Francesco Petrarca
Francesco Petrarca 
°Arezzo 1304 +Arquà 1374 
Poeta e letterato italiano
Canzoniere IV

In morte di Madonna Laura

CCLXIV
I’ vo pensando, e nel penser m’assale una pietà sí forte di me stesso che mi conduce spesso ad altro lagrimar ch’i’ non soleva; ché, vedendo ogni giorno il fin più presso, mille fiate ho chieste a Dio quell’ale co le quai del mortale carcer nostro intelletto al ciel si leva; ma in fin a qui niente mi releva prego, o sospiro, o lagrimar ch’io faccia; e cosí per ragion conven che sia, ché chi possendo star, cadde tra via, degno è che mal suo grado a terra giaccia. Quelle pietose braccia, in ch’io mi fido, veggio aperte ancóra; ma temenza m’accora per gli altrui essempli, e del mio stato tremo; ch’altri mi sprona, e son forse a l’estremo L’un pensèr parla co la mente, e dice: - Che pur agogni? Onde soccorso attendi? Misera, non intendi con quanto tuo disnore il tempo passa? Prendi partito accortamente, prendi; e del cor tuo divelli ogni radice del piacer, che felice no ’l po’ mai fare, e respirar no ’l lassa. Se già è gran tempo fastidita e lassa se’ di quel falso dolce fugitivo che ’l mondo traditor può dare altrui, a che ripon più la speranza in lui, che d’ogni pace e di fermezza è privo? Mentre che ’l corpo è vivo, hai tu ’l freno in bailía de’ pensèr tuoi. Deh, stringilo or che pòi, ché dubbioso è ’l tardar, come tu sai, e ’l cominciar non fia per tempo omai. Già sai tu ben quanta dolcezza porse a gli occhi tuoi la vista di colei la qual anco vorrei ch’a nascer fosse per più nostra pace. Ben ti ricordi, e ricordar ten dèi, de l’imagine sua, quand’ella corse al cor, là dove forse non potea fiamma intrar per altrui face: ella l’accense; e se l’ardor fallace durò molt’anni in aspettando un giorno, che per nostra salute unqua non vène, or ti solleva a più beata spene, mirando ’l ciel, che ti solve intorno immortal et addorno: ché dove, del mal suo qua giù sí lieta, vostra vaghezza acqueta un mover d’occhi, un ragionar, un canto, quanto fia quel piacer, se questo è tanto? - Da l’altra parte un pensier dolce et agro, con faticosa, e dilettevol salma sedendosi entro l’alma, preme ’l cor di desío, di speme il pasce; che sol per fama gloriosa et alma non sente quand’io agghiaccio, o quand’io flagro, s’i’ son sí pallido o magro; e s’io l’occido, più forte rinasce. Questo d’allor ch’i’ m’addormiva in fasce venuto è di dí in dí crescendo meco; e temo ch’un sepolcro ambeduo chiuda. Poi che fia l’alma da le membra ignuda, non po’ questo desio più venir seco. Ma se ’l latino e ’l greco parlan di me dopo la morte, è un vento; ond’io, perché pavento adunar sempre quel ch’un’ora sgombre, vorre’ ’l ver abbracciar, lassando l’ombre. Ma quell’altro voler, di ch’i’ son pieno, quanti press’a lui nascon par ch’adugge; e parte il tempo fugge, che scrivendo d’altrui, di me non calme; e ’l lume de’ begli occhi che mi strugge soavemente al suo caldo sereno, mi ritien come un freno contra cui nullo ingegno o forza valme. Che giova dunque perché tutta spalme la mia barchetta, poi che ’n fra li scogli è ritenuta ancor da ta’ duo nodi? Tu che da gli altri, che ’n diversi modi legano ’l mondo, in tutto mi disciogli, Signor mio, ché non togli omai dal vólto mio questa vergogna? Ché ’n guisa d’uom che sogna, aver la morte inanzi gli occhi parme; e vorrei far difesa, e non ho l’arme. Quel ch’i’ fo, veggio, e non m’inganna il vero mal conosciuto, anzi mi sforza Amore, che la strada d’onore mai no ’l lassa languir chi troppo il crede; e sento ad ora ad or venirmi al core un leggiadro disdegno, aspro e severo, ch’ogni occulto pensero tira in mezzo la fronte, ov’altri ’l vede; ché mortal cosa amar con tanta fede, quanta a Dio sol per debito convensi, più si disdice a chi più pregio brama. E questo ad alta voce anco richiama la ragione sviata dietro a i sensi: ma perch’ell’oda, e pensi tornare, il mal costume oltre la spigne, et a gli occhi depigne quella che sol per farmi morir nacque, perch’a me troppo, et a se stessa piacque. Né so che spazio mi si désse il cielo quando novellamente io venni in terra a soffrir l’aspra guerra che ’n contr’a me medesmo seppi ordire, né posso il giorno che la vita serra antiveder per lo corporeo velo; ma varïarsi il pelo veggio, e dentro cangiarsi ogni desire. Or ch’i’ mi credo al tempo del partire esser vicino, o non molto da lunge, come chi ’l perder face accorto e saggio, vo ripensando ov’io lassai ’l viaggio da la man destra, ch’a buon porto aggiunge; e da l’un lato punge vergogna e duol, che ’n dietro mi rivolve; dall’altro non m’assolve un piacer per usanza in me sí forte ch’a patteggiar n’ardisce co la morte. Canzon, qui sono; ed ho ’l cor via più freddo de la paura che gelata neve, sentendomi perir senz’alcun dubbio; ché pur deliberando ho volto al subbio gran parte omai de la mia tela breve; né mai peso fu greve quanto quel ch’i’ sostengo in tale stato; ché co la morte a lato cerco del viver mio novo consiglio, e veggio ’l meglio et al peggior m’appiglio.

