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Abbiamo voluto confrontare la semiotica echiana e l'epistemologia
connessa con la teoria delle catastrofi e le sue applicazioni linguistiche
e semiotiche per due ragioni fondamentali. In primo luogo, uno dei
metodi più efficaci per studiare una teoria è il paragone con un'altra
teoria, se possibile, sostanzialmente differente dalla prima. In questa
prospettiva, si nutre la speranza che le opposizioni tra le due teorie
aiutino a elucidare le caratteristiche specifiche della prima. Così,
abbiamo paragonato la critica dell'iconismo svolta da Eco con le teorie
(o le opinioni) sull'iconicità di Bouissac, di Maldonado, e (indirettamente)
di Greimas. Nello stesso modo, la giustapposizione di due teorie epistemologicamente
costituite e giustificate, quali la semiotica generale echiana e il
criticismo catastrofista di Petitot-Cocorda, permette di mettere in
luce sia le (evidenti) divergenze tra i loro presupposti filosofici
che la consistenza o l'incoerenza tra i loro discorsi più filosofici
e le loro rispettive soluzioni a problemi semiotici (o linguistici)
specifici (iconicità, ideologia, arbitrarietà, ecc.). Questa motivazione
viene inoltre giustificata dal carattere della stessa semiotica di
Eco. Infatti, abbiamo circoscritto la semiotica echiana come un ecletticismo
costituito grazie ad una proficua dialettica tra importazione e esportazione,
tra influenza e manifestazione. Questa circoscrizione poneva quindi
già sin dall'inizio il problema della descrizione della semiotica
echiana. Ci pareva dunque più che evidente che parlare della semiotica
di Eco implicasse (fra l'altro) un confronto del genere.
Ma la ragione che ci ha spinto di più verso l'opzione del confronto
con la teoria delle catastrofi (dato che altri paragoni rimangono
sempre possibili) risiede nel fatto che soltanto questo paragone può
mettere in evidenza la problematica della relazione segni-referenti
o semiosi-realtà. Il modo in cui una delle due teorie tenta di risolvere
le difficoltà spinose causate dalla presenza di questa problematica,
metteva necessariamente in crisi la totalità, l'intera costituzione
dell'altra teoria. In questo contesto bisogna dunque sottolineare
le conseguenze epistemologiche delle diverse soluzioni a problemi
che appaiono piuttosto periferici. Questa seconda ragione focalizza
dunque le determinazioni nella direzione opposta a quella indicata
in prima istanza. In conclusione a questa tesi, cercheremo di sintetizzare
e di sistematizzare gli esiti di questo confronto (ripetiamolo) bidirezionale.
- L'analisi della critica echiana dell'iconismo presuppone un paragone
tra una concezione nominalista (quella echiana) e tre concezioni che,
per la circostanza, possiamo qualificare di materialisti. Il confronto
con Bouissac (ed in modo indiretto, con Thom) metteva in evidenza
sia la crisi dell'iconismo come ``indice'' della crisi del segno
che il rifiuto della pertinentizzazione del criterio fisico (ecco
il legame indiretto con Thom) per l'elucidazione semantica dell'unità
culturale detta ``iconica''. La giustapposizione della critica
di Eco a quella di Bouissac legava quindi intimamente due concetti-chiave
della semiotica echiana, vale a dire l'instabilità del concetto di
``segno'' (dissolto nella nozione di ``funzione segnica'')
e la fallacia referenziale (espulsa per la sua impurità teorica).
Il confronto con la critica di Maldonado portava ad una soluzione
(certo parziale) del paradosso Peirce/realista
Eco/nominalista, dato che lo stesso Peirce negava la pertinenza del
criterio di somiglianza per il riconoscimento dell'oggetto, in un
caso di massima iconicità (una foto). E si ricorderà che fu proprio
questo criterio la mira principale della critica echiana dell'iconismo.
- Nel paragrafo che verte sulle concezioni di Eco circa i concetti di
``cultura'', ``ideologia'' e ``retorica'', abbiamo
paragonato le proposte echiane con quelle di Sebeok e della scuola
di Tartu (principalmente di Lotman e di un suo precursore, Vološinov).
