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Eco ed il caso-limite: la critica dell'iconismo

In un articolo sulle icone letterarie Walter Geerts, ex-studente al DAMS di Bologna, afferma che Eco ha sepolto l'icona prematuramente2.26. Si sa che la critica dell'iconismo costituisce uno dei capitoli più famosi della teoria semiotica echiana. E, come vedremo, ha suscitato aspre polemiche e critiche da ogni parte.

I primi passi verso questa critica, Eco li ha svolti nell'ambito di una semiotica dei codici visivi. Come abbiamo già accennato nel primo capitolo, la giovane disciplina semiotica degli anni Sessanta trovava nel cinema un oggetto analiticamente riluttantissimo. Eco ne tentò un'analisi nella sezione B della Struttura assente (``LO SGUARDO DISCRETO - Semiologia dei messaggi visivi''), partendo naturalmente da uno studio critico della nozione peirciana dell'icona. Secondo lui, la definizione di C.S. Peirce e di Charles Morris è:

una definizione che può accontentare il buon senso, ma non la semiologia.2.27
Si tratta ovviamente della definizione secondo la quale il segno iconico presenta una certa somiglianza con l'oggetto denotato. Per Eco, la categoria di similarità non può avere un valore esplicativo, perché essa non può essere definita in maniera decisiva e tranciante, a tal punto che il proprium di questa categoria non possa che risiedere nella sua natura stessa, vale a dire, nella sua essenza continua, indiscreta e non graduale. Una volta posto il problema e respinte le soluzioni circolari, Eco si mette a spiegare come mai questi segni iconici possano funzionare se non per la loro somiglianza con l'oggetto denotato. Prima di tutto, un segno iconico deve essere riconosciuto tale:

Noi selezioniamo gli aspetti fondamentali del percetto in base a codici di riconoscimento [...]; i codici di riconoscimento (come i codici della percezione) contemplano degli aspetti pertinenti (ciò che accade per ogni codice). Dalla selezione di questi aspetti dipende la riconoscibilità del segno iconico.2.28
Adesso si capisce cosa vuol dire la nozione di codice iconico perché:

i tratti pertinenti debbono essere comunicati. Esiste dunque un codice iconico che stabilisce l'equivalenza tra un certo segno grafico e un tratto pertinente del codice di riconoscimento.2.29
Rimane da spiegare in che modo questi segni iconici ci danno il sentimento di realtà. Perciò Eco esamina le articolazioni dei codici visivi (terzo capitolo della sezione B). All'inizio di quest'analisi, Eco formula quattro massime premilinari:

È erreneo credere: 1) che ogni atto comunicativo si basi su una ``lingua'' affine ai codici del linguaggio verbale; 2) che ogni lingua debba avere due articolazioni fisse. Ed è più produttivo assumere: 1) che ogni atto comunicativo si basi su un codice; 2) che ogni codice non abbia necessariamente due articolazioni fisse (che non ne abbia due; che non siano fisse).2.30
L'avvertimento qui non è affatto casuale. Nel contesto di una giovane disciplina semiotica ancora imbevuta di linguistica strutturale, era più che naturale la tentazione di avvicinare i fenomeni comunicati non verbali con teorie semiotiche logocentriste. Abbiamo già segnalato il logocentrismo della semiotica greimasiana. Non deve quindi sorprendere se questa teoria abbia proposto una soluzione linguistica ad un problema non verbale quale la senzazione di realtà prodotta dai segni iconici. Potrebbe essere utile confrontare la soluzione echiana con quella proposta dalla semiotica greimasiana.

Per Eco, i codici visivi offrono l'illusione di realtà non perché instaurono un legame tra i diversi segni ed i loro referenti, ma perché sono strutturati in un modo articolatissimo. Questo spessore stratificato del codice visivo può essere rafforzato dalla compresenza di altri codici, quali il codice verbale nella pubblicità, i codici verbale e sonoro nel linguaggio cinematografico.