CCLXV
Aspro core e selvaggio e cruda voglia in dolce, umìle, angelica figura, se l’impreso rigor gran tempo dura, avran di me poco onorata spoglia; ché quando nasce o mor fior, erba e foglia, quando è ’l dí chiaro, e quando è notte oscura, piango ad ogni or.Ben ho di mia ventura, di madonna, e d’Amore, onde mi doglia. Vivo sol di speranza, rimembrando che poco umor già per continua prova consumar vidi marmi e pietre salde. Non è sí duro cor che lagrimando, pregando, amando, talor non si smova, né sí freddo voler che non si scalde.

CCLXVI
Signor mio caro, ogni pensier mi tira devoto a veder voi, cui sempre veggio; la mia fortuna (or che mi po’ far peggio?) mi tène a freno, e mi travolge e gira. Poi quel dolce desio ch’Amor mi spira menami a morte, ch’i’ non me n’aveggio; e mentre i miei duo lumi indarno cheggio, dovunque io son, dí e notte si sospira. Carità di signore, amor di donna son le catene ove con molti affanni legato son, perch’io stesso mi strinsi. Un lauro verde, una gentil colonna, quindeci l’una, e l’altro diciotto anni portato ho in seno, e già mai non mi scinsi.

CCLXVII
Oimé il bel viso, oimé il soave sguardo, oimé il leggiadro, portamento altèro! Oimé il parlar ch’ogni aspro ingegno e fero facevi umìle, ed ogni uom vil gagliardo! Et oimé il dolce riso onde uscìo ’l dardo di che morte, altro bene omai non spero! Alma real, dignissima d’impero, se non fossi fra noi scesa sí tardo! Per voi convèn ch’io arda e ’n voi respire; ch’i’ pur fui vostro; e se di voi son privo, via men d’ogni sventura altra mi dole. Di speranza m’empieste, e di desire, quand’io parti’ dal sommo piacer vivo; ma ’l vento ne portava le parole.