Il confronto con Sebeok (e nuovamente in modo indiretto, con Thom)
elucidava la distinzione radicale tra natura-cultura nella concezione
di Eco, mentre la fusione operata al livello teorico generale da Sebeok
presupponeva l'esistenza di un'analogia (o di un qualsiasi rapporto
di somiglianza) tra cultura e natura (e riemerge il legame indiretto
con Thom). La giustapposizione della nozione echiana di ``cultura''
e quella adoperata dalla semiotica russa evidenziava la mancanza in
Eco di un metalinguaggio capace di descrivere la natura (la non-cultura
lotmaniana) o di definire magari i legami condizionanti tra natura
e cultura (in questo ordine, s'intende). Il distacco tra cultura e
natura (che per Eco vale quello tra semiosi e realtà) è la condizione
sine qua non per l'esistenza di sistemi d'occultamento (le
ideologie). Abbiamo visto che Eco caratterizzava il discorso ideologico
come un ragionamento che esclude percorsi semantici contraddittori
e che si basa su una serie di equazioni che costituisce un proprio
e vero isomorfismo (nel senso greimasiano), una continua analogia
(nel senso aristotelico) che debba assicurare la linearità logica
(sempre apparente) del messaggio ideologico.
- La panoramica della teoria linguistica di René Thom mette in evidenza
le determinazioni tra realtà e lingua, quali Thom le percepisce (problema
della motivazione/arbitrarietà linguistica) e la manovrabilità dei
concetti usciti dalla topologia (e da altre scienze esatte). Queste
due caratteristiche si oppongono rispettivamente alle concezioni echiane
della distinzione lingua/realtà o cultura/natura, e dello statuto
del metalinguaggio. Infatti, rispetto alla questione della motivazione
linguistica, Thom postula l'esistenza di un isomorfismo ``catastrofista''
tra processi fisici e processi linguistici, poi tra i processi neurofisiologici
e quelli di nuovo linguistici. Questo doppio isomorfismo assicura
una motivazione simmetrica del linguaggio, perché esso include il
linguaggio in due serie di determinazioni caratterizzate dal loro
posto semiotico. Detto in altre parole, le motivazioni neurofisiologica
e fisica si situano al livello dei limiti empirici della semiosi (in
senso echiano). Sia chiaro che Eco considera le possibili determinazioni
in senso opposto, vale a dire da sistemi segnici verso il soggetto
e la realtà. Ed è altrettanto evidente che il doppio isomorfismo di
Thom presuppone di nuovo una concatenazione di analogie, dato che
la struttura del linguaggio rispecchia apparentemente due volte le
stesse catastrofi. In questo senso, si può collocare il pensiero linguistico
di Thom in una tradizione ben specifica, caratterizzata da una concezione
``analogica'', vale a dire una convinzione che cerca di sottolineare
la sistematicità linguistica e di spiegare le possibili asimmetrie.
L'esistenza di un terzo tipo di motivazione in Thom, indica il carattere
ad hoc delle giustificazioni delle anomalie linguistiche: si
tratta ovviamente della motivazione storica. Ultima caratteristica
che va ribadita: la manovrabilità (di nuovo, meramente metaforica)
di concetti delle scienze esatte per spiegare (e a volte per definire)
nozioni linguistiche.
- La motivazione fisica che abbiamo rilevato nella teoria linguistica
di Thom ritorna con forza nella sua teoria semiotica, dato che in
quest'ambito veniva riproposta la classificazione peirciana del segno
sotto l'angolo della relazione representamen-oggetto. In questa prospettiva,
si verificava l'ultima (ma necessaria) conseguenza di una teoria basata
sul doppio isomorfismo. Infatti, se in Eco veniva negata la pertinenza
teorica del lato fisico del segno (il referente) per la sua impurezza,
è invece il significato (l'unità culturale echiana) che viene espulso
dalla semiotica René-Thomista. Abbiamo anche sottolineato l'incoerenza
del discorso di Thom sul valore del significato (e della significazione)
al livello metalinguistico. Inoltre, confrontando il significato semiotico
di Thom (che è inesistente, oppure equivale semplicemente al referente),
quale viene implicato dal suo concetto di procreazione segnica con
il suo significato linguistico, dobbiamo costatare che vi è una netta
differenza tra i due, nel senso che il secondo esiste mentre il primo
è (teoricamente) inesistente. La ragione di questa inconsistenza va
forse ricercata nel fatto che le analogie (con le scienze esatte)
non sono sempre disponibili nello stesso modo. Accanto a queste osservazioni,
abbiamo potuto rilevare nel discorso semiotico di Thom una tendenza
alla ``metafisicazione'' della matematica. Soltanto una semiotica
appoggiata da fondamenti matematici sarebbe in grado di comunicare
con la natura. Sia chiaro che a questa opinione non corrisponde niente
nella visione semiotica echiana. Essa evidenzia solamente l'assenza
di un'ontologizzazione (e a fortiori di una metafisica) del
segno negli scritti di Eco.
