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La semiotica echiana: influenza e manifestazione

Se la nostra panoramica sulla semiotica italiana non è stata un'impresa molto facile, come si presenterebbe una sintesi delle altre correnti semiotiche, non italiane? I problemi che sorgono sono di altro tipo. Si parla spesso di una scuola ``russa'' o ``francese'' e di una corrente ``americana'', magari ``anglosassone''. Il nostro compito non sarebbe poi così agevole, considerando la natura spuria di queste etichette. Che cosa vuol dire ``semiotica russa''? Propp e Bakhtin ci rientrano? O equivale semplicemente alla scuola di Tartu? Questi ``termini-ombrella'' (termine caro ad Umberto Eco) coprono sovente significati equivoci, a causa del loro uso didattico e, implicitamente, polemico. Però, vengono adoperati frequentemente. Le diverse denominazioni vanno quindi, sí, utilizzate ma con la prudenza necessaria.

La vastità del problema ci induce a fare alcune scelte fondamentali. Non esiste nessun lavoro panoramico soddisfacente che possa servire da punto di partenza. Per ciò, ci limiteremo a studiare le diverse teorie semiotiche quando risultano importanti per lo sviluppo della semiotica di Eco. Questo approccio può esser giustificato sia dal punto di vista delle restrizioni imposte dall'argomento della nostra tesi, che dalla natura stessa della semiotica echiana. Come abbiamo già sottolineato, le teorie del semiologo bolognese riuniscono influenze assai eterogenee, a tal punto che darne un resoconto significherebbe già abbozzare gran parte della pianta semiotica internazionale. La dialettica proficua tra gli scritti di Eco e le reazioni che hanno sollevato è un altro dei tratti costituenti del suo pensiero semiotico. Così, la produzione (o l'esportazione) sarà il fattore descrittivo dominante. Infatti, le reazioni più importanti alle opere echiane si basano spesso sulle traduzioni. Inoltre, Eco non ha mancato di replicare a sua volta, soprattutto nelle prefazioni di ristampe di libri esauriti. Le informazioni dateci palesano il carattere polemico della ricezione dei suoi scritti.

Il primo saggio importante per la costituzione della semiotica echiana fu Opera aperta (1962). In questo scritto, Eco operava una trasformazione pragmatica nell'ambito del discorso metalettarario che svilupperà più tardi, promovendola ad un capitolo della sua teoria semiotica: veniva sottolineato il ruolo del lettore. L'analisi di opere d'avanguardia lo spinse a porre il problema del momento interpretativo, anche al livello più generale del rapporto tra opera (ma anche gli altri fenomeni culturali) e fruitore. Questo approccio era doppiamente provocatorio, anche se il primo scopo dell'autore non era tale. Infatti, il saggio (o meglio la raccolta di saggi) si situava sullo sfondo di un clima culturale in cui era ancora assai presente lo spettro dell'estetica crociana. La teoria echiana, qualificata dagli oppositori come ``tecnicista'' e ``formalista'', urtava contro la teoria della ``cosmicità'' dell'opera d'arte, e della ``miracolosa ineffabilità'' del momento poetico.

La provocazione era quindi sentita come tale da una tradizione culturale tipicamente italiana. Ma non tutti i dissensi si collocavano in un discorso tradizionale. In una reazione1.22 evocata ad almeno tre riprese1.23, Claude Lévi-Strauss rifiutava la nozione di opera aperta. Secondo lui, l'approccio strutturale potrebbe garantire l'analisi esauriente di tutte le proprietà di qualsiasi testo. Questa sua affermazione era una conseguenza logica del dogma strutturalista dell'analisi immanente. Ma nel 1967, Eco ribadiva:

la nostra ricerca non ha nulla a che vedere con lo strutturalismo.1.24
Possiamo trovare una descrizione della situazione in cui veniva proposta la teoria dell'opera aperta nell'introduzione del Lector in fabula (1979, in realtà una giustificazione semiotica della sua intuizione di diciassette anni prima):