CCLXVIII
Che debb’io far? Che mi consigli, Amore? Tempo è ben di morire, et ho tardato più ch’i’ non vorrei. Madonna è morta, et ha seco il mio core; e volendol seguire, interromper convèn quest’anni rei; perché mai veder lei di qua non spero, e l’aspettar m’è noia; poscia ch’ogna mia gioia, per lo suo dipartire, in pianto è volta, ogni dolcezza de mia vita è tolta. Amor, tu ’l senti, ond’io teco mi doglio, quant’è ’l danno aspro e grave; e so che del mio mal ti pesa e dole, anzi del nostro; perch’ad uno scoglio avem rotto la nave, et in un punto n’è scurato il sole. Qual ingegno a parole poria agguagliare il mio doglioso stato? Ahi orbo mondo, ingrato! Gran cagion hai di dever pianger meco; ché quel ben ch’era in te, perduto hai seco. Caduta è la tua gloria, e tu no ’l vedi; né degno eri, mentr’ella visse qua giù, d’aver sua conoscenza, né d’esser tocco da’ suoi santi piedi; perché cosa sí bella devea ’l ciel adornar di sua presenza. Ma io, lasso!, che senza lei né vita mortal, né me stesso amo, piangendo la richiamo: questo m’avanza di cotanta spene, e questo solo ancor qui mi mantene. Oimè!, terra è fatto il suo bel viso, che solea far del cielo e del ben di lassù fede fra noi; l’invisibil sua forma è in paradiso, disciolta di quel velo che qui fece ombra al fior de gli anni suoi, per rivestirsen poi un’altra volta, e mai più non spogliarsi, quando alma e bella farsi tanto più la vedrem, quanto più vale sempiterna bellezza che mortale. Più che mai bella e più leggiadra donna tornami inanzi, come là dove più gradir sua vista sente. Questa è del viver mio l’una colonna, l’altra è ’l suo chiaro nome, che sona nel mio cor sí dolcemente. Ma tornandomi a mente che pur morta è la mia speranza, viva allor ch’ella fioriva, sa ben Amor qual io divento, e, spero, vedel colei ch’è or sí presso al vero. Donne, voi che miraste sua beltate, e l’angelica vita, con quel celeste portamento in terra, di me vi doglia e vincavi pietate, non di lei ch’è salita a tanta pace, e m’ha lassato in guerra; tal che s’altri mi serra lungo tempo il camin da seguitarla, quel ch’Amor meco parla sol mi riten ch’io non recida il nodo; ma e’ ragiona dentro in cotal modo: - Pon freno al gran dolor che ti trasporta; ché per soverchie voglie si perde ’l cielo, ove ’l tuo core aspira, dove è viva colei, ch’altrui par morta, e di sue belle spoglie seco sorride, e sol di te sospira; e sua fama che spira in molte parti ancor per la tua lingua, prega che non estingua, anzi la voce al suo nome rischiari, se gli occhi suoi ti fûr dolci né cari. - Fuggi ’l sereno e ’l verde, non t’appressare ove sia riso o canto, canzon mia, no, ma pianto: non fa per te di star fra gente allegra, vedova, sconsolata, in veste negra.

CCLXIX
Rotta è l’alta colonna, e ’l verde lauro, che facean ombra al mio stanco pensero; perduto ho quel che ritrovar non spero dal borrea a l’austro, o dal mar indo al mauro. Tolto m’hai, Morte, il mio doppio tesauro, che mi fea viver lieto, e gire altèro; e ristorar no ’l po’ terra né impero, né gemma oriental, né forza d’auro. Ma se consentimento è di destìno, che posso io più, se no aver l’alma trista, umidi gli occhi sempre, e ’l viso chino? O nostra vita, ch’è sí bella in vista, com’ perde agevolmente in un matino quel che ’n molti anni a gran pena s’acquista!