- Nel paragrafo 2.3.1. abbiamo analizzato la critica dello strutturalismo
ontologico, svolta nella Struttura assente. La presenza di
questa analisi nella nostra tesi si giustifica nella misura in cui
la critica di questo filone strutturalista vale anche (mutatis
mutandis) per la teoria delle catastrofi. L'esistenza attuale di
una tale teoria mette in evidenza la necessità di un continuo avvertimento
contro il pensiero che si richiama di un'oggettività universale. Nella
famosa sezione D della Struttura assente, Eco distingue tra
due tipi di analogia. Il primo riguarda lo strutturalismo metodologico
che concepisce la struttura come un modello operativo analogico ai
fini di una generalizzazione del discorso, e non (come avviene sia
nello strutturalismo ontologico che nella TC) come un modello giustificato
empiricamente, analogico ad una realtà strutturata. La differenza
fondamentale sta quindi nell'adoperare il modello (in casu
la struttura) in quanto ipotesi di lavoro (pone delle analogie) anziché
analogia oggettiva (rispecchiamento ``stringa a stringa'' della
struttura della realtà). Inoltre, Eco ha messo a nudo le presupposizioni
``mistiche'' dello strutturalismo ontologico. Questa dimensione
metafisica, ripetiamolo, è anche presente (ma in modo molto più esplicito)
nel discorso di Thom (e anche, come ribadiremo, nel neokantismo di
Petitot-Cocorda). Infatti, la serie de analogie a tutti i livelli
nella TC, presuppone l'esistenza di un'entità che ne giustifichi la
concatenazione. Questo principio genetico è stato chiamato una Catastrofe
Genetliaca del Senso, fondamento di una specie di aedequatio
tra cose e pensieri.
- Dopo un resoconto della critica epistemologica dello strutturalismo
ontologico, abbiamo proposto un panorama dello statuto epistemologico
della semiotica echiana. In primo luogo, va evidenziata la distinzione
tra semiotica specifica e semiotica generale. Questa divisione gerarchica
viene sorretta dalle definizioni habermasiane delle scienze della
natura e della cultura. Le differenze epistemologiche tra questi due
tipi di scienze corroborano la netta distinzione echiana tra cultura
e natura. Infatti, le due classi di scienze si differenziano semioticamente,
nella misura in cui interpretano dati o interpretazioni. Confrontando
questa posizione con l'epistemologia catastrofista, dobbiamo costatare
che Thom confonde i due livelli, perché egli tenta di trasporre le
interpretazioni di dati (fisici o neurofisiologici) nel campo delle
interpretazioni al secondo grado (linguistiche o semiotiche). Petitot-Cocorda
ha ripreso in questa prospettiva la confusione René-Thomista riformulandola
in termini neokantiani, cioè trasponendo i criteri per l'esistenza
di giudizi sintetici aprioristici al livello dei giudizi empirici,
o a posteriori. Così l'interpretazione sarà ripristinata nella
sua oggettività grazie alla definizione del suo contenuto in termini
matematici. Risulta di nuovo evidente che una simile trasposizione
epistemologica evoca con forza lo spettro della instabilità analogica.
- Questa instabilità analogica è stata individuata anzitutto nella definizione
di modello proposta da Jean Petitot-Cocorda. Abbiamo elucidato le
ragioni perché questa definizione costituisce una petizione del principio,
nel senso che il definiens riprende il definiendum.
Inoltre, la corrispondenza diretta tra lo statuto (e la validità)
del modello e quello del metalinguaggio partecipava dell'ambiguità
della definizione del primo. Per di più, l'instabilità analogica del
modello indeboliva la consistenza dello statuto del metalinguaggio,
dato che quest'ultimo doveva assumere il triplice compito di sostenere
le possibilità operative del modello (cioè, funzionare in quanto lingua
del modello), di formulare l'analogia tra modello e fenomeno, e infine,
di costituire quello che inizialmente si era proposto di imprigionare
(di descrivere): il fenomenico. Abbiamo osservato che non appena il
metalinguaggio compie quest'ultima parte del suo compito, svaniscono
le analogie per lasciare spazio alla costituzione dell'oggettività.
Paragonando ciò che precede con la paura congenita della TC per il
controllo sperimentale, dobbiamo far emergere la contraddizione che
consiste nel rifiutare la realtà come criterio per la costituzione
del metalinguaggio (e del modello), includendo nello stesso tempo
il fenomenico (cioè la realtà ``pre-conoscitiva'') in quanto
oggetto di una matematizzazione. La contraddizione nasce ovviamente
dal conflitto tra la volontà di costruire un metalinguaggio ed il
tentativo di varcare il distacco pensiero/segno
realtà,
oggettivando il primo e matematizzando il secondo.
