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La semiotica italiana: evoluzione e tendenze

Per circoscrivere la posizione di Eco nel panorama semiotico, dobbiamo anzitutto considerare l'evoluzione della semiotica italiana. Anche se Eco si distingue in questo panorama ``nazionale'' come un teorico alquanto isolato, una descrizione del genere, da una parte, presenta i vantaggi della chiarezza ed elude il rischio di un approccio deterministico, dall'altra.

Ma si può parlare di una ``semiotica italiana''? Sí e no. No, perché questa etichetta cela il fatto che non esiste una semiotica italiana oppure una ``scuola'' che corrisponderebbe a una realtà analoga a quella della semiotica russa1.2 o israeliana. Infatti, non si parla di ``semiotica italiana'' se non in termini didattici molto generali come avviene per esempio nei titoli di sintesi o di panoramiche storiche1.3. Dall'altro canto, all'estero, i semiologi italiani godono di un prestigio senza pari (soprattutto Maria Corti, Cesare Segre e Umberto Eco) senza peraltro vedersi confusi in un gruppo che rappresenterebbe una stessa teoria semiotica.

Ma si può anche cercare di definire, e quindi difendere, la nozione di ``semiotica italiana''. Le diverse correnti semiotiche nazionali o sovranazionali partano tutte da tradizioni differenti. La natura internazionale dello scambio tra teorie di vari tipi è una caratteristica che si è profilata a epoche diverse a seconda delle tradizioni preesistenti nei vari paesi. Sotto questo aspetto, l'Italia ha sostenuto un ruolo di avanguardia.

Tradizione e importazione vanno quindi studiate come due forze diacroniche1.4. Dove cominciare? Secondo Teresa de Lauretis,

a widespread interest in semiotic research had existed in Italy since the early 60's, in a large variety of fields.1.5
Maria Corti fa risalire gli inizi della semiotica in Italia al 1965:

Il primo studioso che in Italia si è occupato di semiologia [...] e di tale disciplina ha scritto è Aldo Rossi che nel 1965, recensendo ``Communications IV'' sulla rivista italiana ``Paragone'' [...] ha offerto la prima panoramica degli studi semiologici europei, e in particolari russi.1.6
È quindi difficile datare in modo preciso la nascita della semiotica italiana. Cesare Segre torna indietro per sottolineare l'importanza fondamentale della stilistica, della critica e della filologia per l'elaborazione di quadri in cui un approccio semiotico poteva valersi del diritto d'esistenza senza apparire troppo rivoluzionario. La semiotica, e in prima istanza, lo strutturalismo:

ont presque toujours eu des professeurs d'université comme protagonistes. Par conséquent, il n'est pas question de rencontrer l'opposition, que l'on peut trouver dans d'autres pays, entre une critique d'avant-garde militante, audacieuse et une critique universitaire.1.7
Dans d'autres pays rimanda ovviamente alla patria dello strutturalismo (e di Roland Barthes e Raymond Picard), la Francia. Anche la Corti ha cercato di rintracciare i fondamenti storici del clima culturale in cui si è potuta sviluppare la semiotica italiana. La semiologa pavese afferma che:

per capire i caratteri della semiotica italiana bisogna tener conto dell'esistenza, nel nostro paese, di una lunga tradizione di ricerche svoltesi in almeno tre direzioni.1.8
Le tre direzioni sono costituite dalla critica stilistica, dal formalismo filologico continiano e dalla storia della lingua. Sia chiaro che questi ``filoni'' non giustificano la netta distinzione: Maria Corti mette Benvenuto Terracini sia tra i rappresentanti della prima incidenza (accanto a Devoto, Schiaffini e Nencioni) che tra gli storici della lingua1.9. Terracini ha formato parecchi studiosi semiologi come la Corti, Segre, Gian Luigi Beccaria e Bice Mortara Garavelli. Insieme a D'Arco Silvio Avalle e a Gian Paolo Caprettini rappresentano oggi la semiotica filologica. Ecco il commento di Segre:

Sono appartenuto alla ``scuola di Benvenuto Terracini'' nel senso letterale della parola [...]. Lo stimolo dato da Terracini alla critica (oltre che alla linguistica) risulta già dal fatto che sono anche stati suoi allievi la Corti, Beccaria, la Mortara [...]. Parlo invece di ``atteggiamento'' a proposito della filologia, perché ciò che occorre per l'esercizio della critica è il senso del testo, la conoscenza dei modi in cui viene elaborato e diffuso, il riconoscimento che è necessario tener presenti tutti i dati di fatto e i precedenti storico-culturali. Per questo non è necessario essere filologi di professione; e non tutti i semiologi italiani lo sono.1.10
L'importanza della diacronia è chiaramente palesata da Segre nel brano citato. L'osservatore straniero si accorge che la linguistica italiana (sia essa strutturale o no) non esclude mai, anzi sottolinea, la dimensione storica della lingua. Com'è noto, la parola ``storia'' ha in italiano una forte connotazione di ``cultura''. Negli studi di Devoto e di Terracini i due termini erano legati intimamente:

Ella [la linguistica italiana] visait à clarifier la relation entre les innovations individuelles et leur assimilation, entre le langage en tant qu'énergie et le langage en tant que produit. Ou elle essayait d'éclairer des aspects du langage en les considérant comme des expressions de la culture ou mieux comme des expressions des mouvements continuels de la culture.1.11
Maria Corti aveva accennato ad un altro filone storico accanto a quelli della critica stilistica e della storia della lingua: il formalismo, anch'esso filologico, con il capofila Gianfranco Contini. Questo critico e filologo aveva utilizzato strumenti metodologici che, secondo la Corti, permettevano di

individuare i valori formali dell'opera considerata nel suo aspetto di ``elaborato'', di oggetto con le sue precise regole di strutturazione.1.12
La ricerca dell'aspetto di ``elaborato'' ha dato vita ad una nozione tipica della critica strutturale italiana: l'officina di un poeta.1.13 Il metodo continiano proponeva approcci critici che potevano già esser qualificati come ``strutturali''. Elaborò le nozioni di ``sistema'' e ``leggi del sistema'', ed altri concetti prestrutturalisti1.14.

A questo punto sorge una domanda storicamente fondamentale, visto che tocca la questione delle origini della semiotica italiana: quando nasco lo strutturalismo in Italia? Se ammettiamo che l'attribuzione di una coscienza strutturale a studiosi come Terracini, Devoto o Contini sia un'interpretazione a posteriori, magari anacronica, dobbiamo pur sempre ribadire che furono soprattutto i filologi della generazione successiva ad introdurre lo strutturalismo D.O.C. in Italia. L'iniziatore di questo movimento d'importazione è stato, secondo Segre, il glottologo bolognese, Luigi Heilman1.15. Alessandro Serpieri ci ha dato una descrizione di questo momento importante:

credo che lo strutturalismo sia stato effettivamente introdotto in Italia dai filologi romanzi e dagli storici della lingua: prima, pur in maniera indiretta, da Contini, e poi da Segre, Avalle, Corti, Rossi, ecc. Non va comunque dimenticato, l'apporto di glottologi, come ad esempio Heilman.1.16
Agli inizi degli anni Sessanta, il rigoglio dello strutturalismo era ormai molto forte, o a dirla con Segre:

La critique structurale ``explosa littéralement'' en Italie entre 1963 et 1965.1.17
Ed eccoci arrivati al punto di partenza della nostra panoramica. Paradossalmente, mentre si parlava delle origini della semiotica all'inizio di questo panorama, ci troviamo adesso a trattare della nascita dello strutturalismo in Italia. Il paradosso è facilmente comprensibile se si considera l'evoluzione studiata come un passaggio dalla critica filologica ad una tendenza ben definibile della semiotica italiana, quella, appunto, della semiotica filologica. Il problema è di circoscrivere altre opzioni che, pur entrando in un campo semiotico, escono dalla via delimitata dalla tradizione filologica. Che fare quindi di Emilio Garroni (estetico), Antonino Buttitta (antropologo), Stefano Agosti (neo-strutturalista alla francese), Umberto Eco (?), e, guarda caso, Armando Verdiglione (piscoanalista) e tanti altri?