Infatti era dogma corrente, in quella fase della vicenda strutturalista, che un testo andasse studiato nella propria struttura oggettiva, quale appariva nella propria superficie significante. L'intervento interpretativo del destinatario era messo in ombra, quando non era decisamente espunto come impurità metodologica. [...] Si trattava in quegli ani, quasi, di farsi perdonare l'attenzione al momento intepretativo.1.25
Come abbiamo già accennato, l'idea della collaborazione del ``fruitore d'opera d'arte'' verrà approfondita attraverso i saggi di semiotica generale nel Lector in fabula. In una intervista Eco riformula, dopo le sue esperienze semiotiche, la definizione dell'opera aperta:

L'apertura è la predisposizione programmata di una cooperazione particolarmente libera, nel tentativo (tuttavia) di dirigere l'iniziativa dell'interprete secondo certe possibili tendenze di interpretazione che l'opera non impone ma in qualche modo predispone, rendendole più probabili.1.26
Ritornando al tempo della sua pubblicazione, possiamo individuare in Opera aperta altri aspetti profetici. Anche se la ricezione del saggio si ambientava soprattutto in un contesto critico-letterario, la ricerca svolta da Eco prendeva in esame diverse forme d'arte: Joyce, Stockhausen, Godard, ecc., erano per lui altrettanti rappresentanti della poetica dell'opera aperta. L'interdisciplinarità dello strumento e del materiale faceva spicco in un clima ove prevaleva ancora l'idea del ``grande uomo di cultura'' che inventava ``grandi opere originalissime col sangue blu delle più rispettabili tradizioni intellettuali''. L'attenzione rivolta al cinema in un contesto ``estetico'' e la sua promozione al campo della ``alta cultura'' rispecchiavano la volontà ininterrotta di Eco di mischiare le carte dell'axiologia culturale.

La pluridisciplinarità del materiale presentava tuttavia un punto debole: la via d'accesso (qui, ``teoria'' sarebbe un termine sfortunato) era un approccio concentrico, metaforico, e quindi, ipotetico. La ricerca di una teoria unificatrice porterà Eco ad interessarsi della vicenda semiotico-strutturalista.

Due anni dopo Opera Aperta uscì la raccolta di saggi Apocalittici e integrati (1964). Il sottotitolo informa in misura un poco più ampia sulla natura della ricerca: Comunicazioni di massa e teorie della cultura di massa. In questo scritto si osservano due caratteristiche già presenti in Opera aperta: la ricerca di una solida teoria (la teoria delle comunicazioni di massa) e la polimorfia del materiale (la cultura di massa). Mentre Opera aperta era un saggio sulla teoria dell'arte, Apocalittici e integrati entrava invece direttamente in un discorso ideologico. La scelta del materiale era prettamente provocatoria. Eco abbracciava affettuosamente i personaggi dei fumetti, Superman, Steve Canyon, Charlie Brown, accanto alle canzoni pop e alla musica riprodotta, al kitsch e alla televisione. Se la teoria, o l'assenza di essa, era il punto debole di Opera aperta, fu la natura effimera degli oggetti studiati ad indebolire la ricerca. Nell'edizione del 1984 Eco scrive:

Come scriverei oggi questo libro? Lo dicevo nella prefazione del 1964, fare la teoria delle comunicazioni di massa è come fare la teoria del giovedì prossimo. Basta pensare che in quegli anni uscivano inchieste sociologiche sul futuro dei giovani in cui si pronosticava una generazione disinteressata della politica, volta a una buona posizione, un matrimonio tranquillo, una casetta e un'utilitaria.1.27
Come abbiamo già sottolineato, il metodo via via si stava evolvendo verso una teoria semiotica in cui la comunicazione di massa occuperà una zona di verifica.