Nel campo della semiotica greimasiana, esiste la cosiddetta semiotica dei langages planaires:

On appelle ainsi ``langages planaires'' ces langages qui emploient un signifiant bidimensionnel. La surface plane qu'est l'image est appréhendée comme une virtualité de sens et la sémiotique visuelle, en analysant ces images, n'est pas ainsi une nouvelle quête de la ``picturalité'', de la ``photographicité'' ou de quelque autre signification visuelle spécifique: les significations manifestées par les langages de l'image sont tout simplement humaines.2.31
Una volta definita la natura dei linguaggi planaires, il semiologo parigino deve affrontare il problema dell'iconismo, una vera sfida per chi non ha mai sentito parlare di gradi di arbitrarietà se non nei termini della nozione di onomatopea. Questo semiologo farà quindi a sua volta i conti con il concetto di somiglianza, non perché può scegliere tra la definizione peirciana o un'altra, ma perché è costretto a conformarsi al proprio glottocentrismo:

Longtemps la théorie de l'image et des langages visuels a considéré la ``ressemblance'' comme ce qui leur était les plus évidemment spécifique. Une telle attitude est explicable par une tradition philosophique et esthétique européenne; elle n'en reste pas moins contestable non seulement du fait de son ethnocentricité mais aussi parce que cette définition de l'image par rapport à la ``réalité'' nierait, si elle était adoptée, la nature de signe en tant que relation arbitraire entre les seuls signifiant et signifié. Car la sémiotique des langages planaires se veut saussurienne et fait sien, en conséquence, le principe d'immanence fondateur d'une théorie autonome des signes.2.32
Vediamo che le restrizioni imposte dall'ideologia semiotica greimasiana inducono il nostro semiologo a rinunciare apioristicamente al buon senso di cui parlava Eco. Giunto a questo punto il greimasiano deve prescindere il generativo dal discorsivo, nella fattispecie, l'iconizzazione dall'iconicità. L'iconizzazione si inserisce in un percorso generativo di significazione perché essa:

prend en charge les figures déjà constituées et les dote d'investissements particularisants susceptibles de produire l'illusion référentielle.2.33
L'iconicità, l'elemento discorsivo, è appunto questa illusione referenziale, descritta in chiave letteraria da Michael Riffaterre; ossia, l'esito di un'organizzazione testuale specifica che dà, a dirlo con Barthes, l'effetto del reale:

L'iconicité sera alors définie en termes d'``illusion référentielle'', c'est-à-dire comme le résultat d'un ensemble de procédures discursives jouant sur la conception très relative de ce que chaque culture conçoit comme la réalité (ce qui est ressemblant pour telle culture ou telle époque ne le sera pas pour telle autre!) et sur l'idéologie ``réaliste'' assumée par les producteurs et les spectateurs de ces images (surtout par les spectateurs).2.34
Da ciò che precede risulta chiaro che è possibile il confronto tra le soluzioni echiana e greimasiana, almeno per quanto riguarda l'instabilità culturale dei codici visivi. Come si sa, il fattore della nozione di cultura acquista via via più vigore teorico negli scritti di Eco. Ricordiamo la sua definizione del significato in quanto unità culturale. Parallelamente a questa estensione del valore della nozione di cultura, si delineava sempre più chiaramente la sfida dell'iconismo. Ed è in questa prospettiva che il problema è stato riformulato nel Trattato:

Se esistono segni in qualche modo ``motivati da'', ``simili a'', ``analoghi a'', ``naturalmente legati'' al proprio oggetto, allora non dovrebbe più essere accettabile la definizione [...] della funzione segnica come correlazione posta convenzionalmente tra due funtivi. L'unico modo di mantenere valida la prima definizione è di mostrare che anche nel caso dei segni motivati la correlazione è posta per convenzione.
Il centro del problema è dato ovviamente qui dalla nozione di ``convenzione'' che non è coestensiva a quella di ``legame arbitrario'', ma comunque coestensiva a quella di legame CULTURALE.2.35
La critica dell'iconismo svolta nel terzo capitolo del Trattato, propone anzitutto un'analisi di ``sei nozioni ingenue''. Eco sottolinea che questa analisi toccherà sia il partito dei realisti che quello logocentrista (anche se l'autore non li chiama esplicitamente in causa). Trascuriamo gli esiti di questa indagine per occuparci di una conclusione ben più radicale:

la categoria di iconismo non serve a nulla, confonde le idee perché non definisce un solo fenomeno e non definisce solo fenomeni semiotici [...]. Ma se andiamo più a fondo scopriamo che non è solo la nozione di segno iconico che entra in crisi. È la nozione stessa di ``segno'' che risulta inadoperabile, e la crisi dell'iconismo è semplicemente una delle conseguenze di un collasso ben più radicale. La nozione di ``segno'' non serve quando viene identificata con quelle di ``unità'' segnica e di correlazione ``fissa''.2.36
È vero che Eco aveva già annunciato la morte della nozione classica di ``segno''2.37, ma la vicenda sfortunata dell'iconismo ne era l'indice forse più drammatico.

