa la legge ov’altri attende. Per bene star si scende molte miglia. Tal par gran meraviglia, e poi si sprezza. Una chiusa bellezza è più soave. Benedetta la chiave che s’avvolse al cor, e sciolse l’alma, e scossa l’have di catena sì grave, e ’nfiniti sospir del mio sen tolse! Là dove più mi dolse, altri si dole; e dolendo addolcisce il mio dolore; ond’io ringrazio Amore che più no ’l sento; et è non men che suole.
In silenzio parole accorte e sagge, e ’l suon che mi sottragge ogni altra cura, e la pregione oscura ov’è ’l bel lume; le notturne viole per le piagge, e le fece selvagge entr’a le mura, e la dolce paura, e ’l bel costume, e di duo fonti un fiume in pace vòlto dov’io bramo, e raccolto ove che sia, amor e gelosia m’hanno il cor tolto, e i segni del bel vólto, che mi conducon per più piana via e la speranza mia, al fin de gli affanni. O riposto mio bene, e quel che segue, or pace, or guerra or triegue, mai non m’abbandonate in questi panni.
De’ passati miei danni piango e rido, perché molto mi fido in quel ch’i’ odo; del presente mi godo, e meglio aspetto, e vo contando gli anni e taccio e grido; e ’n bel ramo m’annido, et in tal modo, ch’i’ ne ringrazio, e lodo, il gran disdetto, che l’indurato affetto al fine ha vinto, e ne l’alma depinto: «I’ sare’ udito, e mostratone a dito»: et hanne estinto (tanto inanzi son pinto, ch’i’ ’l pur dirò): «non fostù tant’ardito». Chi m’ha il fianco ferito e chi ’l risalda, per cui nel cor via più che ’n carta scrivo; chi mi fa morto e vivo, chi ’n un punto m’agghiaccia e mi riscalda.

CVI
Nova angeletta sovra l’ale accorta scese dal cielo in su la fresca riva, là ’nd’io passava sol per mio destino: poi che senza compagna e senza scorta mi vide, un laccio che di seta ordiva tese fra l’erba ond’è verde il camino: allor fui preso; e non mi spiacque poi, sì dolce lume uscìa degli occhi suoi.


CVII
Non veggio ove scampar mi possa omai: sì lunga guerra i begli occhi mi fanno, ch’i’ temo, lasso!, no ’l soverchio affanno distruga ’l cor che triegua non ha mai. Fuggir vorrei; ma gli amorosi rai, che dì e notte ne la mente stanno, risplendon sì, ch’al quintodecimo anno m’abbaglian più che ’l primo giorno assai; e l’imagine lor son sì cosparte che volver non mi posso ov’io non veggia o quella o simil indi accesa luce. Solo d’un lauro tal selva verdeggia che ’l mio adversario con mirabil arte vago fra i rami, ovunque vuol, m’adduce.

CVIII
Aventuroso più d’altro terreno, ov’Amor vidi già fermar le piante vèr me volgendo quelle luci sante che fanno intorno a sé l’aere sereno, prima porìa per tempo venir meno un’imagine salda di diamante, che l’atto dolce non mi stia davante, del qual ho la memoria e ’l cor sì pieno; né tante volte ti vedrò già mai, ch’i’ non m’inchini a ricercar de l’orme che ’l bel pie’ fece in quel cortese giro. Ma se ’n cor valoroso Amor non dorme, prega, Sennuccio mio, quando ’l vedrai, di qualche lagrimetta, o d’un sospiro.

CIX
Lasso!, quante fiate Amor m’assale, che fra la notte e ’l dì son più di mille, torno dov’arder vidi le faville che ’l foco del mio cor fanno immortale. Ivi m’acqueto; e son condotto a tale, ch’a nona, a vespro, a l’alba et a le squille le trovo nel pensier tanto tranquille che di null’altro mi rimembra o cale. L’aura soave che dal chiaro viso move col suon de le parole accorte per far dolce sereno ovunque spira, quasi un spirto gentil di paradiso sempre in quell’aere par che mi conforte; sì che ’l cor lasso altrove non respira.

CX
Persequendomi Amor al luogo usato ristretto in guisa d’uom ch’aspetta guerra, che si provede, e i passi intorno serra, de’ miei antichi pensier mi stava armato. Volsimi, e vidi un’ombra che da lato stampava il sole, e riconobbi in terra quella che, se ’l giudicio mio non erra, era più degna d’immortale stato. I’ dicea fra mio cor: - Perché paventi? - Ma non fu prima dentro il penser giunto, che i raggi, ov’io mi struggo, eran presenti. Come col balenar tona in un punto, così fu’ io de’ begli occhi lucenti e d’un dolce saluto inseme aggiunto.

CXI
La donna che ’l mio cor nel viso porta, là dove sol fra bei pensier d’amore sedea, m’apparve; et io per farle onore mossi con fronte reverente e smorta. Tosto che del mio stato fussi accorta, a me si volse in sì novo calore ch’avrebbe a Giove nel maggior furore tolto l’arme di mano, e l’ira morta. I’ mi riscossi; et ella oltra, parlando, passò, che la parola i’ non soffersi, né ’l dolce sfavillar degli occhi suoi. Or mi ritrovo pien di sì diversi piaceri, in quel saluto ripensando, che duol non sento, né sentì’ ma’ poi.

CXII
Sennuccio, i’ vo’ che sappi in qual manera trattato sono, e qual vita è la mia: ardomi e struggo ancor com’io solia; l’aura mi volve; e son pur quel ch’i’ m’era. Qui tutta umile, e qui la vidi altèra, or aspra, or piana, or dispietata, or pia; or vestirsi onestate, or leggiadria, or mansueta, or disdegnosa e fera; qui cantò dolcemente, e qui s’assise; qui si rivolse, e qui rattenne il passo; qui co’ begli occhi mi trafisse il core; qui disse una parola, e qui sorrise; qui cangiò ’l viso. In questi pensier, lasso!, notte e dì tiemmi il signor nostro Amore.

CXIII
Qui, dove mezzo son, Sennuccio mio, (così ci foss’io intero, e voi contento) venni fuggendo la tempesta e ’l vento c’hanno sùbito fatto il tempo rio. Qui son securo: e vo’ vi dir perch’io non, come soglio, il folgorar pavento, e perché mitigato, non che spento, né mica trovo il mio ardente desio. Tosto che giunto a l’amorosa reggia vidi onde nacque l’aura dolce e pura, ch’acqueta l’aere e mette i tuoni in bando, Amor ne l’alma, ov’ella signoreggia, raccese ’l foco, e spense la paura: che farrei dunque gli occhi suoi guardando?

CXIV
De l’empia Babilonia, ond’è fuggita ogni vergogna, ond’ogni bene è fòri, albergo di dolor, madre d’errori, son fuggito io per allungar la vita. Qui mi sto solo; e, come Amor m’invita, or rime e versi, or colgo erbette e fiori, seco parlando, et a tempi migliori sempre pensando: e questo sol m’aita. Né del vulgo mi cal, né di fortuna, né di me molto, né di cosa vile, né dentro sento né di fuor gran caldo. Sol due persone cheggio; e vorrei l’una col cor vèr’ me pacificato umìle, l’altro col pie’, sì come mai fu, saldo.

CXV
In mezzo di duo amanti onesta altèra vidi una donna, e quel signor co lei che fra gli uomini regna, e fra li dèi; e da l’un lato il Sole, io da l’altro era. Poi che s’accorse chiusa da la spera de l’amico più bello, a gli occhi miei tutta lieta si volse; e ben vorrei, che mai non fosse in vèr’ di me più fera. Sùbito in allegrezza si converse la gelosia che ’n su la prima vista per sì alto adversario, al cor mi nacque. A lui la faccia lagrimosa e trista un nuviletto intorno ricoverse; cotanto l’esser vinto li dispiacque.

CXVI
Pien di quella ineffabile dolcezza che del bel viso trassen gli occhi miei nel dì che volentier chiusi gli avrei per non mirar già mai minor bellezza, lassai quel ch’i’ più bramo; et ho sì avezza la mente a contemplar solo costei ch’altro non vede, e ciò che non è lei già per antica usanza odia e disprezza. In una valle chiusa d’ogni ’ntorno, ch’è refrigerio de’ sospir miei lassi, giunsi sol con Amor, pensoso e tardo. Ivi non donne, ma fontane e sassi, e l’imagine trovo di quel giorno che ’l pensier mio figura ovunque io sguardo.

CXVII
Se ’l sasso, ond’è più chiusa questa valle, di che ’l suo proprio nome si deriva, tenesse vòlto, per natura schiva, a Roma il viso et a Babel le spalle, i miei sospiri più benigno calle avrian per gire ove lor spene è viva: or vanno sparsi, e pur ciascuno arriva là dov’io il mando, che sol un non falle; e son di là sì dolcemente accolti, com’io m’accorgo, che nessun mai torna, con tal diletto in quelle parti stanno. De gli occhi è duol; che tosto che s’aggiorna per gran desio de’ be’ luoghi a lor tolti, dànno a me pianto, et a’ pie’ lassi affanno.

CXVIII
Rimansi a dietro al sestodecimo anno de’ miei sospiri, et io trapasso inanzi verso l’estremo; e parmi che pur dianzi fosse ’l principio di cotanto affanno. L’amar m’è dolce, et util il mio danno, e ’l viver grave; e prego ch’egli avanzi l’empia fortuna; e temo non chiuda anzi morte i begli occhi che parlar mi fanno. Or qui son, lasso!, e voglio esser altrove; e vorrei più volere, e più non voglio; e per più non poter fo quant’io posso; e d’antichi desir lagrime nove provan com’io son pur quel ch’i’ mi soglio, né per mille rivolte ancor son mosso.