- Nel secondo paragrafo su Petitot-Cocorda, abbiamo messo in rilievo
la sua riformulazione della TC in termini (neo-)kantiani. Ribadito
il progetto della Critica della ragion pura, abbiamo potuto
individuare nel ragionamento di Petitot-Cocorda uno slittamento (rispetto
a Kant) nel senso di una materializzazione e di una storicizzazione
degli a priori; e nella direzione di una regionalizzazione
delle categorie (in quanto opposte alle forme). La materializzazione
metteva in crisi la nozione kantiana di ``idealità trascendentale'',
mentre la storicizzazione rendeva problematico il concetto kantiano
di ``realtà empirica''. Infine, la regionalizzazione delle categorie
implica una schematizzazione dei concetti primitivi (categorie regionali).
Reinterpretando la semiotica greimasiana, Petitot-Cocorda traspone
la nozione di ``concetti primitivi'' a quella greimasiana di
``universali'', di (semanticamente) ``indefinibili''.
Confrontando questa operazione con la storicizzazione e la materializzazione
degli a priori, dobbiamo costatare che il nostro catastrofista
tenta di sfuggire all'accusa di idealismo, il che non è compito molto
facile per un teorico che cerca di innestare il suo pensiero sull'eredità
di Kant. Infatti, il peso teorico degli universali greimasiani nell'oggettivazione
(alternativa) dello strutturalismo richiama inevitabilmente lo spettro
delle entità platoniche (come le marche semantiche del modello di
Katz e Fodor). E questo fatto fornisce l'ennesima prova della portata
dell'ingerenza ontologica (e delle sue analogie connesse) nella TC.
Questa dimensione ontologica (in Thom si tratta piuttosto di un sogno
metafisico) induce i catastrofisti ad invocare la neutralità, l'immunità
ideologica più assoluta. Sia chiaro che una tale convinzione ha bisogno
dei due principali requisiti ideologici (cfr. 2., l'isomorfismo analogico
e la linearità semantica) per poter persistere nel suo sogno di universalità.
- In conclusione al nostro confronto tra la semiotica di Eco e la teoria
delle catastrofi, abbiamo ribadito il valore teorico dell'analogia
in quest'ultima, generalizzando la problematica ad un discorso sull'epistemologia
catastrofista. La nostra tesi era che la TC riveste tutti gli aspetti
di una epistemologia metaforica che si appoggia su una teoria dell'elaborazione
di modelli (cfr. per esempio i titoli dei libri di Thom), di cui abbiamo
dimostrato lo statuto ambiguo. Inoltre, l'instabilità della nozione
di ``metalinguaggio'' indebolisce la validità dell'appello all'interdisciplinarità.
In una delle pagine che vertono sulla critica dell'iconismo, Eco esamina
le relazioni tra i concetti di ``icona'' e di ``analogia''.
Secondo lui, vi sono due usi di ``analogia'' rispetto ai segni
iconici:
Se l'analogia è una sorta di parentela misteriosa tra cose e immagini
(o addirittura tra cose e cose) allora si tratta di una categoria
che non può trovare posto in questo quadro teorico. Ma se l'analogia
è intesa in un senso che ne consente la verifica, allora deve essere
esaminata: se non altro per scoprire che in tal caso essa è sinonimo
di ``similarità''.3.1
Se si conosce la convinzione echiana che non esistono sinonimi (perfetti),
si potrà facilmente sostituire a questo concetto, quello di analogia.
Infatti, la categoria di ``similarità'' non fa che rimandare
a sé stessa, includendo tutte quelle nozioni che hanno un qualunque
rapporto con questo concetto. La categoria di ``similarità''
(e di ``analogia'') va tagliata via dal ``rasoio di Eco''
perché intende servire a tutto (e perciò non serve e niente), vale
a dire, non ha nessuna pertinenza conoscitiva. L'analogia è una procedura
semiotica, non una categoria. Essa lega due unità culturali (o due
serie di unità) DIFFERENTI. La loro differenza è la loro
prima ragione d'esistenza culturale.
L'analogia è la superstite del mito di Narciso. Essa crede di poter
fare coincidere due cose diverse, di risolvere un distacco (antico
come il mito stesso) tra la natura e la cultura. Ma il mito di Narciso
non è soltanto quello d'una identità, ma anche, e soprattutto, quello
dell'Altro (in senso lacaniano). In tale prospettiva, la coincidenza
dell'io con l'Altro deve situarsi necessariamente al livello di una
terza istanza. Il terzo termine si chiama ``segno'', ma Narciso
credeva che fosse l'analogia estrema, cioè lo specchio. Il mito esiste
tuttora, sotto forma della teoria delle catastrofi. Eco non ha atteso
che il figlio di Lacan spezzasse lo specchio, per promuovere il distacco
natura-cultura al livello dei fondamenti della stessa teoria semiotica.
Dove passa il rasoio di Eco, può nascere la semiosi.
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henk
2001-08-18