CCLXX
Amor, se vuo’ ch’i’ torni al giogo antico, come par che tu mostri, un’altra prova meravigliosa e nova, per domar me, convènti vincer pria. Il mio amato tesoro in terra trova, che m’è nascosto, ond’io son sí mendìco, e ’l cor saggio pudico, ove suol albergar la vita mia: e s’egli è ver che tua potenzia sia nel ciel sí grande, come si ragiona, e ne l’abisso (perché qui fra noi quel che tu val e puoi, credo che ’l sente ogni gentil persona), ritogli a Morte quel ch’ella n’ha tolto, e ripon le tue insegne nel bel vólto. Riponi entro ’l bel viso il vivo lume ch’era mia scorta e la soave fiamma ch’ancor, lasso!, m’infiamma, essendo spenta; or che fea dunque ardendo? E’ non si vide mai cervo né damma con tal desio cercar fonte né fiume, qual io il dolce costume onde ho già molto amaro, e più n’attendo, se ben me stesso e mia vaghezza intendo, che mi fa vaneggiar sol del pensero, e gire in parte ove la strada manca, e co la mente stanca cosa seguir che mai giugner non spero. Or al tuo richiamar venir non degno, ché segnoria non hai fuor del tuo regno. Fammi sentir de quell’aura gentile di fòr, sí come dentro ancor si sente; la qual era possente, cantando, d’acquetar li sdegni e l’ire, di serenar la tempestosa mente, e sgombrar d’ogni nebbia oscura e vile, ed alzava il mio stile sovra di sé, dove or non poría gire. Aguaglia la speranza col desire; e poi che l’alma è in sua ragion più forte, rendi a gli occhi, a gli orecchi il proprio obgetto, senza qual, imperfetto è lor oprare, e ’l mio vivere è morte. Indarno or sovra me tua forza adopre, mentre ’l mio primo amor terra ricopre. Fa ch’io riveggia il bel guardo, ch’un sole fu sopra ’l ghiaccio ond’io solea gir carco; fa ch’i’ ti trovi al varco, onde senza tornar passò ’l mio core; prendi i dorati strali, e prendi l’arco, e facciamisi udir, sí come sole, col suon de le parole, ne le quali io imparai che cosa è amore; movi la lingua, ov’erano a tutt’ore disposti gli ami ov’io fui preso, e l’ésca ch’i’ bramo sempre; e i tuoi lacci nascondi fra i capei crespi e biondi, ché ’l mio volere altrove non s’invesca; spargi co le tue man le chiome al vento, ivi mi lega, e puomi far contento. Dal laccio d’òr non sia mai che me scioglia, negletto ad arte, e ’nnanellato et irto, né de l’ardente spirto de la sua vista dolcemente acerba, la qual dí e notte più che lauro o mirto tenea in me verde l’amorosa voglia, quando si veste e spoglia di fronde il bosco e la campagna d’erba. Ma poi che Morte è stata sí superba che spezzò il nodo, ond’io temea scampare, né trovar pôi, quantunque gira il mondo, di che ordischi ’l secondo, che giova, Amor, tuoi ingegni ritentare? Passata è la stagion, perduto hai l’arme, di ch’io tremava: ormai che puoi tu farme? L’arme tue furon gli occhi, onde l’accese saette uscivan d’invisibil foco, e ragion temean poco, ché ’n contr’al ciel non val difesa umana; il pensar, e ’l tacer, il riso, e ’l gioco, l’abito onesto, e ’l ragionar cortese, le parole, che ’ntese avrian fatto gentil d’alma villana, l’angelica sembianza, umile e piana, ch’or quinci or quindi udia tanto lodarsi, e ’l sedere e lo star, che spesso altrui poser in dubbio a cui devesse il pregio di più laude darsi: con quest’armi vincevi ogni cor duro; or se’ tu disarmato, i’ son securo. Gli animi ch’al tuo regno il cielo inchina leghi ora in uno et ora in altro modo; ma me sol ad un nodo legar potêi, ché ’l ciel di più non volse. Quel uno è rotto; e ’n libertà non godo, ma piango, e grido: - Ahi, nobil pellegrina, qual sentenzia divina me legò inanzi, e te prima disciolse? Dio, che sí tosto al mondo ti ritolse, ne mostrò tanta e sí alta virtute solo per infiammar nostro desio. - Certo ormai non tem’io, Amor, de la tua man nove ferute: indarno tendi l’arco, a voito scocchi; sua virtù cadde al chiuder de’ begli occhi. Morte m’ha sciolto, Amor, d’ogni tua legge: quella che fu mia donna, al ciel è gita, lasciando trista e libera mia vita.

CCLXXI
L’ardente nodo ov’io fui d’ora in ora, contando anni ventuno interi preso, Morte disciolse; né già mai tal peso provai, né credo ch’uom di dolor mora. Non volendomi Amor perdermi ancóra, ebbe un altro lacciuol fra l’erba teso, e di nova ésca un altro foco acceso, tal ch’a gran pena indi scampato fôra. E se non fosse esperienzia molta de’ primi affanni, i’ sarei preso, et arso, tanto più quanto son men verde legno. Morte m’hai liberato un’altra volta, e rotto ’l nodo, e ’l foco ha spento e sparso; contra la qual non val forza né ’ngegno.

CCLXXII
La vita fugge e non s’arresta un’ora, e la morte vien dietro a gran giornate, e le cose presenti, e le passate mi dànno guerra, e le future ancóra; e ’l rimembrare e l’aspettar m’accora or quinci or quindi, sí che ’n veritate, se non ch’i’ ho di me stesso pietate, i’ sarei già di questi pensier fòra. Tornami avante s’alcun dolce mai ebbe ’l cor tristo; e poi da l’altra parte veggio al mio navigar turbati i vènti; veggio fortuna in porto, e stanco omai il mio nocchier, e rotte àrbore e sarte, e i lumi bei, che mirar soglio, spenti.