L'importanza del libro si collocava tuttavia in un discorso ideologico. Il titolo rimandava all'opposizione che Eco pensava di poter cogliere nella società italiana, cioè ai due atteggiamenti che venivano adottati relativamente alle nuove possibilità tecnologiche nel campo della comunicazione di massa. Gli ``apocalittici'' affermavano che la massificazione dei mezzi comunicativi (televisione, radio, stampa) contribuivano alla formazione dell'uomo unidimensionale, riducendo la cultura ad un'arma di manipolazione ideologica e di banalizzazione disumanizzante. Gli ``integrati'' sostenevano invece che le nuove possibilità tecnologiche offrivano occasioni interessanti per un allargamento dell'area culturale che avrebbe permesso a più persone di partecipare a una vita culturale con esiti positivi sia quantitativamente sia qualitativamente. Secondo Eco, le due tendenze sono presenti nella società italiana in una dialettica molto pacifica, nel senso che entrambi nascondono il loro lato ideologico, vale a dire una volontà di passività, un conservatorismo pessimista, nostalgico ed elitario nel discorso ``apocalittico'' e un ottimismo acritico nelle rassicurazioni integrative. Ma il loro punto comune, Eco lo trasse, appunto, dai loro discorsi (nel senso strutturalista). Eco afferma che:

la formula ``Apocalittici e integrati'' non suggerirebbe l'opposizione tra due atteggiamenti (e i due termini non avrebbero valore di sostantivo) ma la predicazione di due aggettivi complementari adattabili agli stessi produttori di una ``critica popolare della cultura popolare''.1.28
Eco prende in esame i ``concetti feticcio'' delle due tendenze. Entrambi parlano di ``industria culturale'' come di una forza sociale monolitica priva di contraddizioni interne. Per di più, considerano i concetti di ``massa'', ``uomo di massa'', ``cultura di massa'', come conseguenze ineluttabili e non logiche della manipolazione ideologica dell'industria culturale:

l'integrato, tal quale l'apocalittico, assume con la massima disinvoltura (solo mutandovi il segno algebrico) il concetto feticcio di ``massa''. Produce per la massa, progetta una educazione di massa, e collabora così alla riduzione dei propri soggetti a massa.1.29
Quale sarà la terza strada che, secondo Eco, farà esplodere l'opposizione tra gli ``apocalittici'' e gli ``integrati''? L'impegno critico alias l'analisi strutturale alias la semiotica:

Una volta definiti questi prodotti in termini di messaggi (e mutata con cautela la definizione di ``cultura di massa'' in quella di ``comunicazione di massa'', mass media o mezzi di massa), si proceda all'analisi della struttura di questi. Analisi strutturale che non deve solo soffermarsi sulla forma del messaggio, ma definire anche in che misura la forma è determinata dalle condizioni oggettive dell'emissione (che quindi del messaggio determinano anche il significato, le capacità di informazione - le qualità di proposta attiva o di pura reiterazione del già detto). In secondo luogo, stabilito che questi messaggi si rivolgono a una totalità di consumatori difficilmente riducibili a un modello unitario, stabilire per via empirica le differenti modalità di ricezione a seconda della circonstanza storica o sociologica, e delle differenziazioni del pubblico. In terzo luogo (e ciò competerà alla ricerca storica, e alla formulazione di ipotesi politiche), stabilito in che misura la saturazione dei vari messaggi può concorrere veramente a imporre un modello di uomo-massa, esaminare quali operazioni siano possibili nell'ambito del contesto esistente, e quali richiedano invece diverse condizioni di base.1.30
Abbiamo citato a lungo perché il brano costituisce il manifesto dell'adesione (sí, ma) critica di Eco alla vicenda strutturalista. Siamo nel 1964, anno in cui escono Les éléments de sémiologie di Barthes e durante il quale Eco prepara l'edizione francese di Opera aperta attraverso le sue letture degli strutturalisti. L'editore francese gli aveva fatto notare che:

i problemi che io sviluppavo [in Opera aperta], partendo dalla teoria dell'informazione e dalla semantica americana (Morris, Richards), erano gli stessi che interessavano ai linguisti francesi, e agli strutturalisti.1.31
Intendendo aggiornare l'edizione originale e mettere in rilievo le convergenze metodologiche, Eco si mise a studiare gli strutturalisti:

ed ebbi tre shock, tutti più o meno intorno al 1963: la Pensée sauvage di Lévi-Strauss, i saggi di Jakobson pubblicati da Minuit e i formalisti russi.1.32
Questo suo primo contatto intenso con lo strutturalismo ebbe conseguenze importantissime. Infatti, dal punto di vista della produzione (o della esportazione) significava l'apertura all'estero e l'inizio di una partecipazione attiva alla vicenda strutturalista degli anni Sessanta. Nel 1965, uscirà L'\OEuvre ouverte presso le edizioni du Seuil e un anno doppo Eco si inserirà nella schiera dei grandi teorici della narratologia: Barthes, Greimas, Brémond, Todorov e Genette.1.33