CXIX
Una donna più bella assai che ’l sole, e più lucente, e d’altrettanta etade, con famosa beltade, acerbo ancor, mi trasse a la sua schiera. Questa in penseri, in opre et in parole (però ch’è de le cose al mondo rade), questa per mille strade sempre inanzi mi fu leggiadra, altèra. Solo per lei tornai da quel ch’i’ era, poi ch’i’ soffersi gli occhi suoi da presso; per suo amor m’er’io messo a faticosa impresa assai per tempo; tal che s’i’ arrivo al disiato porto, spero per lei gran tempo viver, quand’altri mi terrà per morto. Questa mia donna mi menò molt’anni pien di vaghezza giovenile ardendo, sì come ora io comprendo, sol per aver di me più certa prova, mostrandomi pur l’ombra, o ’l velo, o’ panni talor di sé, ma ’l viso nascondendo; et io, lasso!, credendo vederne assai, tutta l’età mia nova passai contento, e ’l rimembrar mi giova, poi ch’alquanto di lei veggi’ or più inanzi. I’ dico che pur dianzi, qual io non l’avea vista in fin allora, mi si scoverse; onde mi nacque un ghiaccio nel core; et evvi ancòra e sarà sempre fin ch’i’ le sia in braccio.
Ma non mel tolse la paura o ’l gielo, che pur tanta baldanza al mio cor diedi, ch’i’ le mi strinsi a’ piedi per più dolcezza trar de gli occhi suoi: et ella, che remosso avea già il velo dinanzi a’ miei, mi disse: - Amico, or vedi com’io son bella; e chiedi quanto par si convenga a gli anni tuoi. - - Madonna - dissi - già gran tempo in voi posi ’l mio amor, ch’i’ sento or sì infiammato; ond’a me in questo stato, altro volere o disvoler m’è tolto. - con voce allor di sì mirabil tempre rispose, e con un vúlto, che temer e sperar mi farà sempre:
- Rado fu al mondo, fra così gran turba, ch’udendo ragionar del mio valore, non si sentisse al core, per breve tempo almen, qualche favilla; ma l’adversaria mia, che ’l ben perturba, tosto la spegne; ond’ogni vertù more, e regna altro signore che promette una vita più tranquilla. De la tua mente Amor, che prima aprilla, mi dice cose veramente, ond’io veggio che ’l gran desio pur d’onorato fin ti farà degno; e come già se’ de’ miei rari amici, donna vedrai per segno, che farà gli occhi tuoi via più felici. -
I’ volea dir - quest’è impossibil cosa - quand’ella: - Or mira (e leva’ gli occhi un poco in più riposto loco) donna ch’a pochi si mostrò già mai. - Ratto inchinai la fronte vergognosa, sentendo novo dentro maggior foco. Et ella il prese in gioco, dicendo: - I’ veggio ben dove tu stai. Sì come ’l sol con suoi possenti rai fa sùbito sparire ogni altra stella, così par or men bella la vista mia, cui maggior luce preme. Ma io però da’ miei non ti diparto; ché questa e me d’un seme, lei davanti e me poi, produsse un parto. -
Rùppesi in tanto di vergogna il nodo ch’a la mia lingua era distretto intorno su nel primiero scorno, allor quand’io del suo accorger m’accorsi; e ’ncominciai: - S’egli è ver quel ch’i’ odo, beato il padre, e benedetto il giorno c’ha di voi il mondo adorno, e tutto ’l tempo ch’a vedervi io corsi! E se mai da la via dritta mi torsi, duolmene forte, assai più ch’i’ non mostro. Ma se de l’esser vostro fossi degno udir più, del desir ardo. - Pensosa mi rispose, e così fiso tenne il suo dolce sguardo, ch’al cor mandò co le parole il viso:
- Sì come piacque al nostro eterno padre, ciascuna di noi due nacque immortale. Miseri! a voi che vale? Me’ v’era che da noi fosse il defetto. Amate, belle, gioveni e leggiadre fummo alcun tempo; et or siam giunte a tale che costei batte l’ale per tornar a l’antico suo recetto; i’ per me sono un’ombra. Et or t’ho detto, quanto per te sì breve intender puossi. - Poi che i pie’ suoi fûr mossi, dicendo: - Non temer ch’i’ m’allontani - di verde lauro una ghirlanda colse, la qual co le sue mani intorno intorno a le mie tempie avolse.
Canzon, chi tua ragion chiamasse obscura, di’: - Non ho cura, perché tosto spero ch’altro messaggio il vero farà più chiara voce manifesto. I’ venni sol per isvegliare altrui, se, chi m’impose questo, non m’ingannò, quand’io parti’ da lui. -

CXX
Quelle pietose rime, in ch’io m’accorsi di vostro ingegno, e del cortese affetto, èbben tanto vigor nel mio conspetto che ratto a questa penna la man porsi, per far voi certo che gli estremi morsi di quella ch’io con tutto ’l mondo aspetto, mai non sentì’, ma pur, senza sospetto, in fin a l’uscio del suo albergo corsi; poi tornai in dietro, perch’io vidi scritto, di sopra ’l limitar, che ’l tempo ancúra non era giunto al mio viver prescritto; ben ch’io non vi legessi il dì né l’ora. Dunque s’acqueti omai ’l cor vostro afflitto, e cerchi uom degno, quando sì l’onora.

CXXI
Or vedi, Amor, che giovenetta donna tuo regno sprezza e del mio mal non cura, e tra duo ta’ nemici è sì secura. Tu se’ armato, et ella in treccie e ’n gonna si siede, e scalza, in mezzo i fiori e l’erba, vèr’ me spietata, e ’n contra te superba. I’ son pregion; ma se pietà ancor serba l’arco tuo saldo, e qualcuna saetta, fa di te, e di me, signor, vendetta.


CXXII
Dicesette anni ha già rivolto il cielo poi che ’mprima arsi, e già mai non mi spensi; ma quando avèn ch’al mio stato ripensi, sento nel mezzo de le fiamme un gielo. Vero è ’l proverbio, ch’altri cangia il pelo anzi che ’l vezzo; e per lentar i sensi, gli umani affetti non son meno intensi: ciò ne fa l’ombra ria del grave velo. Oi me lasso!, e quando fia quel giorno che mirando il fuggir de gli anni miei, èsca del foco, e di sì lunghe pene? Vedrò mai il dì che pur quant’io vorrei quel’aria dolce del bel viso adorno piaccia a quest’occhi, e quanto si convene?

CXXIII
Quel vago impallidir che ’l dolce riso d’un’amorosa nebbia ricoperse, con tanta maiestade al cor s’offerse che li si fece incontr’ a mezzo ’l viso. Conobbi allor sì come in paradiso vede l’un l’altro; in tal guisa s’aperse quel pietoso penser ch’altri non scerse; ma vidil io, ch’altrove non m’affiso. Ogni angelica vista, ogni atto umìle che già mai in donna, ov’amor fosse, apparve, fôra uno sdegno a lato a quel ch’i’ odo. Chinava a terra il bel guardo gentile, e tacendo dicea, come a me parve: - Chi m’allontana il mio felice amico? -

CXXIV
Amor, Fortuna, e la mia mente schiva di quel che vede, e nel passato volta m’affliggon sì, ch’io porto alcuna volta invidia a quei che son su l’altra riva. Amor mi strugge ’l cor; Fortuna il priva d’ogni conforto; onde la mente stolta s’adira e piange: e così in pena molta sempre conven che combattendo viva. Né spero i dolci dì tornino in dietro, ma pur di male in peggio quel ch’avanza; e di mio corso ho già passato ’l mezzo. Lasso!, non di diamante, ma d’un vetro veggio di man cadermi ogni speranza, e tutt’i i miei pensier romper nel mezzo.

CXXV
Se ’l pensier che mi strugge, com’è pungente e saldo, così vestisse d’un color conforme, forse tal m’arde e fugge, ch’avria parte del caldo, e desteriasi Amor là dov’or dorme; men solitarie l’orme fôran de’ miei pie’ lassi per campagne e per colli, men gli occhi ad ogn’or molli, ardendo lei come un ghiaccio stassi, e non lascia in me dramma che non sia foco e fiamma. Però ch’Amor mi sforza e di saver mi spoglia, parlo in rime aspre e di dolcezza ignude. Ma non sempre a la scorza ramo, né in fior, né ’n foglia, mostra di fòr sua natural vertude. Miri ciò che ’l cor chiude, Amor e que’ begli occhi, ove si siede a l’ombra. Se ’l dolor che si sgombra avèn che ’n pianto o in lamentar trabocchi, l’un a me noce, e l’altro altrui, ch’io non lo scaltro.
Dolci rime leggiadre che nel primiero assalto d’Amor usai, quand’io non ebbi altr’arme, chi verrà mai che squadre questo mio cor di smalto, ch’almen, com’io solea, possa sfogarme? Ch’aver dentro a lui parme un che madonna sempre depinge, e de lei parla: a voler poi ritrarla, per me non basto; e par ch’io me ne stempre. Lasso!, così m’è scorso lo mio dolce soccorso.
Come fanciul ch’a pena volge la lingua e snoda, che dir non sa, ma ’l più tacer gli è noia, così ’l desir mi mena a dire; e vo’ che m’oda la dolce mia nemica anzi ch’io moia. Se forse ogni sua gioia nel suo bel viso è solo, e di tutt’altro è schiva, odil tu, verde riva, e presta a’ miei sospir sì largo volo, che sempre si ridica come tu m’eri amica.
Ben sai che sì bel piede non toccò terra unquanco come quel dì che già segnata fosti, onde ’l cor lasso riede, col tormentoso fianco, a partir teco i lor pensier nascosti. Così avestù riposti de’ be’ vestigi sparsi ancor tra’ fiori e l’erba, che la mia vita acerba, lagrimando, trovasse ove acquietarsi! Ma come po’ s’appaga l’alma dubbiosa e vaga.
Ovunque gli occhi volgo trovo un dolce sereno pensando: qui percosse il vago lume. Qualunque erba o fior colgo credo che nel terreno aggia radice, ov’ella ebbe in costume gir fra le piagge e ’l fiume, e talor farsi un seggio fresco, fiorito e verde. Così nulla sen perde; e più certezza averne fôra il peggio. Spirto beato, quale se’, quando altrui fai male?
O poverella mia, come se’ rozza! Credo che tel conoschi: rimanti in questi boschi.