CCLXXIII
Che fai? Che pensi? Che pur dietro guardi? nel tempo, che tornar non pòte omai? Anima sconsolata, che pur vai giugnendo legne al foco ove tu ardi? Le soavi parole e i dolci sguardi ch’ad un ad un descritti e depinti hai son levàti da terra; et è, ben sai, qui ricercarli, intempestivo, e tardi. Deh, non rinnovellar quel che n’ancide; non seguir più penser vago, fallace, ma saldo e certo, ch’a buon fin ne guide. Cerchiamo ’l ciel, se qui nulla ne piace; ché mal per noi quella beltà si vide, se viva e morta ne devea tôr pace.

CCLXXIV
Datemi pace, o duri miei pensieri: non basta ben ch’Amor, Fortuna e Morte mi fanno guerra intorno, e ’n su le porte, senza trovarmi dentro altri guerreri? E tu, mio cor, ancor se’ pur qual eri? Disleal a me sol, ché fere scorte vai ricettando, e se’ fatto consorte de’ miei nemici sí pronti e leggieri. In te i secreti suoi messaggi Amore, in te spiega Fortuna ogni sua pompa, e Morte la memoria di quel colpo che l’avanzo di me conven che rompa; in te i vaghi pensier s’arman d’errore: per che d’ogni mio mal te solo incolpo.

CCLXXV
Occhi miei, oscurato è ’l nostro sole, anzi è salito al cielo, et ivi splende; ivi il vedremo ancóra, ivi n’attende, e di nostro tardar forse si dole. Orecchie mie, l’angeliche parole sonan in parte, ove è chi meglio intende. Pie’ miei, vostra ragion là non si stende, ov’è colei ch’esercitar vi sòle. Dunque perché mi date questa guerra? Già di perdere a voi cagion non fui vederla, udirla, e ritrovarla in terra: Morte biasmate; anzi laudate lui che lega e scioglie, e ’n un punto apre e serra, e dopo ’l pianto sa far lieto altrui.

CCLXXVI
Poi che la vista angelica, serena, per sùbita partenza, in gran dolore lasciato ha l’alma e ’n tenebroso orrore, cerco parlando d’allentar mia pena. Giusto duol certo a lamentar mi mena; sassel chi n’è cagione, e sallo Amore; ch’altro rimedio non avea ’l mio core contra i fastidî, onde la vita è piena. Questo un, Morte, m’ha tolto la tua mano: e tu che copri, e guardi, et hai or teco, felice terra, quel bel viso umano, me dove lasci, sconsolato e cieco, poscia che ’l dolce et amoro e piano lume de gli occhi miei non è più meco?

CCLXXVII
S’Amor novo consiglio non n’apporta, per forza converrà che ’l viver cange: tanta paura e duol l’alma trista ange, che ’l desir vive, e la speranza è morta: onde si sbigottisce, e si sconforta mia vita in tutto, e notte e giorno piange, stanca, senza governo in mar che frange, e ’n dubbia via senza fidata scorta. Immaginata guida la conduce; ché la vera è sotterra, anzi è nel cielo, onde più che mai chiara al cor traluce; a gli occhi no, ch’un doloroso velo contende lor la disiata luce, e me fa sí per tempo cangiar pelo.

CCLXXVIII
Ne l’età sua più bella e più fiorita, quando aver suol Amor in noi più forza, lasciando in terra la terrena scorza, è l’aura mia vital da me partita, e viva e bella e nuda al ciel salita: indi mi signoreggia, indi mi sforza. Deh, perché me del mio mortal non scorza l’ultimo dí, ch’è primo a l’altra vita? Ché, come i miei pensier dietro a lei vanno, cosí leve, espedita, e lieta l’alma la segua, et io sia fuor di tanto affanno. Ciò che s’indugia è proprio per mio danno, per far me stesso a me più grave salma. Oh, che bel morir era, oggi, è terzo anno!