Il semiologo si vede quindi costretto ad abbandonare la nozione di ``segno'', quel concetto che aveva offerto al progetto semiotico il suo diritto di esistenza. La crisi della categoria dell'iconismo era il sigillo della fine della classificazione, della tipologia dei segni:

E quindi quello che si è individuato nel corso di questa lunga critica dell'iconismo, non sono più tipi di segni ma MODI DI PRODURRE FUNZIONI SEGNICHE. Il progetto di una tipologia dei segni è sempre stato radicalmente sbagliato e per questo ha portato a tante incongruenze.2.38
Queste affermazioni sono quindi doppiamente provocatorie. In primo luogo, si nega la pertinenza (il valore conoscitivo) della categoria dell'iconismo. E si rifiuta in secondo luogo il diritto di esistenza alla tipologia dei segni. Ora, sappiamo che i diversi semiologi del Novecento non si sono distinti con qualche teoria semiotica originale, ma molto più spesso con qualche nuova tipologia dei segni. È vero che esiste una simile tradizione sin dagli Stoici, ma bisogna pur sempre ammettere che, soprattutto dopo Peirce, queste tipologie fiorivano a centinaia. Indiscutibilmente, Peirce conserva alcuni primati in questo sport intellettuale. Già nel 1867, nel famoso saggio On a New List of Categories, egli proponeva la sua notissima classificazione triadica (secondo le relazioni representamen-oggetto):

there are three kinds of representations.

First. Those whose relation to their objects is a mere community in some quality, and these representations may be termed likeness.

Second. Those whose relation to their objects consists in a correspondence in fact, and these may be termed indices or signs.

Third. Those the ground of whose relation to their objects is an imputed character, which are the same as general signs, and these may be termed symbols.2.39
Verso il 1902, Peirce introdusse una distinzione ulteriore per quanto riguarda l'icona (likeness):

But a sign may be iconic, that is, may represent its object mainly by its similarity, no matter what its mode of being. If a substantive be wanted, an iconic representamen may be termed a hypoicon. Any material image, as a painting, is largely conventional in its mode of representation; but in itself, without legend or label it may be called a hypoicon.2.40

Hypoicons may be roughly divided according to the mode of Firstness of which they partake. Those which partake of simple qualities, or First Firstnesses, are images; those which represent the relations, mainly dyadic, or so regarded, or the parts of one thing by analogous relations in their own parts; are diagrams; those which represent the representative character of a representamen by representing a parallelism in something else, are metaphors.2.41
Le tipologie peirciane hanno quindi sancito una tradizione dell'iconismo che partiva da Aristotele. Si capisce così meglio in quale contesto storico-filosofico vanno collocate le affermazioni di Eco.

Quali furono le reazioni? Possiamo distinguere due tipi di critiche. Il primo accetta l'indagine critica di Eco, ma rifiuta le sue condizioni finali. Il secondo tipo non accetta neanche l'analisi dell'iconismo. Proporremo per ciascuno dei tipi una critica ben precisa. Paul Bouissac sarà il critico rappresentativo della prima corrente, Tomàs Maldonado della seconda. Cominciamo con le confutazioni benevolenti, almeno si così si può chiamare la professione disperata di Bouissac:

By showing that the borderlines set by sign taxonomists are blurred and fuzzy, and do not stand the test of counterexamples, he [Eco] contends that the concepts of resemblance has no criterial value. For him therefore, the category of iconism is useless [...]; it tends to confuse, in a vague all-purpose category, many instances of semiosis that a theory of semiotics should, on the contrary, distinguish from one another, something that Eco attempts to do with his usual scholarly brilliance. The ingenuity [...] of his development should not mask the fact that the evidence on which his thesis rests is based on intuition, i.e. inner individual evidence, reasoning, and illustrative fictitious examples brought in from time to time in order to give an empirical coloration to the taxonomy he proposes. However, in the last section [del Trattato], he, as most sign taxonomists do at one point or another, states with great honesty that any given sign instance can belong at the same time to several of the categories he has set forth.2.42
La critica di Bouissac si basa su una posizione filosofica e su una generalizzazione ingiustificata. Quest'ultimo criterio tocca la ``confessione'' di Eco secondo la quale la sua tipologia subirebbe la stessa fortuna delle altre. Non si può prescindere la crisi dell'iconismo in Eco dalla crisi ben più sconcertante della nozione di ``segno''. Quindi Eco non fa come ``most sign taxonomists'', poprio perché mette in crisi sia la nozione di ``sign'', che quella di ``taxonomists''.