CXXVI
Chiare, fresce, dolci acque, ove le belle membra pose colei che sola a me par donna; gentil ramo, ove piacque (con sospir mi rimembra) a lei di fare al bel fianco colonna; erba e fior, che la gonna leggiadra ricoverse co l’angelico seno; aere sacro, sereno, ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse; date udienza insieme a le dolenti mie parole estreme. S’egli è pur mio destino (e ’l cielo in ciò s’adopra) ch’Amor quest’occhi lagrimando chiuda, qualche grazia il meschino corpo fra voi ricopra, e torni l’alma al proprio albergo ignuda. La morte fia men cruda se questa spene porto a quel dubbioso passo; ché lo spirito lasso non porìa mai più in riposato albergo né in più tranquilla fossa fuggir la carne travagliata e l’ossa.
Tempo verrà ancor forse ch’a l’usato soggiorno torni la fera bella e mansueta, e là ’v’ella mi scòrse nel benedetto giorno, volga la vista disiosa e lieta, cercandomi; et, o pièta!, già terra in fra le pietre vedendo, Amor l’inspiri in guisa che sospiri sì dolcemente che mercé m’impetre, e faccia forza al cielo, asciugandosi gli occhi col bel velo.
Da’ be’ rami scendea (dolce ne la memoria) una pioggia di fior sovra ’l suo grembo; et ella si sedea umile in tanta gloria, coverta già de l’amoroso nembo; qual fior cadea sul lembo, qual su le treccie bionde, ch’oro forbito e perle eran quel dì a vederle; qual si posava in terra, e qual su l’onde; qual con un vago errore girando parea dir - qui regna Amore. -
Quante volte diss’io allor pien di spavento: - costei per fermo nacque in paradiso! - Così carco d’oblio il divin portamento, e ’l vúlto, e le parole, e ’l dolce riso, m’aveano e sì diviso da l’imagine vera, ch’i’ dicea sospirando: - Qui come venn’io, o quando? - credendo esser in ciel, non là dov’era. Da indi in qua mi piace questa erba sì, ch’altrove non ho pace.
Se tu avessi ornamenti, quant’hai voglia, poresti arditamente uscir del bosco, e gir in fra la gente.

CXXVII
In quella parte dove Amor mi sprona conven ch’io volga le dogliose rime, che son seguaci de la mente afflitta. Quai fien l’ultime, lasso!, e qua’ fien prime? Collui che del mio mal meco ragiona mi lascia in dubbio, sì confuso ditta. Ma pur quanto l’istoria trovo scritta in mezzo ’l cor, che sì spesso rincorro, co la sua propria man, de’ miei martìri, dirò; perché i sospiri parlando han triegua, et al dolor soccorro. Dico che, perch’io miri mille cose diverse attento e fiso, sol una donna veggio, e ’l suo bel viso. Poi che la dispietata mia ventura m’ha dilungato dal maggior mio bene, noiosa, inesorabile e superba, Amor col rimembrar sol mi mantene: onde s’io veggio in giovenil figura incominciarsi il mondo a vestir d’erba, parmi vedere in quella etate acerba la bella giovenetta, ch’ora è donna; poi che sormonta riscaldando il sole, parmi qual esser sòle, fiamma d’amor che ’n cor alto s’endonna; ma quando il dì si dole di lui che passo a passo a dietro torni, veggio lei giunta a’ suoi perfetti giorni.
In ramo fronde, o ver viole in terra mirando a la stagion che ’l freddo perde, e le stelle miglior acquistan forza, ne gli occhi ho pur le violette e ’l verde di ch’era nel principio de mia guerra Amor armato, sì, ch’ancor mi sforza, e quella dolce leggiadretta scorza che ricopria le pargolette membra dove oggi alberga l’anima gentile ch’ogni altro piacer vile sembiar mi fa; sì forte mi rimembra del portamento umìle ch’allor fioriva, e poi crebbe anzi a gli anni, cagion sola e riposo de’ miei affanni.
Qualor tenera neve per li colli dal sol percossa veggio di lontano, come ’l sol neve mi governa Amore, pensando nel bel viso più che umano che po’ da lunge gli occhi miei far molli, ma da presso gli abbaglia, e vince il core; ove, fra ’l bianco e l’aureo colore, sempre si mostra quel che mai non vide occhio mortal, ch’io creda, altro che ’l mio; e del caldo desio, ch’è quando sospirando ella sorride, m’infiamma sì che oblio niente aprezza, ma diventa eterno; né state il cangia, né lo spegne il verno.
Non vidi mai dopo notturna pioggia gir per l’aere sereno stelle erranti, e fiammeggiar fra la rugiada e ’l gielo, ch’i’ non avesse i begli occhi davanti, ove la stanca mia vita s’appoggia, quali io gli vidi a l’ombra d’un bel velo; e si come di lor bellezze il cielo splendea quel dì, così bagnati ancòra li veggio sfavillare; ond’io sempre ardo. Se ’l sol levarsi sguardo, sento il lume apparir che m’innamora; se tramontarsi al tardo, parmel veder quando si volge altrove lassando tenebroso onde si move.
Se mai candide ròse con vermiglie in vasel d’oro vider gli occhi miei, allor allor da vergine man colte, veder pensaro il viso di colei ch’avanza tutte l’altre meraviglie con tre belle eccellenzie in lui raccolte: le bionde treccie sopra ’l collo sciolte, ov’ogni latte perderia sua prova, e le guancie ch’adorna un dolce foco. Ma pur che l’ôra un poco fior bianchi e gialli per le piaggie mova, torna a la mente il loco e ’l primo dì ch’i’ vidi a l’aura sparsi i capei d’oro, ond’io sì subito arsi.
Ad una ad una annoverar le stelle, e ’n picciol vetro chiuder tutte l’acque forse credea, quando in sì poca carta novo penser di ricontar mi nacque in quante parti il fior de l’altre belle, stando in sé stessa, ha la sua luce sparta a ciò che mai da lei non mi diparta; né farò io; e se pur talor fuggo, in cielo e ’n terra m’ha racchiuso i passi; perch’a gli occhi miei lassi sempre è presente, ond’io tutto mi struggo; e così meco stassi, ch’altra non veggio mai, né veder bramo, né ’l nome d’altra ne’ sospir miei chiamo.
Ben sai, canzon, che quant’io parlo è nulla al celato amoroso mio pensero, che dì e notte ne la mente porto; solo per cui conforto in così lunga guerra anco non pèro; ché ben m’avria già morto la lontananza del mio cor piangendo; ma quinci da la morte indugio prendo.

CXXVIII
Italia mia, ben che ’l parlar sia indarno a le piaghe mortali che nel bel corpo tuo sì spesse veggio, piacemi almen che ’ miei sospir sian quali spera ’l Tevero e l’Arno, e ’l Po, dove doglioso e grave or seggio. Rettor del cielo, io cheggio che la pietà che ti condusse in terra ti volga al tuo diletto almo paese: vedi, segnor cortese, di che lievi cagion che crudel guerra; e i cor, che ’ndura e serra Marte superbo e fero, apri tu, padre, e ’ntenerisci e snoda; ivi fa che ’l tuo vero, qual io mi sia, per la mia lingua s’oda. Voi, cui fortuna ha posto in mano il freno de le belle contrade, di che nulla pietà par che vi stringa, che fan qui tante pellegrine spade? perché ’l verde terreno del barbarico sangue si depinga? Vano error vi lusinga; poco vedete, e parvi veder molto, ché ’n cor venale amor cercate o fede. Qual più gente possede colui è più da’ suoi nemici avolto. O diluvio raccolto di che deserti strani per inondar i nostri dolci campi! Se da le proprie mani questo n’avène, or chi fia che ne scampi?
Ben provide natura al nostro stato, quando de l’Alpi schermo pose fra noi e la tedesca rabbia; ma ’l desir cieco, e ’n contr’al suo ben fermo, s’è poi tanto ingegnato, ch’al corpo sano ha procurato scabbia. Or dentro ad una gabbia fiere selvagge e mansuete gregge s’annidan sì che sempre il miglior geme: et è questo del seme, per più dolor, del popol senza legge, al qual, come si legge, Mario aperse sì ’l fianco, che memoria de l’opra anco non langue, quando, assetato e stanco, non più bevve del fiume acqua che sangue.
Cesare taccio che per ogni piaggia fece l’erbe sanguigne di lor véne, ove ’l nostro ferro mise. Or par, non so per che stelle maligne, che ’l cielo in odio n’aggia: vostra mercé, cui tanto si commise: vostre voglie divise guastan del mondo la più bella parte. Qual colpa, qual giudicio, o qual destino fastidire il vicino povero, e le fortune afflitte e sparte perseguire, e ’n disparte cercar gente, e gradire, che sparga ’l sangue e venda l’alma a prezzo? Io parlo per ver dire, non per odio d’altrui né per disprezzo.
Né v’accorgete ancor per tante prove del bavarico inganno ch’alzando il dito, colla morte scherza? Peggio è lo strazio, al mio parer, che ’l danno: ma ’l vostro sangue piove più largamente: ch’altr’ira vi sferza. Da la matina a terza di voi pensate, e vederete come tien caro altrui chi tien sé così vile. Latin sangue gentile, sgombra da te queste dannose some; non far idolo un nome vano senza soggetto; ché ’l furor de lassù, gente ritrosa, vincerne d’intelletto, peccato è nostro, e non natural cosa.
Non è questo ’l terren ch’i’ toccai pria? non è questo il mio nido ove nudrito fui sì dolcemente? non è questa la patria in ch’io mi fido, madre benigna e pia, che copre l’un e l’altro mio parente? Per Dio, questo la mente talor vi mova, e con pietà guardate le lagrime del popol doloroso, che sol da voi riposo dopo Dio spera; e pur che voi mostriate segno alcun di pietate, vertù contra furore prenderà l’arme; e fia ’l combatter corto, ché l’antiquo valore ne l’italici cor non è ancor morto.
Signor, mirate come ’l tempo vola, e sì come la vita fugge, e la morte n’è sovra le spalle: voi siete or qui; pensate a la partita: ché l’alma ignuda e sola conven ch’arrive a quel dubbioso calle. Al passar questa valle, piacciavi porre giù l’odio e lo sdegno, vènti contrari a la vita serena; e quel che ’n altrui pena tempo si spende, in qualche atto più degno o di mano o d’ingegno, in qualche bella lode, in qualche onesto studio si converta: così qua giù si gode, e la strada del ciel si trova aperta.
Canzone, io t’ammonisco che la tua ragion cortesemente dica; perché fra gente altèra ir ti convene e le voglie son piene già de l’usanza pessima et antica, del ver sempre nemica. Proverai tua ventura fra magnanimi pochi a chi ’l ben piace: di’ lor: - Chi m’assicura? I’ vo gridando: «Pace, pace, pace!»