Ma l'importanza di questo ``bagno'' strutturalista non sta in questi dati biografici. Ribadiamo che Eco stava cercando un metodo, un approccio critico per scalzare l'opposizione tra gli ``apocalittici'' e gli ``integrati''. Per fare che cosa? Per accettare criticamente (cioè ``apocalitticamente'') lo stato di alienazione (cioè la rassegnazione integrativa). Eco affermava che anche gli artisti, gli ``operatori culturali'' non potevano sottrarsi all'alienazione (affermazione che non piacque ai ``compagni'' come Sanguineti). Le forme in cui l'artista operava e articolava la sua visione del mondo lo guidavano nel suo ``fare poetico o artistico''. Tuttavia, queste forme risultano essere gli schemi conoscitivi (metafore epistemologiche) atti a formare la realtà1.34. L'apparente stato di crisi dell'artista, visto non più come collocantesi sopra la realtà, ma, come ogni persona, all'interno di essa, e le sue capacità ad influire su di essa spingevano Eco ad elaborare una teoria del simbolico capace di rendere conto del vero contenuto dell'opera, il discorso dell'arte. Questo discorso si situa al crocevia della cultura, o per dirla con Bakhtin, in un rapporto dialogico con il con-testo culturale. Anche se l'arte moderna, d'avanguardia, metteva in crisi questo rapporto dialogico:

l'operazione dell'arte che tenta di conferire una forma a ciò che può apparire disordine, informe, dissociazione, mancanza di ogni rapporto, è ancora l'esercizio di una ragione che tenta di ridurre a chiarezza discorsiva le cose; e quando il suo discorso pare oscuro è perché le cose stesse, e il nostro rapporto con esse, è ancora molto oscuro.1.35
L'elaborazione di una teoria del simbolico (la semiotica) riterrà Eco dall'adesione complice alle idee di Althusser (autonomia della cultura riguardo alla struttura economica) e alla orgia teorica del secondo Barthes, Kristeva e altri membri del gruppo Tel Quel. Le convergenze (e ce ne sono) finali tra Eco e certi teorici francesi non possono lasciare in ombra le divergenze sul piano dello statuto epistemologico delle diverse teorie. Un semplice panorama storico permette di indebolire tale assimilazione anacronica:

1968. Lo strutturalismo ha oramai invaso l'Italia1.36. Si era domiciliato anzitutto nelle ricerche svolte dai filologi come Segre, Corte e Avalle. Ma ha anche offerto quel metodo cercato da Eco che dovrebbe permettere lo studio di diversi tipi di fenomeni sociali sulle basi di una stessa teoria. Inoltre, portava con sé i primi studi d'orientamento semiologico. Il saggio che ha rappresentato a lungo il credo della giovane disciplina semiotica era gli Eléments de sémiologie di Roland Barthes. Eco ne ha sottolineato l'importanza fondamentale:

Nel 1964 Barthes pubblicava su Communications numero 4 i suoi ``Eléments de sémiologie''. Mi pare giusto ricordare qui ciò che quel testo, volutamente umile e compilatorio, ha costituito per tutti noi che ci interessiamo oggi di semiotica: un impulso a lavorare sui sistemi di segni e sui processi di comunicazione, magari poi in direzioni diverse, magari ostinatamente ancora, dopo che Barthes si era sempre più disinteressato alla teoria pura. Ma senza l'appello di Barthes molto cose non sarebbero successe.1.37
Nel suo saggio Barthes tentò di abbozzare una teoria semiologica generale fondata soprattutto sull'interpretazione hjelmsleviana del progetto storico di Saussure. Se i fondamenti teorici delle idee di Barthes erano già proprietà comuni, erano le applicazioni ad essere tra le proposte più originali degli Eléments. Ed ecco che sorgono i paralleli tra lo scritto barthesiano e la raccolta Apocalittici e integrati di Eco (entrambi, appunto, del 1964): partendo da una polimorfia del materiale, Eco era, come abbiamo già sottolineato, alla ricerca di un approccio polivalente e unificatore; mentre Barthes si discostava via via dall'elaborazione di una solida teoria semiotica per tuffarsi in esperimenti pluritestuali e divergenti. Nel 1977, Barthes affermava:

Inoltre, se è vero che sin dall'inizio ho legato la mia ricerca alla nascita e allo sviluppo della semiotica, è anche vero che ho pochi diritti di rappresentarla, tanto sono stato incline a eluderne la definizione, non appena questa mi sembrava formata, e ad appoggiarmi alle forze eccentriche della modernità, più vicino a Tel Quel che non alle numerose riviste che, nel mondo, attestano il vigore della ricerca semiologica.1.38
Durante l'elaborazione della Struttura assente, Barthes pubblicò ancora Système de la mode (1967), un'applicazione assai rigorosa della teoria esposta tre anni prima, al fenomeno della moda.

Ma, paradossalmente, questo breve ``excursus'' sull'apporto di Barthes alla semiotica echiana non ci insegna nulla sulla originalità della Struttura assente. Pubblicato nel 1968, anno mitico della ``svolta'' del pensiero culturale nell'Occidente, il libro presentava una soluzione originale di un problema che costituiva il punto cruciale nei discorsi polemici della nuova intellighenzia italiana: la critica dello strutturalismo. Negli anni Sessanta, Eco si era legato alla sinistra intellettuale extra-parlamentare. Ne testimoniano la sua adesione al Gruppo 63 e la sua collaborazione alle riviste Il Verri, Il menabò, Marcatré e Quindici. La nuova sinistra si mostrava diffidente nei confronti delle nuove teorie strutturali transalpine. Infatti, la dottrina storico-materialista di questi intellettuali non poteva accettare una teoria (e, quindi, un'ideologia) basata su dei presupposti idealisti come l'assioma dell'immanenza (``vedrai che tout se tient'') e la massima dell'ergocentrismo (a priori esclusivista a-sociologica). Ma Eco, il quale, dopo gli shock ``subiti intorno al 1963'', era più che mai convinto dell'utilità delle teorie strutturaliste, non poteva non cercare di giustificare questo suo entusiasmo per i nuovi ``strumenti critici''. Comunque bisogna sottolineare che per Eco ogni giustificazione implica una valutazione rigorosamente critica del discorso in questione.

La critica svolta nella Struttura assente parte dalla volontà di elaborare una teoria semiotica, da un lato, e da due esperienze critiche, dall'altro. La prima esperienza critica importante era quella della critica dell'universo tomista, svolta nella sua tesi di laurea (1954). Nella conclusione a una riedizione (1970) della sua tesi, Eco indica i paralleli tra la sua critica della metodologia tomista e quella dello strutturalismo:

Rileggere strutturalisticamente un testo medievale non è scelta casuale. Lo strutturalismo trova non poche ascendenze nella forma mentis scolastica: è scolastica la pretesa strutturalistica al discorso interdisciplinare, a una logica universale, alla riduzione di tutte le scienze umane a una scienza leader (che per lo strutturalismo è la linguistica), di cui le altre siano ``ancillae''. Del pari il pensiero scolastico ha due caratteristiche che lo apparentano al pensiero strutturale: procede per partizioni binarie [...] ed è pensiero del sincronico [...]. In realtà il pensiero scolastico ad altro non ha mai preteso se non a risolvere la realtà in modelli esplicativi, salvo la persuasione che questi modelli non fossero costruzioni dell'intelligenza ma aspetti della realtà: tuttavia, a parte il fatto che anche il pensiero medievale, nella disputa degli universali, si pone il problema di una opposizione tra nominalismo e concettualismo negli stessi termini in cui se li pone oggi lo strutturalismo (o viceversa), occorre anche dire che, del pari, non è [...] chiaro sino a qual punto oggi lo strutturalismo rifiuti di qualificare ontologicamente i modelli conoscitivi che maneggia. In un caso e nell'altro abbiamo una ricerca basata sulla formulazione di ``universali''.1.39
Il brano non richiede ulteriori spiegazioni.