Il secondo criterio nel percorso critico di Bouissac è d'ordine filosofico, o meglio d'ordine a-filosofico, come ci riferisce questo passo:

semioticians in general still derive their information, when they engage in theorizing, from philosophy and linguistics rather than from the natural sciences. But except in the dream world of some philosophers and logicians, it seems inconceivable that ``signs'' could be conceived as free from biological constraints.2.43
Bouissac apparentemente prende di mira la semiotica europea (ma c'è qualcuno che riesce a sottrarsi all'attacco, cfr. infra.) perché essa sarebbe un groviglio di filosofie applicate a teorie linguistiche o vice versa. Per Bouissac, la semiotica di Eco offre molti esempi di questa caratteristica europea:

For instance, the concept of abstraction used by Eco is a centerpiece of neo-thomism, inasmuch as it is supposed to dispose both of Anglo-Saxon empiricism and German Idealism.2.44
I rapporti di Bouissac con la semiotica ``trans-atlantica'' sono quindi contrassegnati da un profondo malessere nei confronti con la scarsa rigidezza o estattezza propria alle scienze umane. Ma, e già si notal l'ottimismo in Bouissac, c'è un europeo che vuole farla finita con queste divergenze pluri-filosofico-linguistiche. Infatti, quando parla della dottrina semiotica di T.A. Sebeok, Bouissac afferma:

These views seem to be congruent with the theory of signs that has been outlined by René Thom in recent years [...]. But Thom's general approach to semiotics has so far been inspired more by the semiotics doxa of Saussure and Peirce, and by the principles and experiments of Gestalt psychology, than by the more recent developments that have taken place in the neuro-physiology of perception. There seems to be little doubt that, as a response to their challenge, he will formulate the long awaited powerful semiotic theory that Sebeok has perceptively prophesized, in ovo so to speak, in his earlier writings.2.45
Thom avrà il compito di portare avanti il progetto di Sebeok che studiava le relazioni (se non la fusione) tra natura e cultura2.46. La critica rivolta ad Eco si riassume quindi in questa massima: ``Di ciò che non si può matematizzare, si deve tacere.''

Giungiamo adesso al secondo tipo di critica, quello che rifiuta perfino l'indagine critica sulla pertinenza della categoria dell'iconismo. Lo troviamo in uno scritto di Tomàs Maldonado, Avanguardia e razionalità, parzialmente ripubblicato con i titoli ``Critica della teoria dell'iconicità in U. Eco'' e ``Critica della teoria della non-pertinenza semiologica del referente'' nel volume curato da Augusto Ponzio, La semiotica in Italia2.47. Infatti, come si sa, i problemi dell'iconismo e del referente sono intimamente legati. La critica della teoria echiana della non-pertinenza semiologica del referente si fonda su un'analisi dei presupposti filosofici soggiacenti alla semiotica di Eco:

Perché nessuna delle pregevoli qualità espositive di Eco - né la sua versalità, né la sua ingegnosità, né la sua plasticità - riesce a nascondere l'oltranzismo idealistico della sua filosofia.2.48
La critica di Maldonado si inserisce anzitutto in una corrente ben precisa della semiotica italiana: la semiotica marxista, di cui il capostipe fu Ferruccio Rossi-Landi ed i seguaci principali appunto Ponzio e Maldonado. Risulta quindi più che evidente che una teoria semiotica che espunge dal suo discorso il referente, la parte materiale, ``oggettiva'' propria per la sua impurezza teorica, sarà tacciata di idealismo da una dottrina storico-materialista. Ma come definirebbe lo stesso Eco questo progetto di ``semiotica purificata'' (dematerializzata)?:

Significa individuare condizioni di funzionalità di una espressione, indipendentemente dagli oggetti o stati del mo[n]do ai fini dell'indicazione o menzione dei quali può essere usata. In altri termini, significa vedere se a una espressione corrisponda una porzione di contenuto culturalizzato e se questo contenuto può essere in qualche modo descritto da una semantica strutturale.2.49
Ecco le due posizioni rispettive. Non occorre sviluppare questo confronto, visto che non è lo scopo di questa tesi indagare su una discussione che tuttora rimane molto vivace ma poco istruttiva.