CXXIX
Di pensier in pensier, di monte in monte mi guida Amor; ch’ogni segnato calle provo contrario a la tranquilla vita. Se ’n solitaria piaggia, rivo, o fonte, se ’n fra duo poggi siede ombrosa valle, ivi s’acqueta l’alma sbigottita; e come Amor l’envita, or ride, or piange, or teme, or s’assecura: e ’l volto che lei segue ov’ella il mena si turba e rasserena, et in un esser picciol tempo dura; onde a la vista uom di tal vita esperto diria: - Questo arde, e di suo stato è incerto, - Per alti monti e per selve aspre trovo qualche riposo; ogni abitato loco è nemico mortal de gli occhi miei. A ciascun passo nasce un penser novo de la mia donna, che sovente in gioco gira ’l tormento ch’i’ porto per lei; et a pena vorrei cangiar questo mio viver dolce amaro, ch’i’ dico: - Forse ancor ti serva Amore ad un tempo migliore; forse, a te stesso vile, altrui se’ caro. - Et in questa trapasso sospirando: or porrebbe esser vero? or come? or quando?
Ove porge ombra un pino alto od un colle talor m’arresto, e pur nel primo sasso disegno co la mente il suo bel viso. Poi ch’a me torno, trovo il petto molle de la pietate; et alor dico: - Ahi, lasso, dove se’ giunto! et onde se’ diviso! - Ma mentre tener fiso posso al primo pensier la mente vaga, e mirar lei, et obliar me stesso, sento Amor sì da presso che del suo proprio error l’alma s’appaga: in tante parti e sì bella la veggio, che se l’error durasse, altro non cheggio.
I’ l’ho più volte (or chi fia che m’il creda?) ne l’acqua chiara, e sopra l’erba verde veduto viva, e nel troncon d’un faggio, e ’n bianca nube sì fatta che Leda avria ben detto che sua figlia perde, come stella che ’l sol copre col raggio; e quanto in più selvaggio loco mi trovo e ’n più deserto lido, tanto più bella il mio pensier l’adombra. Poi quando il vero sgombra quel dolce error, pur lì medesmo assido me freddo, pietra morta, in pietra viva, in guisa d’uom che pensi e pianga e scriva.
Ove d’altra montagna ombra non túcchi verso ’l maggiore e ’l più espedito giogo tirar mi suol un desiderio intenso. Indi i miei danni a misurar co gli occhi comincio, e ’n tanto lagrimando sfogo di dolorosa nebbia il cor condenso, alor ch’i’ miro e penso, quanta aria dal bel viso mi diparte, che sempre m’è sì presso e sì lontano; poscia fra me pian piano: - Che sai tu, lasso? Forse in quella parte or di tua lontananza si sospira -; et in questo penser l’alma respira.
Canzone, oltra quell’alpe, là dove il ciel è più sereno e lieto, mi rivedrai sovr’un ruscel corrente, ove l’aura si sente d’un fresco et odorifero laureto: ivi è ’l mio cor, e quella che ’l m’invola; qui veder pòi l’imagine mia sola.

CXXX
Poi che ’l camin m’è chiuso di mercede, per desperata via son dilungato da gli occhi ov’era (i’ non so per qual fato) riposto il guidardon d’ogni mia fede. Pasco ’l cor di sospir, ch’altro non chiede, e di lagrime vivo, a pianger nato: né di ciò duolmi, perché in tale stato è dolce il pianto più ch’altri non crede. E sol ad una imagine m’attegno, che fe’ non Zeusi, o Prasitele, o Fidia, ma il miglior mastro, e di più alto ingegno. Qual Scizia m’assicura, o qual Numidia, s’ancor non sazia del mio essilio indegno, così nascosto mi ritrova invidia?

CXXXI
Io canterei d’amor sì novamente ch’al duro fianco il dì mille sospiri trarrei per forza, e mille alti desiri raccenderei ne la gelata mente; e ’l bel viso vedrei cangiar sovente, e bagnar gli occhi, e più pietosi giri far, come suol chi de gli altrui martìri e del suo error quando non val si pente; e le ròse vermiglie in fra la neve mover da l’ôra, e discovrir l’avorio che fa di marmo chi da presso ’l guarda; e tutto quel per che nel viver breve non rincresco a me stesso, anzi mi glorio d’esser servato a la stagion più tarda.

CXXXII
S’amor non è, che dunque è quel ch’io sento? ma s’egli è amor, per Dio, che cosa e quale? se bona, ond’è l’effetto aspro e mortale? se ria, ond’è sì dolce ogni tormento? S’a mia voglia ardo, ond’è ’l pianto e lamento? s’a mal miogrado, il lamentar che vale? O viva morte, o dilettoso male, come puoi tanto in me, s’io no ’l consento? E s’io ’l consento, a gran torto mi doglio. Fra sì contrari vènti in frale barca mi trovo in alto mar, senza governo, sì lieve di saver, d’error sì carca, ch’i’ medesmo non so quel ch’io mi voglio, e tremo a mezza state, ardendo il verno.

CXXXIII
Amor m’ha posto come segno a strale, come al sol neve, come cera al foco, e come nebbia al vento; e son già roco, donna, mercé chiamando, e voi non cale. Da gli occhi vostri uscìo ’l colpo mortale, contra cui non mi val tempo né loco; da voi sola procede, e parvi un gioco, il sole, e ’l foco, e ’l vento, ond’io son tale. I pensier son saette, e ’l viso un sole, e ’l desir foco; e ’nseme con quest’arme mi punge Amor, m’abbaglia, e mi distrugge: e l’angelico canto, e le parole, col dolce spirto, ond’io non posso aitarme, son l’aura inanzi a cui mia vita fugge.

CXXXIV
Pace non trovo, e non ho da far guerra; e temo, e spero; et ardo, e son un ghiaccio; e volo sopra ’l cielo, e ghiaccio in terra; e nulla stringo, e tutto ’l mondo abbraccio. Tal m’ha in pregion, che non m’apre né serra, né per suo mi ritèn né scioglie il laccio; e non m’ancide Amore, e non mi sferra, né mi vuol vivo né mi trae impaccio. Veggio senza occhi, e non ho lingua, e grido; e bramo di perir, e cheggio aita; et ho in odio me stesso, et amo altrui. Pascomi di dolor, piangendo rido; egualmente mi spiace morte e vita: in questo stato son, donna, per vui.

CXXXV
Qual più diversa e nova cosa fu mai in qualche stranio clima, quella, se ben s’estima, più mi rasembra; a tal son giunto, Amore. Là, onde il dì vèn fòre, vola un augel, che sol, senza consorte, di volontaria morte rinasce, e tutto a viver si rinova. Così sol si ritrova lo mio voler, e così in su la cima de’ suoi alti pensieri al sol si volve, e così si rivolse, e così torna al suo stato di prima; arde, e more, e riprende i nervi suoi, e vive poi con la fenice a prova. Una petra è sì ardita là per l’ìndico mar, che da natura tragge a sé il ferro, e ’l fura, dal legno, in guisa che ’ navigi affonde. Questo prov’io fra l’onde d’amaro pianto; ché quel bello scoglio ha sul suo duro argoglio condutta ove affondar conven mia vita: così l’alm’ha sfornita (furando ’l cor, che fu già cosa dura, e me tenne un, ch’or son diviso e sparso) un sasso a trar più scarso carne che ferro. O cruda mia ventura, che ’n carne essendo, veggio trarmi a riva ad una viva dolce calamita.
Ne l’estremo occidente una fera è soave e queta tanto che nulla più; ma pianto e doglia, e morte, dentro a gli occhi porta: molto convene accorta esser qual vista mai vèr’ lei si giri; pur che gli occhi non miri, l’altro puossi veder securamente. Ma io incauto, dolente, corro sempre al mio male; e so ben quanto n’ho sofferto, e n’aspetto; ma l’engordo voler, ch’è cieco e sordo, sì mi trasporta, che ’l bel viso santo e gli occhi vaghi, fìen cagion ch’io pèra, di questa sfera angelica innocente.
Surge nel mezzo giorno una fontana, e tien nome dal sole; che per natura sòle bollir le notti, e ’n sul giorno esser fredda; e tanto si raffredda quanto ’l Sol monta, e quanto è più da presso. Così avèn a me stesso, che son fonte di lagrime, e soggiorno: quando ’l bel lume adorno, ch’è ’l mio sol, s’allontana, e triste e sole son le mie luci, e notte oscura è loro, ardo allor; ma se l’oro e i rai veggio apparir del vivo sole, tutto dentro e di fòr sento cangiarme, e ghiaccio farme; così freddo torno.
Un’altra fonte ha Epiro di cui si scrive, ch’essendo fredda ella, ogni spenta facella accende, e spegne qual trovasse accesa. L’anima mia, ch’offesa ancor non era d’amoroso foco, appressandosi un poco a quella fredda, ch’io sempre sospiro, arse tutta; e martìro simil già mai né sol vide, né stella, ch’ un cor di marmo a pietà mosso avrebbe: poi che ’nfiammata l’ebbe, rispensela vertù gelata e bella. Così più volte ha ’l cor racceso e spento: i’ ’l so che ’l sento, e spesso me n’adiro.
Fuor tutti i nostri lidi, ne l’isole famose di Fortuna, due fonti ha: chi de l’una bee, mor ridendo; e chi de l’altra, scampa. Simil fortuna stampa mia vita, che morir porìa ridendo, del gran piacer, ch’io prendo, se no ’l temprassen dolorosi stridi. Amor, ch’ancor mi guidi pur a l’ombra di fama occulta e bruna, tacerem questa fonte, ch’ogni or piena, ma con più larga vena veggiam, quando col Tauro il sol s’aduna: così gli occhi miei piangon d’ogni tempo, ma più nel tempo che madonna vidi.
Chi spiasse, canzone, quel ch’i’ fo, tu pòi dir: sotto un gran sasso in una chiusa valle, ond’esce Sorga, si sta; né chi lo scorga v’è, se no Amor, che mai no ’l lascia un passo, e l’imagine d’una, che lo strugge; ch’e’ per sé fugge tutt’altre persone.

CXXXVI
Fiamma del ciel su le tue treccie piova, malvagia, che dal fiume e da le ghiande per l’altrui impoverir se’ ricca e grande, poi che di mal oprar tanto ti giova: nido di tradimenti, in cui si cova quanto mal per lo mondo oggi si spande, de vin serva, di letti e di vivande, in cui lussuria fa l’ultima prova. Per le camere tue fanciulle e vecchi vanno trescando, e Belzebub in mezzo co’ mantici, e col foco, e co li specchi. Già non fostù nudrita in piume al rezzo, ma nuda al vento, e scalza fra gli stecchi: or vivi sì ch’a Dio ne venga il lezzo.