CCLXXIX
Se lamentar d’augelli, o verdi fronde mover soavemente a l’aura estiva, o rôco mormorar di lucide onde s’ode d’una fiorita e fresca riva, là ’v’io seggia d’amor pensoso, e scriva, lei che ’l ciel ne mostrò, terra n’asconde, veggio, et odo, et intendo ch’ancor viva, di sí lontano, a’ sospir miei risponde. - Deh, perché inanzi ’l tempo ti consume? - mi dice con pietate - a che pur versi de gli occhi tristi un doloroso fiume? Di me non pianger tu; ché i miei dí fêrsi morendo eterni, e ne l’interno lume, quando mostrai de chiuder, gli occhi apersi. -

CCLXXX
Mai non fui in parte ove sí chiar vedessi quel che veder vorrei, poi ch’io no ’l vidi, né dove in tanta libertà mi stessi, né ’mpiessi il ciel de sí amorosi stridi; né già mai vidi valle aver sí spessi luoghi da sospirar riposti e fidi; né credo già ch’Amore in Cipro avessi, o in altra riva, sí soavi nidi. L’acque parlan d’amore, e l’ôra, e i rami, e gli augelletti, e i pesci, e i fiori, e l’erba, tutti inseme pregando ch’i’ sempre ami. Ma tu, ben nata, che dal ciel mi chiami, per la memoria di tua morte acerba preghi ch’i’ sprezzi ’l mondo e i suoi dolci ami.

CCLXXXI
Quante fiate al mio dolce ricetto, fuggendo altrui, e, s’esser po’, me stesso, vo con gli occhi bagnando l’erba e ’l petto, rompendo co’ sospir l’aere da presso! Quante fiate sol, pien di sospetto, per luoghi ombrosi e foschi mi son messo, cercando col pensèr l’alto diletto, che Morte ha tolto, ond’io la chiamo spesso! Or in forma di ninfa, o d’altra diva, che del più chiaro fondo di Sorga èsca, e pongasi a sedere in su la riva; or l’ho veduto su per l’erba fresca calcare i fior com’una donna viva, mostrando in vista che di me le ’ncresca.

CCLXXXII
Alma felice, che sovente torni a consolar le mie notti dolenti con gli occhi tuoi, che Morte non ha spenti, ma sovra ’l mortal modo fatti adorni, quanto gradisco che ’ miei tristi giorni a rallegrar de tua vita consenti! Cosí comincio a ritrovar presenti le tue bellezze a’ suoi usati soggiorni. Là ’ve cantando andai da te molt’anni, or, come vedi, vo di te piangendo; di te piangendo, no, ma de’ miei danni. Sol un riposo trovo in molti affanni, che, quando torni, te conosco, e ’ntendo, a l’andar, a la voce, al vólto, a’ panni.

CCLXXXIII
Discolorato hai, Morte, il più bel vólto che mai si vide, e i più begli occhi spenti; spirto più acceso di vertuti ardenti, del più leggiadro e più bel nodo hai sciolto. In un momento ogni mio ben m’hai tolto; post’hai silenzio a’ più soavi accenti che mai s’udîro, e me pien di lamenti: quant’io veggio m’è noia, e quant’io ascolto. Ben torna a consolar tanto dolore madonna, ove pietà la riconduce; né trovo in questa vita altro soccorso. E se come ella parla, e come luce, ridir potessi, accenderei d’amore, non dirò d’uom, un cor di tigre o d’orso.

CCLXXXIV
Sí breve ’l tempo e ’l penser sí veloce che mi rendon madonna cosí morta, ch’al gran dolor la medicina è corta: pur, mentr’io veggio lei, nulla mi nòce. Amor, che m’hai legato e tiemmi in croce, trema quando la vede in su la porta de l’alma ove m’ancide, ancor sí scorta, sí dolce in vista, e sí soave in voce. Come donna in suo albergo altèra vène, scacciando de l’soscuro e grave core co la fronte serena i pensier tristi. L’alma, che tanta luce non sostene, sospira e dice: - O benedette l’ore del dí che questa via con li occhi apristi! -

CCLXXXV
Né mai pietosa madre al caro figlio, né donna accesa al suo sposo diletto die’ con tanti sospir, con tal sospetto in dubbio stato sí fedel consiglio, come a me quella che ’l mio grave essiglio mirando dal suo eterno alto ricetto, spesso a me torna co l’usato affetto, e di doppia pietate ornata il ciglio; or di madre, or d’amante, or teme, or arde d’onesto foco; e nel parlar mi mostra quel che ’n questo viaggio o fugga o segua, contando i casi de la vita nostra, pregando ch’a levar l’alma non tarde: e sol quant’ella parla ho pace o tregua.

CCLXXXVI
Se quell’aura soave de’ sospiri ch’i’ odo di colei che qui fu mia donna, or è in cielo, et ancor par qui sia, e viva, e senta, e vada, et ami, e spiri, ritrar potessi, or che caldi desiri movrei parlando! sí gelosa e pia torna ov’io son temendo non fra via mi stanchi, o ’n dietro o da man manca giri. Ir dritto, alto m’insegna; et io che ’ntendo le sue caste lusinghe, e i giusti preghi col dolce mormorar pietoso e basso, secondo lei convèn mi regga e pieghi, per la dolcezza che del suo dir prendo, ch’avria vertù di far piangere un sasso.