Ma ritorniamo alla problematica dell'iconismo e alla critica di Maldonado. Secondo lui, Eco avrebbe fatto un ``uso aberrante'' della concezione peirciana concernente l'iconicità. Sempre secondo Maldonado, questo abuso è una conseguenza necessaria dei presupposti filosofici di Eco:

Abbiamo già visto, infatti, come l'apprensione antimaterialistica di Eco sia tale che persino il concetto di segno iconico di Peirce - la cui materialità invero è piuttosto annacquata - riesce a mobilitare il suo zelo polemico. Tale atteggiamento, dobbiamo dirlo, porta Eco anche a forzature interpretative nei confronti di Peirce, al quale finisce per attribuire una teoria dell'iconicità che niente, o poco, ha in comune con quella effettivamente elaborata dal filosofo americano. Ad esempio: la definizione di segno iconico che, tra le molte altre date da Peirce, Eco ha scelto come principale bersaglio della sua polemica è la famosa definizione in termini di similarità, più tardi resa nota dall'uso che ne fece Morris.2.50
Maldonado formula quindi le accuse seguenti: antimaterialismo innato e distorsione interpretativa. A questo possiamo rispondere che Peirce è un filosofo (anche se un logico) senza troppa consistenza, e che Maldonado si limita ad una sola definizione peirciana dell'icona, appunto quella tramandata da Morris e Rossi-Landi. È vero che gli scritti di Peirce permettono facilmente un uso ``malizioso'', nel senso che la loro incoerenza interna e l'oscurità terminologica lasciano spazio a diverse interpretazioni. A noi quindi il compito di cercare in Peirce altre indicazioni intorno alla problematica della iconicità.

Per fare questo, ritorniamo alla situazione in cui si potrebbe parlare di ``forte iconicità'', cioè la fotografia ed il cinema. In un paragrafo dei Collected Papers, Peirce esamina la nozione di verità in quando conformità:

Truth is the conformity of a representamen to its object, its object, ITS object, mind you [...]. If a colonel hands a paper to an orderly and says, ``You will go immediately and deliver this to Captain Hanno'', and if the orderly does so, we do not say the colonel told the truth; we say the orderly was obedient, since it was not the orderly's conduct which determined the colonel to say what he did, but the colonel's speech which determined the orderly's action. Here is a view of the writer's house: what makes the house to be the object of the view? Surely not the similarity of appearance. There are ten thousand others in the country just like it [...]. What the sign virtually has to do in order to indicate its object - and make it its - all it has to do is just to seize its interpreter's eyes and forcibly turn them upon the object meant: it is what a knock at the door does, or an alarm or other bell, or a whistle, a cannonshot, etc.2.51
Il brano può generare confusione per tre ragioni. In primo luogo, Peirce nega l'importanza della somiglianza nel riconoscimento dell'oggetto, nella fattispecie, la casa nella foto. E per Peirce, non c'è dubbio, la foto è un'icona. Poi, parla dell'azione di questo segno in termini antropomorfici, sí, ma comunque nei termini di una anteriorità dell'azione del segno a quella dell'oggetto. Infine, assimila l'azione di un segno iconico a quella degli indici (gli esempi sono tutti chiaramente casi di metonimia, l'effetto per la causa). Questo passo che contraddice gran parte delle cosiddette classiche definizioni peirciane, ha un'importanza primordiale perché afferma che la verità non è necessariamente la conseguenza di un effetto fisico, o comunque verificabile; poi, e questo è certamente implicato dal contesto, che certi segni possono caratterizzarsi per il fatto che gli interpretanti dei loro oggetti immediati non sono altro che verificazioni della conformità, e non della somiglianza.

Abbiamo voluto confrontare le idee echiane sull'iconismo con altre opinioni sulla questione. Eco vi si mostra nominalista sia nel senso dell'inutilità della categoria che nel senso della supremazia del codice, di una struttura culturale (e non naturale o materiale), nel lavoro di decodifica. Sia chiaro che queste posizioni costituiscono le premesse necessarie per una teoria della forza dei segni e dei codici. E con la forza dei segni, intendiamo quel lavoro di mistificazione ideologica, la cui ragion d'essere sta solamente in questo distacco tra segni e realtà.


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henk 2001-08-18