CXXXVII
L’Avara Babilonia ha colmo il sacco d’ira di Dio, e di vizii empii e rei, tanto che scoppia, ed ha fatti suoi dèi, non Giove e Palla, ma Venere e Bacco. Aspettando ragion mi struggo e fiacco; ma pur novo soldan veggio per lei, lo qual farà, non già quand’io vorrei, sol una sede; e quella fia in Baldacco. Gl’idoli suoi saranno in terra sparsi, e le túrre superbe, al ciel nemiche, e i suoi torrer di fòr come dentro arsi. Anime belle, e di virtute amiche, terranno il mondo; e poi vedrem lui farsi aureo tutto, e pien de l’opre antiche.

CXXXVIII
Fontana di dolore, albergo d’ira, scola d’errori, e templo d’eresia, già Roma, or Babilonia falsa e ria, per cui tanto si piange e si sospira; o fucina d’inganni, o pregion dira, ove ’l ben more, e ’l mal si nutre e cria, di vivi inferno, un gran miracol fia se Cristo teco al fin non s’adira. Fondata in casta et umil povertate, contr’a’ tuoi fondatori alzi le corna, putta sfacciata: e dove hai posto spene? Ne gli adùlteri tuoi? ne le mal nate ricchezze tante? Or Costantin non torna; ma tolga il mondo tristo che ’l sostene.

CXXXIX
Quanto più disïose l’ali spando verso di voi, o dolce schiera amica, tanto Fortuna con più visco intrica il mio volare, e gir mi face errando. Il cor, che mal suo grado a torno mando, è con voi sempre in quella valle aprica, ove ’l mar nostro più la terra implìca; l’altr’ier da lui partimmi lagrimando. I’ da man manca, e’ tenne il camin dritto; i’ tratto a forza, et e’ d’Amore scorto; egli in Ierusalem, et io in Egitto. Ma sofferenza è nel dolor conforto; ché per lungo uso, già fra noi prescritto, il nostro esser insieme è raro e corto.

CXL
Amor che nel penser mio vive e regna e ’l suo seggio maggior nel mio tène, talor armato ne la fronte vène, ivi si loca, et ivi pon sua insegna. Quella ch’amare e sofferir ne ’nsegna e vòl che ’l gran desio, l’accesa spene, ragion, vergogna e reverenza affrene, di nostro ardir fra sé stessa si sdegna. Onde Amor paventoso fugge al core, lasciando ogni sua impresa, e piange, e trema; ivi s’asconde, e non appar più fòre. Che poss’io far, temendo il mio signore, se non star seco in fin a l’ora estrema? ché bel fin fa chi ben amando more.

CXLI
Come talora al caldo tempo sòle semplicetta farfalla al lume avezza volar ne gli occhi altrui per sua vaghezza, onde aven ch’ella more, altri si dole; cosí sempre io corro al fatal mio sole de gli occhi onde mi vèn tanta dolcezza che ’l fren de la ragion Amor non prezza, e chi discerne è vinto da chi vòle. E veggio ben quant’elli a schivo m’hanno, e so ch’i’ ne morrò veracemente, ché mia vertù non po’ contra l’affanno; ma sí m’abbaglia Amor soavemente ch’i’ piango l’altrui noia, e no ’l mio danno; e, cieca, al suo morir l’alma consente.

CXLII
A la dolce ombra de le belle frondi corsi fuggendo un dispietato lume che ’n fin qua giù m’ardea dal terzo cielo; e disgombrava già di neve i poggi l’aura amorosa che rinova ’l tempo, e fiorian per le piagge l’erbe e i rami. Non vide il mondo sí leggiadri rami, né mosse il vento mai sí verdi frondi, come a me si mostrâr quel primo tempo; tal che temendo de l’ardente lume, non volsi al mio refugio ombra di poggi, ma de la pianta più gradita in cielo.
Un lauro mi difese allor dal cielo; onde più volte, vago de’ bei rami, da po’ son gito per selve e per poggi; né già mai ritrovai tronco né frondi tanto onorate dal superno lume, che non mutasser qualitate e tempo.
Però più fermo ogni or di tempo in tempo, seguendo ove chiamar m’udia dal cielo, e scorto d’un soave e chiaro lume, tornai sempre devoto a i primi rami e quando a terra son sparte le frondi e quando il sol fa verdeggiar i poggi.
Selve, sassi, campagne, fiumi, e poggi, quanto è creato, vince e cangia il tempo; ond’io cheggio perdóno a queste frondi, se rivolgendo poi molt’anni il cielo, fuggir disposi gl’invescati rami tosto ch’incominciai di veder lume.
Tanto mi piacque prima il dolce lume ch’i’ passai con diletto assai gran poggi per poter appressar gli amati rami; ora la vita breve, e ’l loco, e ’l tempo mostranmi altro sentier di gire al cielo, e di far frutto non pur fiore e frondi.
Altr’amor, altre frondi, et altro lume, altro salir al ciel per altri poggi cerco, ché n’è ben tempo, et altri rami.

CXLIII
Quand’io v’odo parlar sí dolcemente com’Amor proprio a’ suoi seguaci instilla, l’acceso mio desir tutto sfavilla, tal che ’nfiammar devria l’anime spente. Trovo la bella donna allor presente, ovunque mi fu mai dolce o tranquilla, ne l’abito ch’al suon, non d’altra squilla, ma di sospir mi fa destar sovente. Le chiome a l’aura sparse, e lei conversa in dietro veggio; e cosí bella riede, nel cor, come colei che tien la chiave. Ma ’l soverchio piacer, che s’atraversa a la mia lingua, qual dentro ella siede di mostrarla in palese ardir non have.

CXLIV
Né cosí bello il sol già mai levarsi quando ’l ciel fosse più de nebbia scarco, né dopo pioggia vidi ’l celeste arco per l’aere in color tanti variarsi, in quanti fiammeggiando trasformarsi, nel dí ch’io presi l’amoroso incarco, quel viso al quale, e son nel mio dir parco, nulla cosa mortal pote aguagliarsi. I’ vidi Amor che’ begli occhi volgea soave sí ch’ogni altra vista oscura da indi in qua m’incominciò apparere. Sennuccio, i’ ’l vidi, e l’arco che tendea; tal che mia vita poi non fu secura et è sí vaga ancor del rivedere.

CXLV
Pommi ove ’l sol occide i fiori e l’erba o dove vince lui il ghiaccio e la neve, pommi ov’è il carro suo temprato e leve et ov’è chi cel rende o chi cel serba; pommi in umil fortuna od in superba, al dolce aere sereno, al fosco e greve; pommi a la notte, al dí lungo ed al breve, a la matura etate od a l’acerba; pommi in cielo od in terra od in abisso, in alto poggio, in valle ima e palustre, libero spirto od a’ suoi membri affisso; pommi con fama oscura o con illustre: sarò qual fui, vivrò com’io son visso, continüando il mio sospir trilustre.

CXLVI
O d’ardente vertute ornata e calda alma gentil, cui tante carte vergo; o sol già d’onestate intero albergo, torre in alto valor fondata e salda; o fiamma, o rose sparse in dolce falda di viva neve, in ch’io mi specchio e tergo; o piacer onde l’ali al bel viso ergo, che luce sovra quanti il sol ne scalda; del vostro nome, se mie rime intese fossin sí lunghe, avrei pien Tyle e Battro, la Tana e ’l Nilo, Atlante, Olimpo e Calpe. Poi che portar nol posso in tutte e quattro parti del mondo, udrallo il bel paese ch’Appennin parte e ’l mar circonda e l’Alpe.

CXLVII
Quando ’l voler, che con due sproni ardenti e con un duro fren mi mena e regge, trapassa ad or ad or l’usata legge per far in parte i miei spirti contenti, trova chi le paure e gli ardimenti del cor profondo ne la fronte legge, e vede Amor, che sue imprese corregge, folgorar ne’ turbati occhi pungenti; onde, come colui che ’l colpo teme di Giove irato, si ritragge indietro, ché gran temenza gran desire affrena, Ma freddo foco e paventosa speme de l’alma che traluce come un vetro, talor sua dolce vista rasserena.

CXLVIII
Non Tesin, Po, Varo, Arno, Adige e Tebro, Eufrate, Tigre, Nilo, Ermo, Indo e Gange, Tana, Istro, Alfeo, Garona e ’l mar che frange, Rodano, Ibero, Ren, Sena, Albia, Era, Ebro, non edra, abete, pin, faggio o genebro poria ’l foco allentar che ’l cor tristo ange, quant’un bel rio ch’ad ogni or meco piange, co l’arboscel che ’n rime orno e celebro; questo un soccorso trovo fra gli assalti d’Amore, ove conven ch’armato viva la vita che trapassa a sí gran salti. cosí cresca il bel lauro in fresca riva, e chi ’l piantò pensier leggiadri et alti ne la dolce ombra al suon de l’acque scriva.

CXLIX
Di tempo in tempo mi si fa men dura l’angelica figura e ’l dolce riso, e l’aria del bel viso e degli occhi leggiadri meno oscura. Che fanno meco omai questi sospiri che nascean di dolore e mostravan di fore la mia angosciosa e desperata vita? S’aven che ’l volto in quella parte giri per acquetare il core, parmi vedere Amore mantener mia ragione e darmi aita. Né però trovo ancor guerra finita né tranquillo ogni stato del cor mio, ché più m’arde ’l desio, quanto più la speranza m’assicura.

CL
- Che fai alma? che pensi? avrem mai pace? avrem mai tregua? od avrem guerra eterna? - - Che fia di noi, non so; ma, in quel ch’io scerna, a’ suoi begli occhi il mal nostro non piace. - - Che pro, se con quelli occhi ella ne face di state un ghiaccio, un foco quando iverna? - - Ella non, ma colui che gli governa. - - Questo ch’è a noi, s’ella sel vede, e tace? - - Talor tace la lingua, e ’l cor si lagna ad alta voce, e ’n vista asciutta e lieta piange dove mirando altri no ’l vede. - - Per tutto ciò la mente non s’acqueta, rompendo il duol che ’n lei s’accoglie e stagna; ch’a gran speranza uom misero non crede. -

CLI
Non d’atra e tempestosa onda marina fuggìo in porto già mai stanco nocchiero, com’io dal fosco e torbido pensero fuggo ove ’l gran desio mi sprona e ’nchina. Né mortal vista mai luce divina vinse, come la mia quel raggio altèro del bel dolce soave bianco e nero, in che i suoi strali Amor dora et affina. Cieco non già, ma faretrato il veggo; nudo, se non quanto vergogna il vela; garzon con l’ali; non pinto ma vivo. Indi mi mostra quel ch’a molti cela; ch’a parte entro a’ begli occhi leggo quant’io parlo d’Amore, e quant’io scrivo.