In ogni caso, il periodo nodale per lo sviluppo della semiotica in Italia rimane quello proposto da Teresa de Lauretis all'inizio di questo panorama, perché costituisce il momento in cui nascono contemporaneamente la coscienza interdisciplinare e, come abbiamo appena indicato, il movimento d'importazione strutturalista. Va sottolineato che sia le attività strutturaliste francesi che le ricerche formaliste avevano già un orientamento prettamente interdisciplinare. La prima importazione ``presemiotica'' era (ed ecco che svaniscono già le linee divisorie delle diverse pratiche scientifiche) l'opera di un filosofo:

Elle [la semiotica] était déjà apparue en philosophie dans le travail de Feruccio Rossi-Landi, qui avait fait une étude de Charles Morris.1.18
Il libro di Rossi-Landi ebbe in prima istanza un impatto abbastanza ridotto, poiché non rientrava direttamente nella massiccia ricezione di opere strutturaliste descritta da Segre:

A partir de 1966, on a traduit non seulement les synthèses américaines de Erlich sur le Formalisme russe et la précieuse anthologie de Todorov, mais aussi les travaux de Chklovsky, Tynyanov, Eikhenbaum, des frères Serapion, de Bakhtine et surtout la Morphology of the Folktale de Propp. En même temps, les livres récemment publiés en France, tels que les travaux de Barthes, Greimas, Brémond, Todorov, plus faciles d'accès, ont été mis en circulation.1.19
Gli scritti enumerati da Segre non hanno, a prima vista, niente a che vedere con la coscienza interdisciplinare (cfr. sopra). Infatti, essi presentano quasi esclusivamente teorie letterarie. Questa costatazione non toglie niente alla nostra affermazione, poiché la produzione, che seguiva l'importazione, si contraddistingueva per la scelta di ricerche incentrate intorno a ``oggetti equivoci''. Tali ricerche richiedevano strumenti operatori che, dal punto di vista teorico, uscivano dallo stretto campo d'interesse delle opere importate, imbevute di concetti della linguistica strutturale (``la scienza-pilota''). La risposta a questa domanda fu quella che, verso la fine degli anni Sessanta, sarebbe stata chiamata la semiotica. Uno dei primi ad accettare la sfida di studiare una di queste ``materie equivoche'' fu Emilio Garroni:

Mais les premiers à tenter de l'appliquer [la semiotica] au nouveau climat du structuralisme, en tenant compte des recherches linguistiques récentes, ont été des scénaristes tel que Emilio Garroni. C'est très compréhensible si l'on considère que le cinéma mélange différents types de langage (verbal - écrit et parlé -, figuratif, mimique, musical, ect.) dont la compréhension simultanée ne peut être décrite que par une science des signes à la fois linguistique et non linguistique: c'est la sémiologie.1.20
Abbiamo definito la nascita della semiotica italiana come una dialettica tra una forte tradizione e una fruttuosa importazione. Nella seconda metà degli anni Sessanta, l'attività semiotica in Italia aveva proliferato dando origine alle prime riviste specializzate ed a istituzioni nazionali e internazionali: Strumenti critici (già dal 1965, diretta da Segre, Corti, Avalle e Isella), la I.A.S.S. (fondata il 21 gennaio, 1969) e la sua rivista Semiotica (diretta da T.A. Sebeok dal 1969), ecc.

La nostra panoramica finisce qui. Abbiamo trascurato l'ulteriore evoluzione della semiotica italiana per due ragioni. Anzitutto, dal 1965 in poi diventa estremamente difficile distinguere i diversi filoni. Ciò è dovuto principalmente alla dimensione pluridisciplinare e internazionale della semiotica, che, a volte, viene chiamata ``imperialismo teorico''. Ne risultano fraintendimenti sulla definizione di diversi concetti semiotici fondamentali, a cominciare dalla definizione di ``semiotica''.

La seconda ragione, più importante per noi, riguarda la posizione di Umberto Eco. Non ha ricevuto una formazione filologica, si è laureato in estetica1.21. Però, ha scritto saggi d'impostazione strutturalista e ha sfidato i maggiori rappresentanti dello strutturalismo francese. Si è occupato della Alta letteratura e ha iniziato le ricerche nel campo della cultura di massa, ecc. Ogni tentativo di definire la semiotica echiana sembra esser condannato al fallimento. Infatti, l'unica possibilità per avvicinare il pensiero semiotico di Eco è di procedere con l'approssimazione, il ``pressappoco'' concentrico. Per evitare il fallimento (in questo caso l'ecolalia della parafrasi), occorrerà confrontare la teoria echiana con altre summae semiotiche, non italiane.


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henk 2001-08-18