CCLXXXVII
Sennuccio mio, ben che doglioso e solo m’abbi lasciato, i’ pur mi riconforto, perché del corpo, ov’eri preso e morto, alteramente se’ levato a volo. Or vedi inseme l’un e l’altro polo, le stelle vaghe, e lor viaggio torto, e vedi il veder nostro quanto è corto: onde col tuo gioir tempro ’l mio duolo. Ma ben ti prego che ’n la terza spera Guitton saluti, e messer Cino, e Dante, Franceschin nostro, e tutta quella schiera. A la mia donna puoi ben dire in quante lagrime io vivo; e son fatt’una fera, membrando il suo bel viso, e l’opre sante.

CCLXXXVIII
I’ ho pien di sospir quest’aere tutto, d’aspri colli mirando il dolce piano, ove nacque colei ch’avendo in mano meo cor, in sul fiorire e ’n sul far frutto, è gita al cielo, ed hammi a tal condutto col sùbito partir, che di lontano gli occhi miei stanchi, lei cercando in vano, presso di sé non lassan loco asciutto. Non è sterpo, né sasso in questi monti, non ramo, o fronda verde in queste piagge, non fiore in queste valli, o foglia d’erba, stilla d’acqua non vèn di queste fonti, né fiere han questi boschi sí selvagge, che non sappian quanto è mia pena acerba.

CCLXXXIX
L’alma mia fiamma oltra le belle bella, ch’ebbe qui ’l ciel sí amico e sí cortese, anzi tempo per me nel suo paese è ritornata, et a la par sua stella. Or comincio a svegliarmi, e veggio ch’ella per lo migliore al mio desir contese, e quelle voglie giovenili accese temprò con una vista dolce e fella. Lei ne ringrazio, e ’l suo alto consiglio, che col bel viso, e co’ soavi sdegni, fecemi, ardendo, pensar mia salute. O leggiadre arti, e lor effetti degni, l’un co la lingua oprar, l’altra col ciglio, io gloria in lei et ella in me vertute!

CCXC
Come va ’l mondo or mi diletta e piace quel che più mi dispiacque; or veggio e sento che, per aver salute, ebbi tormento, e breve guerra per eterna pace. O speranza, o desir sempre fallace, e de gli amanti più ben per un cento! o quant’era il peggior farmi contento quella ch’or siede in cielo, e ’n terra giace! Ma ’l ceco Amor, e la mia sorda mente mi traviavan sí, ch’andar per viva forza mi convenia, dove morte era. Benedetta colei ch’a miglior riva volse il mio corso, e l’empia voglia ardente, lusingando, affrenò, perch’io non pèra!

CCXCI
Quand’io veggio dal ciel scender l’Aurora co la fronte di ròse e co’ crin d’oro, Amor m’assale; ond’io mi discoloro, e dico sospirando: - Ivi è l’aura ora. O felice Titon, tu sai ben l’ora da ricovrare il tuo caro tesoro; ma io che debbo far del dolce alloro? Che se ’l vo riveder, conven ch’io mora. I vostri dipartir non son sí duri; ch’almen di notte suol tornar colei che non ha schifo le tue bianche chiome: le mie notti fa triste, e i giorni oscuri, quella che n’ha portato i pensèr miei, né di sé mi ha lasciato altro che ’l lume.

CCXCII
Gli occhi di ch’io parlai sí caldamente, e le braccia, e le mani, e i piedi, e ’l viso, che m’avean sí da me stesso diviso, e fatto singular da l’altra gente; le crespe chiome d’òr puro lucente, e ’l lampeggiar de l’angelico riso che solean fare in terra un paradiso, poca polvere son, che nulla sente. Et io pur vivo; onde mi doglio e sdegno, rimaso senza ’l lume ch’amai tanto, in gran fortuna, e ’n disarmato legno. Or sia qui fine al mio amoroso canto: secca è la vena de l’usato ingegno, e la cetera mia rivolta in pianto.