CLII
Questa umil fera, un cor di tigre od orsa, che ’n vista umana, e ’n forma d’angel vène, in riso e ’n pianto, fra paura e spene mi rota sí ch’ogni mio stato inforsa. Se ’n breve non m’accoglie o non mi smorsa, ma pur, come suol far, tra due mi tène, per quel ch’io sento al cor gir fra le vene dolce veneno, Amor, mia vita è corsa. Non pò più la vertù fragile e stanca tante varietati omai soffrire; che ’n un punto arde, agghiaccia, arrossa e ’nbianca. Fuggendo spera i suoi dolor finire, come colei che d’ora in ora manca; ché ben pò nulla chi non pò morire.

CLIII
Ite, caldi sospiri, al freddo core; rompete il ghiaccio che pietà contende, e se prego mortale al ciel s’intende, morte, o mercé sia fine al mio dolore. Ite, dolci penser, parlando fòre di quello ove ’l bel guardo non se stende: se pur sua asprezza, o mia stella n’offende, sarem fuor di speranza e fuor d’errore. Dir se pò ben per voi, non forse a pieno, che ’l nostro stato è inquieto e fosco, sí come ’l suo pacifico e sereno. Gite securi omai, ch’Amor vèn vosco; e ria fortuna pò ben venir meno, s’a i segni del mio sol l’aere conosco.

CLIV
Le stelle, il cielo, e gli elementi a prova tutte lor arti, et ogni estrema cura poser nel vivo lume, in cui Natura si specchia, e ’l Sol ch’altrove par non trova. L’opra è sí altèra, sí leggiadra e nova, che mortal guardo in lei non s’assecura; tanta negli occhi bei fòr di misura per ch’Amore e dolcezza e grazia piova. L’aere percosso da’ lor dolci rai s’infiamma d’onestate, e tal diventa, che ’l nostro dir e ’l penser vince d’assai. Basso desir non è ch’ivi si senta, ma d’onor, di vertute. Or quando mai fu per somma beltà vil voglia spenta?

CLV
Non fûr ma’ Giove e Cesare sí mossi a folminar collui, questo a ferire che pietà non avesse spente l’ire, e lor de l’usate arme ambeduo scossi. Piangea madonna, e ’l mio signor ch’i’ fossi volse a vederla, e suoi lamenti a udire, per colmarmi di doglia e di desire e ricercarmi le medolle e gli ossi. Quel dolce pianto, mi depinse Amore, anzi scolpìo, e que’ detti soavi mi scrisse entro un diamante in mezzo ’l core; ove con salde et ingegnose chiavi ancor torna sovente a trarne fòre lagrime rare e sospir lunghi e gravi.

CLVI
I’ vidi in terra angelici costumi e celesti bellezze al mondo sole; tal che di rimembrar mi giova e dole, ché quant’io miro par sogni, ombre e fumi. E vidi lagrimar que’ duo bei lumi, c’han fatto mille volte invidia al sole; ed udì’ sospirando dir parole che farìan gire i monti e stare i fiumi. Amor, senno, valor, pietate, e doglia facean piangendo un più dolce concento d’ogni altro, che nel mondo udir si soglia: ed era il cielo a l’armonia sí intento che non se vedea in ramo mover foglia, tanta dolcezza avea pien l’aere e ’l vento.

CLVII
Quel sempre acerbo et onorato giorno mandò sí al cor l’imagine sua viva che ’ngegno o stil non fia mai che ’l descriva, ma spesso a lui co la memoria torno. L’atto d’ogni gentil pietate adorno, e ’l dolce amaro lamentar ch’i’ udiva, facean dubbiar se mortal donna o diva fosse che ’l ciel rasserenava intorno. La testa òr fino, e calda neve il vólto, ebbeno i cigli, e gli occhi eran due stelle, onde Amor l’arco non tendeva in fallo; perle, e ròse vermiglie, ove l’accolto dolor formava ardenti voci e belle; fiamma i sospir, le lagrime cristallo.

CLVIII
Ove ch’i’ posi gli occhi lassi o giri per quetar la vaghezza che gli spinge, trovo chi bella donna ivi depinge per far sempre mai verdi i miei desiri. Con leggiadro dolor par ch’ella spiri alta pietà che gentil core stringe: oltr’a la vista, a gli orecchi orna e ’nfinge sue voci vive, e suoi santi sospiri. Amor e ’l ver fûr meco a dir che quelle ch’i’ vidi, eran bellezze al mondo sole, mai non vedute più sotto le stelle. Né sí pietose e sí dolci parole s’udiron mai, né lagrime sí belle di sí belli occhi uscir mai vide ’l sole.

CLIX
In qual parte del ciel, in quale idea era l’essempio, onde Natura tolse quel bel viso leggiadro, in ch’ella volse mostrar qua giù quanto lassù potea? Qual ninfa in fonti, in selve mai qual dea, chiome d’oro sí fino a l’aura sciolse? Quando un cor tante in sé vertuti accolse? ben che la somma è di mia morte rea. Per divina bellezza indarno mira chi gli occhi de costei già mai non vide come soavemente ella gli gira; non sa come Amor sana, e come ancide, chi non sa come dolce ella sospira, e come dolce parla, e dolce ride.

CLX
Amor et io sí pien di meraviglia come chi mai cosa incredibil vide, miriam costei quand’ella parla o ride che sol se stessa e nulla altra simiglia. Dal bel seren de le tranquille ciglia, sfavillan sí le mie due stelle fide, ch’altro lume non è ch’infiammi e guide chi d’amar altamente si consiglia. Qual miracol è quel, quando tra l’erba quasi un fior siede, o ver quand’ella preme col suo candido seno un verde cespo! Qual dolcezza è ne la stagione acerba vederla ir sola co i pensier suoi inseme, tessendo un cerchio a l’oro terso e crespo!

CLXI
O passi sparsi! O pensier vaghi e pronti! O tenace memoria! o fero ardore! o possente desire! o debil core! oi occhi miei, occhi non già, ma fonti! O fronde, onor de le famose fronti, o sola insegna al gemino valore! O faticosa vita, o dolce errore, che mi fate ir cercando piagge e monti! O bel viso, ove Amor inseme pose gli sproni e ’l fren, ond’el mi punge e volve, come a lui piace, e calcitrar non vale! O anime gentili et amorose, s’alcuna ha ’l mondo, e voi nude ombre e polve, deh, ristate a veder quale è ’l mio male.

CLXII
Lieti fiori e felici, e ben nate erbe che madonna pensando premer sòle; piaggia ch’ascolti sue dolci parole, e del bel piede alcun vestigio serbe; schietti arboscelli, e verdi frondi acerbe, amorosette e pallide viole; ombrose selve, ove percote il sole che vi fa co’ suoi raggi alte e superbe; o soave contrada, o puro fiume che bagni il suo bel viso e gli occhi chiari, e prendi qualità dal vivo lume; quanto v’invidio gli atti onesti a cari! Non fia in voi scoglio omai che per costume d’arder co la mia fiamma non impari.

CLXIII
Amor che vedi ogni pensero aperto e i duri passi onde tu sol mi scorgi, nel fondo del mio cor gli occhi tuoi porgi, a te palese, a tutt’altri coverto. Sai quel che per seguirte ho già sofferto; e tu pur via di poggio in poggio sorgi, di giorno in giorno e di me non t’accorgi che son sí stanco, e ’l sentier m’è troppo erto. Ben veggio io di lontano il dolce lume, ove per aspre vie mi sproni e giri; ma non ho come tu da volar piume. Assai contenti lasci i miei desiri, pur che ben desiando i’ mi consume, né le dispiaccia che per lei sospiri.

CLXIV
Or che ’l ciel e la terra e ’l vento tace e le fere e gli augelli il sonno affrena, Notte il carro stellato in giro mena, e nel suo letto il mar senz’onda giace, vegghio, penso, ardo, piango; e chi mi sface sempre m’è inanzi per mia dolce pena: guerra è ’l mio stato, d’ira e di duol piena; e sol di lei pensando ho qualche pace, Cosí sol d’una chiara fonte viva move ’l dolce e l’amaro, ond’io mi pasco; una man sola mi risana e punge. E perchè ’l mio martìr non giunga a riva mille volte il dí moro e mille nasco; tanto da la salute mia son lunge.

CLXV
Come ’l candido pie’ per l’erba fresca i dolci passi onestamente move, vertù che ’ntorno i fiori apra e rinove de le tenere piante sue par ch’èsca. Amor, che solo i cor leggiadri invesca né degna di provar sua forza altrove, da’ begli occhi un piacer sí caldo piove, ch’i’ non curo altro ben né bramo altr’èsca. E co l’andar e col soave sguardo s’accordan le dolcissime parole, e l’atto mansueto, umile e tardo. Di tai quattro faville, e non già sole, nasce ’l gran foco, di ch’io vivo et ardo, che son fatto un augel notturno al sole.

CLXVI
S’i’ fussi stato fermo a la spelunca là dove Apollo diventò profeta, Fiorenza avria forse oggi il suo poeta, non pur Verona e Mantoa e Arunca; ma perché ’l mio terren più non s’ingiunca de l’umor di quel sasso, altro pianeta conven ch’i’ segua, e del mio campo mieta lappole e stecchi co la falce adunca. L’oliva è secca, et è rivolta altrove l’acqua che di Parnaso si deriva, per cui in alcun tempo ella fioriva. Cosí sventura o ver colpa mi priva d’ogni buon frutto, se l’etterno Giove de la sua grazia sopra me non piove.

CLXVII
Quando Amor i belli occhi a terra inchina e i vaghi spirti in un sospiro accoglie co le sue mani, e poi in voce gli scioglie, chiara, soave, angelica, divina, sento del mio cor dolce rapina, e sí dentro cangiar penseri e voglie, ch’i’ dico: - Or fien di me l’ultime spoglie, se ’l ciel sí onesta morte mi destina. - Ma ’l suon che di dolcezza i sensi lega col gran desir d’udendo esser beata l’anima al dipartir presto raffrena. Cosí mi vivo, e cosí avolge e spiega lo stame de la vita che m’è data, questa sola fra noi del ciel sirena.