La seconda esperienza critica risale agli anni della redazione di Opera aperta. In un capitolo intitolato ``Apertura, informazione, comunicazione'' Eco proponeva una teoria (proveniente dalle discipline fisico-matematiche e dalla cibernetica) capace di rendere conto della quantità di informazione di opere d'arte ad alta ``entropia''. Il modello comunicativo maneggiato da queste teorie d'origine anglosassone svolgerà un ruolo di primo piano nella costituzione logica del progetto semiotico echiano, delineato per la prima volta, quindi, nella Struttura assente.

Queste due esperienze permisero a Eco di criticare sia i presupposti epistemologici dello strutturalismo che le applicazioni della teoria ai problemi semiotici. La prima critica venne esposta nella sezione D del suo saggio ``La Struttura assente (epistemologia dei modelli strutturali)''. Non è casuale che la sezione abbia dato il titolo al libro. È stata senza dubbio la parte più polemica del libro, basti leggere le reazioni menzionate nella prefazione dell'edizione del 1980. Ma è soprattutto perché le conclusioni critiche della sezione D, vanno interpretate in un senso meta-semiotico, cioè, costituiscono i fondamenti d'una logica sia dello strumento (il metodo semiotico) che del materiale (la comunicazione vera e propria e il suo lato operatorio, la nozione di codice).

Eccoci così arrivati alla seconda critica1.40. La semiotica d'impostazione strutturalistica portava con sé due tendenze parallele a seconda della nozione chiave: o si studiava la comunicazione (Buyssens), o si studiava la significazione (Barthes). Attraverso il modello comunicativo ereditato dalla teoria della comunicazione e la teoria della significazione (lo studio dei codici), Eco riusciva a progettare una teoria semiotica applicabile ai più diversi fenomeni segnici. La tensione tra i due punti di vista verrà adoperata nel Trattato di semiotica generale (1975) per elaborare una teoria generale fondata sulla dicotomia (relativa!) teoria dei codici/teoria della produzione segnica.

Come si sa, Barthes di inspiriva alla linguistica hjelmsleviana e Buyssens era il ritrovato primogenito semiologico di Saussure. Così, si correva il rischio di fare della semiotica una disciplina linguistica, anche se il progetto saussuriano aveva previsto una gerarchia opposta:

On peut donc concevoir une science qui étudie la vie des signes au sein de la vie sociale; elle formerait una partie de la psychologie sociale, et par conséquent de la psychologie générale; nous la nommerons sémiologie (du grec semeîon, ``signe''). Elle nous apprendrait en quoi consistent les signes, quelles lois les régissent. Puisqu'elle n'existe pas encore, on ne peut dire ce qu'elle sera; mais elle a droit à l'existence, sa place est déterminée d'avance. La linguistique n'est qu'une partie de cette science générale, les lois que découvrira la sémiologie seront applicables à la linguistique, et celle-ci se trouvera ainsi rattachée à un domaine bien défini dans l'ensemble des faits humains.1.41
Barthes, com'è noto, ha rovesciato questo ordine (``Tout système sémiologique se mêle de langage''). Il problema della relazione tra lingua e altri sistemi segnici è stato affrontato in diverse maniere. C'era chi negava la dimensione linguistica di sistemi non verbali (Lévi-Strauss), c'era chi, come Barthes, applicava le categorie linguistiche ad ogni fenomeno segnico. Questa seconda opzione ha riscosso molto successo tra i rappresentanti della cosiddetta ``scuola francese''1.42. Eco ha criticato la semiologia glottocentrica in un discorso sui segni visivi nella sezione B della Struttura assente. Partendo da un esame dell'iconismo, riesce a proporre una sistemazione dei fenomeni visivi e visuali nell'universo segnico. Come abbiamo già sottolineato, la comunicazione cinematografica aveva posto problemi assai spinosi alla giovane disciplina semiotica. La semiologia strutturalista si era avvalsa del concetto della doppia articolazione. Insieme a quella dell'arbitrarietà del segno, la nozione in questione non riusciva a rendere conto della ``natura comunicativa'' del cinema (e dei segni visivi in generale); vale a dire che non permetteva di spiegare come il segno cinematografico fosse stratificato, organizzato dalla compresenza di codici di diversi tipi. Si doveva quindi abbandonare la nozione della doppia articolazione, principio dell'economia linguistica, per elaborare un approccio analitico (anch'esso economico, s'intende, ma metodologicamente) capace di descrivere ogni fenomeno visivo complesso (pubblicità, teatro, ecc.), scoprendo anche le interazione tra codici materialmente diversi. Ma per il cinema la decodificazione di tali messaggi sembrava richiedere un riconoscimento ``delle cose filmate'' ossia dei referenti, della realtà rappresentata. Per quanto riguarda questa ``realtà'', Eco sostiene che è appunto la struttura stratificatissima (per non dire articolatissima) del linguaggio cinematografico a darci quella impressione del reale. Per quanto riguarda lo statuto di questi segni visivi (le icone di Peirce), Eco ha svolto una critica dell'iconismo che approfondirà successivamente nel Segno (1973) e soprattutto nel Trattato di semiotica generale (1975)1.43.

Possiamo concludere, sottolineando i punti salienti della Struttura assente. Eco ci espone un progetto di semiotica generale capace di analizzare ogni fenomeno segnico. Si avvale dei risultati di diverse teorie, tra cui la linguistica strutturale. Ammettendo la rilevanza teorica dello strutturalismo per l'elaborazione di un progetto semiologico, conduce una critica della metodologia strutturale e dei presupposti filosofici, perché:

non tutti i fenomeni comunicativi sono spiegabili con le categorie della linguistica.1.44
Nel 1975 esce il Trattato di semiotica generale. Generalmente questo scritto teorico viene considerato come l'ultima summa del pensiero semiotico di Umberto Eco, e così facendo, viene inserito nell'elenco delle opere di teoria semiotica ``da non trascurare''. Queste affermazioni vanno comunque relativizzate, basti dare un'occhiata alla prefazione. Eco apre con una citazione di Pascal:

Qu'on ne dise pas que je n'ai rien dit de nouveau: la disposition des matières est nouvelle.1.45
Segue una lista di opere precedenti di cui Eco ha ripreso alcuni problemi riguardanti certuni capitoli del Trattato. Ancora uno scritto provvisorio quindi? Per Eco, sembra di no:

nel nostro secolo, un libro non è mai un prodotto definitivo: ma poi aggiungiamo che, tra i miei, questo è un po' più definitivo degli altri. [...] da ora accetterò discussioni sui limiti e le possibilità della semiotica solo sulla base di queste pagine.1.46
Che cosa cambia e che cosa rimane? Come era già il caso per la Struttura assente, il Trattato di semiotica generale fa il punto di una data fase della ricerca semiotica. Ma la disciplina semiotica, come si sa, è cambiata molto nei sette anni che separano i due scritti. La semiotica si era organizzata attorno a riviste e associazioni, creando così un'atmosfera di scambio internazionale. Mentre le importazioni teoriche si situavano soprattutto sul continente europeo durante gli anni Sessanta, adesso erano le teorie americane d'ispirazione peirciana a fertilizzare il discorso metasemiotico. Anche Eco ha risentito l'influenza della semiotica peirciana in quegli anni. Astrazione fatta per qualche accenno nella Struttura assente (attraverso le opere di Bosco, Ogden e Richards, Bense e Morris), le prime applicazioni della semiotica di Peirce risalgono alla pubblicazione delle Forme del contenuto, redatta negli anni 1969-1971. Questo libro raccoglieva le parti riscritte per le edizioni straniere della Struttura assente. Ed è in questo contesto che si colloca il progetto del Trattato: ristrutturando la Struttura assente per un'edizione in lingua inglese, il lavoro si stava via via discostando dall'originale italiano per formare una vera e propria risistematizzazione delle sue teorie precedenti. E non per caso usciva contemporaneamente all'edizione italiana del Trattato, una versione in inglese: A Theory of Semiotics.