CCXCIII
S’io avesse pensato che sí care fossin le voci de’ sospir miei in rima, fatte l’avrei, dal sospirar mio prima, in numero più spesse, in stil più rare. Morta colei che mi facea parlare, e che si stava de’ pensier miei in cima, non posso, e non ho più sí dolce lima, rime aspre e fosche far soavi e chiare. E certo ogni mio studio in quel tempo era pur di sfogare il doloroso core in qualche modo, non d’acquistar fama. Pianger cercai, non già del pianto onore: or vorrei ben piacer; ma quella altèra, tacito, stanco, dopo sé mi chiama.

CCXCIV
Soleasi nel mio cor star bella e viva, com’alta donna in loco umile e basso; or son fatto io per l’ultimo suo passo, non pur mortal, ma morto, et ella è diva. L’alma d’ogni suo ben spogliata e priva, Amor de la sua luce ignudo e casso devria de la pietà romper un sasso; ma non è chi lor duol riconti, o scriva: ché piangon dentro, ov’ogni orecchia è sorda, se non la mia, cui tanta doglia ingombra, ch’altro che sospirar nulla m’avanza. Veramente siam noi polvere et ombra; veramente la voglia cieca e ’ngorda; veramente fallace è la speranza.

CCXCV
Soleano i miei penser soavemente di lor obgetto ragionare inseme: - Pietà s’appressa, e del tardar si pente: forse or parla di noi, o spera, o teme. - Poi che l’ultimo giorno, e l’ore estreme spogliâr di lei questa vita presente, nostro stato dal ciel vede, ode, e sente: altra di lei non è rimaso speme. O miracol gentile! o felice alma! o beltà senza essempio altèra e rara, che tosto è ritornata ond’ella uscìo Ivi ha del suo ben far corona e palma quella ch’al mondo sí famosa e chiara fe’ la sua gran vertute, e ’l furor mio.

CCXCVI
I’ mi soglio accusare, et or mi scuso, anzi me pregio, e tengo assai più caro de l’onesta pregion, del dolce amaro colpo, ch’i’ portai già molt’anni chiuso. Invide Parche, sí repente il fuso troncaste, ch’attorcea soave e chiaro stame al mio laccio, e quello aurato e raro strale, onde morte piacque oltra nostro uso! Ché non fu d’allegrezza a’ suoi dí mai, di libertà, di vita alma sí vaga, che non cangiasse ’l suo natural modo, togliendo anzi per lei sempre trar guai, che cantar per qualunque, e di tal piaga morir contenta, e vivere in tal nodo.

CCXCVII
Due gran nemiche inseme erano agiunte, Bellezza et Onestà, con pace tanta che mai rebellion l’anima santa non sentí poi ch’a star seco fûr giunte. Et or per morte son sparse e disgiunte: l’una è nel ciel, che se ne gloria e vanta; l’altra sotterra, che ’ begli occhi amanta, onde uscîr già tant’amorose punte. L’atto soave, e ’l parlar saggio e umìle che movea d’alto loco, e ’l dolce sguardo che piagava il mio core (ancor l’acenna), sono spariti; e s’al seguir son tardo, forse averrà che ’l bel nome gentile consecrerò con questa stanca penna.

CCXCVIII
Quand’io mi volgo in dietro a mirar gli anni c’hanno fuggendo i miei penseri sparsi, e spento ’l foco, ove agghiacciando io arsi, e finito il riposo pien d’affanni, rotta la fé de gli amorosi inganni, e sol due parti d’ogni mio ben farsi, l’una nel cielo, e l’altra in terra starsi, e perduto il guadagno de’ miei danni, i’ mi riscuoto, e trovomi sí nudo, ch’i’ porto invidia ad ogni estrema sorte: tal cordoglio e paura ho di me stesso. O mia stella, o fortuna, o fato, o morte, o per me sempre dolce giorno e crudo, come m’avete in basso stato messo.

CCXCIX
Ov’è la fonte, che con picciol cenno volgea il mio core in questa parte e ’n quella? Ov’è ’l bel ciglio, e l’una e l’altra stella ch’al corso del mio viver lume dênno? Ov’è ’l valor, la conoscenza, e ’l senno? L’accorta, onesta, umìl, dolce favella? Ove son le bellezze accolte in ella, che gran tempo di me lor voglia fênno? Ov’è l’ombra gentil del viso umano, ch’ôra e riposo dava a l’alma stanca, e là ’ve i miei pensier scritti eran tutti? Ov’è colei che mia vita ebbe in mano? Quanto al misero mondo, e quanto manca a gli occhi miei che mai non fíen asciutti!



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