CLXVIII
Amor mi manda quel dolce pensero che secretario antico è fra noi due, e mi conforta, e dice che non fue mai come or presto a quel ch’io bramo e spero. Io che talor menzogna e talor vero ho ritrovato le parole sue, non so s’i’ ’l creda, e vivomi intra due, né sí né no nel cor mi sona intero. In questa passa il tempo, e ne lo specchio mi veggio andar vèr’ la stagion contraria a sua impromessa, et a la mia speranza. Or sia che pò: già sol io non invecchio; già per etate il mio desir non varia: ben temo il viver breve che n’avanza.

CLXIX
Pien d’un vago penser, che me desvia da tutti gli altri, e fammi al mondo ir solo, ad or ad ora a me stesso m’involo pur lei cercando che fuggir devria; e veggiola passar sí dolce e ria che l’alma trema per levarsi a volo, tal d’armati sospir conduce stuolo questa bella d’Amor nemica, e mia. Ben, s’i’ non erro, di pietate un raggio scorgo fra ’l nubiloso, altèro ciglio, che ’n parte rasserena il cor doglioso: allor raccolgo l’alma, e poi ch’i’ aggio di scovrirle il mio mal preso consiglio, tanto gli ho a dir che ’ncominciar non oso.

CLXX
Più volte già dal bel sembiante umano ho preso ardir co le mie fide scorte d’assalir con parole oneste accorte la mia nemica in atto umíle e piano: fanno poi gli occhi suoi mio penser vano, per ch’ogni mia fortuna, ogni mia sorte, mio ben, mio mal, e mia vita, e mia morte quei che solo il pò far, l’ha posto in mano. Ond’o non poté’ mai formar parola ch’altro che da me stesso fosse intesa; cosí m’ha fatto Amor tremante e fioco. E veggi’ or ben che caritate accesa lega la lingua altrui, gli spirti invola: chi pò dir com’egli arde, e ’n picciol foco.

CLXXI
Giunto m’ha Amor fra belle e crude braccia, che m’ancidono a torto; e s’io mi doglio, doppia ’l martìr; onde pur, com’io soglio, il meglio è ch’io mi mora amando, e taccia: ché porìa questa il Re qualor più agghiaccia arder co gli occhi, e rompre ogni aspro scoglio; et ha sí egual a le bellezze orgoglio, che di piacer altrui par che le spiaccia. Nulla posso levar io per mi’ ’ngegno del bel diamante ond’ell’ha il cor sí duro; l’altro è d’un marmo che si mova e spiri: ned ella a me per tutto ’l suo disdegno torrà già mai, né per sembiante oscuro, le mie speranze, e i miei dolci sospiri.

CLXXII
O invidia nimica di vertute ch’a’ bei principi volentier contrasti, per qual sentier cosí tacita intrasti in quel bel petto, e con qual arti il mute? Da radice m’hai svelta mia salute: troppo felice amante mi mostrasti a quella che miei preghi umili e casti gradí alcun tempo, par ch’odi’ e refute. Né, però che con atti acerbi e rei del mio ben pianga e del mio pianger rida, porìa cangiar sol un de’ pensier mei. Non, perché mille volte il dí m’ancida, fia ch’io non l’ami, e ch’i’ non speri in lei; che s’ella mi spaventa, Amor m’affida.

CLXXIII
Mirando ’l sol de’ begli occhi sereno, ove è chi spesso i miei depinge e bagna, dal cor l’anima stanca si scompagna per gir nel paradiso suo terreno. Poi, trovandol di dolce e d’amar pieno, quant’al mondo si tesse, opra d’aragna vede, onde seco e con Amor si lagna, c’ha sí caldi gli spron, sí duro ’l freno. Per questi estremi duo contrarî e misti, or con voglie gelate, or con accese, stassi cosí fra misera e felice. Ma pochi lieti, e molti penser tristi; e ’l più si pente de l’ardite imprese: tal frutto nasce di cotal radice.

CLXXIV
Fera stella (se ’l cielo ha forza in noi quant’alcun crede) fu sotto ch’io nacqui, e fera cuna, dove nato giacqui, e fera terra, ove ’ pie’ mossi poi; e fera donna, che con gli occhi suoi, e con l’arco, a cui sol per segno piacqui, fe’ la piaga, onde, Amor, teco non tacqui, che con quell’arme risaldar la pòi. Ma tu prendi a diletto i dolor miei; ella non già, perché non son più duri, e ’l colpo è di saetta, e non di spiedo. Pur mi consola che languir per lei meglio è che gioir d’altra; e tu mel giuri per l’orato tuo strale, et io tel credo.

CLXXV
Quando mi vène inanzi il tempo e ’l loco ov’i’ perdei me stesso, e ’l caro nodo ond’Amor di sua man m’avinse in modo che l’amar mi fe’ dolce, e ’l pianger gioco, solfo et èsca son tutto, e ’l cor un foco, da quei soavi spirti, i quai sempre odo, acceso dentro sí, ch’ardendo godo, e di ciò vivo, e d’altro mi cal poco. Quel sol, che solo agli occhi miei resplende, co i vaghi raggi ancor indi mi scalda, a vespro tal qual era oggi per tempo; e cosí di lontan m’alluma e ’ncende, che la memoria ad ogni or fresca e salda pur quel nodo mi mostra e ’l loco e ’l tempo.

CLXXVI
Per mezz’i boschi inospiti e selvaggi, onde vanno a gran rischio uomini et arme, vo securo io, ché non pò spaventarme altri che ’l sol c’ha Amor vivo i raggi. E vo cantando (o pensier miei non saggi!) lei che ’l ciel non porìa lontana farme; ch’i’ l’ho negli occhi; e veder seco parme donne e donzelle, e sono abeti e faggi. Parme d’udirla, udendo i rami e l’ôre, e le frondi, e gli augei lagnarsi, e l’acque mormorando fuggir per l’erba verde. Raro un silenzio, un solitario orrore d’ombrosa selva mai tanto mi piacque; se non che dal mio sol troppo si perde.

CLXXVII
Mille piagge in un giorno e mille rivi mostrato m’ha per la famosa Ardenna Amor, ch’a’ suoi le piante e i cori impenna per fargli al terzo ciel volando i rivi. Dolce m’è sol senz’arme esser stato ivi, dove armato fiêr Marte, e non acenna, quasi senza governo, e senza antenna, legno in mar, pien di penser gravi e schivi. Pur giunto al fin de la giornata oscura, rimembrando ond’io vegno e con quai piume, sento di troppo ardir nascer paura. Ma ’l bel paese, e ’l dilettoso fiume con serena accoglienza rassecura il cor già vòlto ov’abita il suo lume.

CLXXVIII
Amor mi sprona in un tempo et affrena, assecura e spaventa, arde et agghiaccia, gradisce e sdegna, a sé mi chiama e scaccia, or mi tène in speranza et or in pena, or alto or basso il meo cor lasso mena; onde ’l vago desir perde la traccia e ’l suo sommo piacer par che li spiaccia; d’error sí novo la mia mente è piena! Un amico pensèr le mostra il vado, non d’acqua che per gli occhi si resolva, da gir tosto ove spera esser contenta; poi, quasi maggior forza indi la svolva, conven ch’altra via segua, e mal suo grado a la sua lingua, e mia, morte consenta.

CLXXIX
Geri, quando talor meco s’adira la mia dolce nemica, ch’è sí altèra, un conforto m’è dato ch’i’ non pèra, solo per cui vertù l’alma respira. Ovunque ella sdegnando li occhi gira (che di luce privar mia vita spera ?) le mostro i miei pien d’umiltà sí vera, ch’a forza ogni suo sdegno in dietro tira. E cciò non fusse, andrei non altramente a veder lei, che ’l vólto di Medusa, che facea marmo diventar la gente. Cosí dunque fa tu; ch’i’ veggio esclusa ogni altra aita; e ’l fuggir val niente dinanzi a l’ali che ’l signor nostro usa.

CLXXX
Po, puo’ ben tu portartene la scorza di me con tue possenti e rapide onde, ma lo spirto ch’iv’entro si nasconde non cura né di tua né d’altrui forza; lo qual, senz’alternar poggia con orza, dritto per l’aure al suo desir seconde, battendo l’ali verso l’aurea fronde, l’acqua, e ’l vento, e la vela e i remi sforza. Re degli altri, superbo, altèro fiume, che ’ncontri ’l sol, quando e’ ne mena ’l giorno, e ’n ponente abandoni un più bel lume, tu te ne vai col mio mortal sul corno; l’altro, coverto d’amorose piume, torna volando al suo dolce soggiorno.

CLXXXI
Amor fra l’erbe una leggiadra rete d’oro e di perle tese sott’un ramo dell’arbor sempre verde ch’i’ tant’amo, ben che n’abbia ombre più triste che liete. L’èsca fu ’l seme ch’egli sparge e miete, dolce et acerbo, ch’i’ pavento e bramo; le note non fûr mai, dal dí ch’Adamo aperse gli occhi, sí soavi e quete. E ’l chiaro lume che sparir fa ’l sole folgorava d’intorno; e ’l fune avolto era a la man ch’avorio e neve avanza. Cosí caddi a la rete, e qui m’han còlto gli atti vaghi, e l’angeliche parole, e ’l piacer, e ’l desire, e la speranza.

CLXXXII
Amor, che ’ncende il cor d’ardente zelo, di gelata paura il tèn costretto, e qual sia più, fa dubbio a l’intelletto, la speranza e ’l temor, la fiamma o ’l gielo. Trem’al più caldo, ard’al più freddo cielo, sempre pien di desire e di sospetto, pur come donna in un vestire schietto celi un uom vivo, o sotto un picciol velo. Di queste pene è mia propia la prima, arder dí e notte; e quanto è ’l dolce male né ’n penser cape, non che ’n versi o ’n rima: l’altra non già; ché ’l mio bel foco è tale ch’ogni uom pareggia; e del suo lume in cima chi volar pensa, indarno spiega l’ale.

CLXXXIII
Se ’l dolce sguardo di costei m’ancide, e le soavi parolette accorte, e s’Amor sopra me la fa sí forte, sol quando parla, o ver quando sorride, lasso!, che fia, se forse ella divide, o per mia colpa, o per malvagia sorte, gli occhi suoi da mercé, sí che di morte là dove or m’assicura, allor mi sfide? Però s’i’ tremo, e vo col cor gelato, qualor veggio cangiata sua figura, questo temer d’antiche prove è nato. Femina è cosa mobil per natura; ond’io so ben ch’un amoroso stato in cor di donna picciol tempo dura.

CLXXXIV
Amor, Natura, e la bell’alma umìle, ov’ogn’alta vertute alberga e regna, contra men son giurati: Amor s’ingegna ch’i’ mora a fatto, e ’n ciò segue suo stile; Natura tèn costei d’un sí gentile laccio, che nullo sforzo è che sostegna; ella è sí schiva, ch’abitar non degna più ne la vita faticosa, e vile. Cosí lo spirto d’or in or vèn meno a quelle belle care membra oneste, che specchio eran di vera leggiadria; e s’a morte pietà non stringe ’l freno, lasso!, ben veggio in che stato son queste vane speranze, ond’io viver solìa.

CLXXXV
Questa fenice, de l’aurata piuma al suo bel collo, candido, gentile, forma, senz’arte, un sí caro monile, ch’ogni cor addolcisce, e ’l mio consuma: forma un diadema natural ch’alluma l’aere d’intorno; e ’l tacito focile d’Amor tragge indi un liquido sottile foco che m’arde a la più algente bruma. Purpurea vesta, d’un ceruleo lembo sparso di ròse i belli omeri vela; novo abito, e bellezza unica e sola. Fama ne l’odorato e ricco grembo d’arabi monti lei ripone, e cela, che per lo nostro ciel sí altèra vola.

CLXXXVI
Se Virgilio et Omero avessin visto quel sole il qual vegg’io con gli occhi miei, tutte lor forze in dar fama a costei avrian posto, e l’un stil coll’altro misto; di che sarebbe Enea turbato e tristo, Achille, Ulisse, e gli altri semidei, e quel che resse anni cinquantasei sí bene il mondo, e quel c’ancise Egisto. Quel fiore antico di vertuti e d’arme come sembiante stella ebbe con questo novo fior d’onestate e di bellezze! Ennio di quel cantò ruvido carme, di quest’altro io: et oh pur non molesto gli sia il mio ingegno, e ’l mio lodar non sprezze!

CLXXXVII
Giunto Alessandro a la famosa tomba del fero Achille, sospirando disse: - O fortunato, che sí chiara tromba trovasti, e chi di te sí alto scrisse! - Ma questa pura e candida colomba, a cui non so s’al mondo mai par visse, nel mio stil frale assai poco rimbomba; cosí son le sue sorti a ciascun fisse. Ché, d’Omero dignissima, e d’Orfeo, o del pastor ch’ancor Mantova onora, ch’andassen sempre lei sola cantando, stella difforme, e fato sol qui reo commise a tal che ’l suo bel nome adora, ma forse scema sue lode parlando.

CLXXXVIII
Almo sol, quella fronde ch’io sola amo tu prima amasti: or sola al bel soggiorno verdeggia, e senza par, poi che l’addorno suo male e nostro vide in prima Adamo. Stiamo a mirarla: i’ ti pur prego e chiamo, o Sole; e tu pur fuggi, e fai d’intorno ombrare i poggi, e te ne porti il giorno, e fuggendo mi tôi quel ch’i’ più bramo. L’ombra che cade da quel umil colle, ove favilla il mio soave foco, ove ’l gran lauro fu picciola verga, crescendo mentr’io parlo, a gli occhi tolle la dolce vista del beato loco, ove ’l mio cor co la sua donna alberga.

CLXXXIX
Passa la nave mia colma d’oblio per aspro mare, a mezza notte il verno, enfra Scilla e Caribdi; et al governo siede il signore, anzi ’l nimico mio; a ciascun remo un penser pronto e rio che la tempesta e ’l fin par ch’abbi a scherno; la vela rompe un vento umido, eterno, di sospir, di speranze, e di desio; pioggia di lagrimar, nebbia di sdegni bagna e rallenta le già stanche sarte, che son d’error con ignoranzia attorto. Celansi i duo mei dolci usati segni; morta fra l’onde è la ragion e l’arte, tal ch’i’ ’ncomincio a desperar del porto.

CXC
Una candida cerva sopra l’erba verde m’apparve, con duo corna d’oro, fra due riviere, all’ombra d’un alloro, levando ’l sole, a la stagione acerba. Era sua vista sí dolce superba, ch’i’ lasciai per seguirla ogni lavoro; come l’avaro, che ’n cercar tesoro, con diletto l’affanno disacerba. «Nessun mi tocchi - al bel collo d’intorno scritto avea di diamanti e di topazî - libera farmi al mio Cesare parve». Et era ’l sol già vòlto al mezzo giorno; gli occhi miei stanchi di mirar non sazî, quand’io caddi ne l’acqua, et ella sparve.

CXCI
Sí come eterna vita è veder Dio, né più si brama, né bramar più lice, cosí me, donna, il voi veder, felice fa in questo breve e fraile viver mio. Né voi stessa com’or bella vid’io, già mai, se vero al cor l’occhio ridice; dolce del mio penser ora beatrice, che vince ogni alta speme, ogni desio. E se non fusse il suo fuggir sí ratto, più non demanderei: che s’alcun vive sol d’odore, e tal fama fede acquista, alcun d’acqua, o di foco, e ’l gusto e ’l tatto acquetan cose d’ogni dolzor prive, i’ per che non de la vostra alma vista?

CXCII
Stiamo, Amor, a veder la gloria vostra, cose sopra natura altère e nove: vedi ben quanta in lei dolcezza piove; vedi lume che ’l cielo in terra mostra; vedi quant’arte dora e ’mperla e ’nostra l’abito eletto, e mai non visto altrove, che dolcemente i piedi e gli occhi move per questa di bei colli ombrosa chiostra. L’erbetta verde e i fior di color mille sparsi sotto quel elce antiqua e negra, pregan pur che ’l bel pe’ li prema o tócchi; e ’l ciel di vaghe e lucide faville s’accende intorno, e ’n vista si rallegra d’esser fatto seren da sí belli occhi.

CXCIII
Pasco la mente d’un sí nobil cibo, ch’ambrosia e nectar non invidio a Giove; ché sol mirando, oblio ne l’alma piove d’ogni altro dolce, e Lete al fondo bibo. Talor ch’odo dir cose, e ’n cor describo, per che da sospirar sempre ritrove, rapto per man d’Amor, né so ben dove, doppia dolcezza in un vólto delibo: che quella voce in fino al ciel gradita, suona in parole sí leggiadre, e care, che pensar no ’l porìa, chi non l’ha udita. Allor inseme, in men d’un palmo, appare visibilmente, quanto in questa vita arte, ingegno, e natura, e ’l ciel pò fare.

CXCIV
L’aura gentil, che rasserena i poggi destando i fior per questo ombroso bosco, al soave suo spirto, riconosco, per cui conven che ’n pena e ’n fama poggi. Per ritrovar ove ’l cor lasso appoggi, fuggo dal mi’ natio dolce aere tòsco; per far lume al pensèr torbido e fosco, cerco ’l mio sole e spero vederlo oggi. Nel qual provo dolcezze tante e tali ch’Amor per forza a lui mi riconduce; poi sí m’abbaglia che ’l fuggir m’è tardo. I’ chiederei a scampar, non arme, anzi ali; ma per perir mi dà ’l ciel per questa luce, ché da lunge mi struggo e da presso ardo.

CXCV
Di dí in dí vo cangiando il viso e ’l pelo; né però smorso i dolci inescati ami, né sbranco i verdi et invescati rami de l’arbor che né sol cura né gielo. Senz’acqua il mare e senza stelle il cielo fia inanzi ch’io non sempre téma, e brami, la sua bell’ombra, e ch’i’ non odi’, et ami, l’alta piaga amorosa, che mal celo. Non spero del mio affanno aver mai posa, in fin ch’i’ mi disosso, e snervo, e spolpo, o la nemica mia pietà n’avesse. Esser pò in prima ogni impossibil cosa, ch’altri che morte, od ella, sani ’l colpo, ch’Amor co’ suoi begli occhi al cor m’impresse.

CXCVI
L’aura serena che fra verdi fronde mormorando a ferir nel vólto viemme, fammi risovenir quant’Amor diemme le prime piaghe, sí dolci profonde; e ’l bel viso veder, ch’altri m’asconde, che sdegno, o gelosia, celato tiemme; e le chiome or avolte in perle e ’n gemme, allor sciolte e sovra òr terso bionde; le quali ella spargea sí dolcemente, e raccogliea con sí leggiadri modi, che ripensando ancor trema la mente; torsele il tempo poi in più saldi nodi, e strinse ’l cor d’un laccio sí possente che Morte sola fia ch’indi lo snodi.

CXCVII
L’aura celeste che ’n quel verde lauro spira, ov’Amor ferí nel fianco Apollo, et a me pose un dolce giogo al collo, tal che mia libertà tardi restauro, pò quello in me che nel gran vecchio mauro Medusa, quando in selce transformollo; né posso dal bel nodo omai dar crollo, là ’ve il sol perde, non pur l’ambra, o l’auro; dico le chiome bionde e ’l crespo laccio, che sí soavemente lega, e stringe, l’alma che d’umiltate e non d’altr’armo. L’ombra sua sola fa ’l mio cor un ghiaccio, e di bianca paura il viso tinge; ma li occhi hanno vertù di farne un marmo.

CXCVIII
L’aura soave al sole spiega e vibra l’auro ch’Amor di sua man fila e tesse là da’ begli occhi, e de le chiome stesse lega ’l cor lasso, e i lievi spirti cribra. Non ho medolla in osso, o sangue in fibra, ch’i’ non senta tremar, pur ch’i’ m’apresse dove è chi morte e vita inseme, spesse volte, in frale bilancia, appende e libra. vedendo ardere i lumi, ond’io m’accendo, e folgorare i nodi, ond’io son preso, or su l’omero destro et or sul manco, i’ no ’l posso ridir, ché no ’l comprendo; da ta’ due luci è l’intelletto offeso, e di tanta dolcezza oppresso e stanco.

CXCIX
O bella man, che mi destringi ’l core, e ’n poco spazio la mia vita chiudi; man, ov’ogni arte e tutti loro studi pose Natura e ’l Ciel per farsi onore; di cinque perle oriental colore, e sol ne le mie piaghe acerbi e crudi, diti schietti soavi, a tempo ignudi consente or voi, per arricchirme, Amore. Candido, leggiadretto e caro guanto, che copria netto avorio e fresche ròse, chi vide al mondo mai sí dolci spoglie? Cosí avess’io del bel velo altrettanto! O inconstanzia de l’umane cose! Pur questo è furto, e vien chi me ne spoglie.



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