Allora, che c'era di nuovo? Abbiamo già parlato delle due tendenze semiotiche provenienti dai paesi francofoni: la semiotica della significazione (Barthes) e la semiotica della comunicazione di cui il capostipite era Eric Buyssens. Eco ha risolto questa dicotomia teorica promovendola a struttura fondamentale del ragionamento del Trattato. Infatti, lo scritto si divide in due parti: una teoria dei codici e una teoria della produzione segnica. Il parallelismo è chiaro, se si considera che:

c'è sistema di significazione (e pertanto codice) quando esiste una possibilità socialmente convenzionata di generare funzioni segniche, indipendentemente dal fatto che i funtivi di tali funzioni siano unità discrete dette ``segni'' oppure vaste porzioni discorsive, purché la correlazione sia stata posta precedentemente e preliminarmente da una convenzione sociale.
Al contrario, si ha processo di comunicazione quando le possibilità provviste da un sistema di significazione sono sfruttate per produrre FISICAMENTE delle espressioni, e per diversi fini pratici.1.47
Eco non sarebbe uscito dall'impasse della dicotomia se non avesse esplicitato le relazioni che esistono tra i due componenti della sua teoria. Si tratta di una relazione dialettica. Ciò si spiega con una giustapposizione di tre citazioni, la prima estratta dalla Struttura assente, le due altre dal Trattato:

Una volta ricordato come Saussure distingue opportunamente la langue, che è il deposito di regole su cui si basa il parlante, e la parole che è l'atto individuale attraverso cui il parlante usa la langue e comunica ai suoi simili, avremo ritrovato la coppia codice-messaggio; e come per la coppia codice-messaggio anche la coppia langue-parole definisce l'opposizione tra un sistema teorico (la langue non esiste fisicamente, è una astrazione, un modello creato dal linguista) e un fenomeno concreto (il mio messaggio di ora, il vostro messaggio di risposta, e così via.1.48

Sia chiaro che la distinzione tra teoria dei codici e teoria della produzione segnica non corrisponde esattamente a quella tra langue e parole né a quella tra competence e performance (così come non corrisponde a quella tra sintattica e semantica da un lato e pragmatica dall'altro.1.49

Una volta ammesso che i due modi d'approccio seguono diverse linee metodologiche e richiedono diversi apparati categoriali, è peraltro necessario riconoscere che, nei processi culturali, i due fenomeni sono strettamente intrecciati.1.50
C'è quindi stato uno slittamento. Nella Struttura assente Eco credeva di aver trovato nello strutturalismo metodologico un valido punto di partenza per l'elaborazione di un progetto semiotico. Ribadiamo però che Eco non poteva accettare in modo acritico (stavamo per dire ``in un modo integrato'') gli esiti semiotici della linguistica strutturale e dello strutturalismo in generale. Così, sono presenti nella Struttura assente i due termini della coppia significazione/comunicazione, ed Eco cercava di inserirli in un discorso (tutto sommato poco omogeneo) sui fondamenti dei processi segnici. La relazione teorica tra i due rimaneva comunque problematica. Nel Trattato il problema viene risolto con una promozione allo stato di quadro teorico generale (cfr. la suddivisione del Trattato), una esplicitazione dei rapporti che trattengono i due termini, e una teoricizzazione del materiale semiotico (il problema del referente, la menzione, l'ostensione e soprattutto l'iconismo). La relazione tra sistema di significazione/processo di comunicazione è dialettica. E questo sembra costituire l'ipotesi di lavoro su cui si basa l'intero Trattato. Va sottolineato che la dialettica dinamizza un'opposizione binaria. Ora, la dialettica non è un'invenzione di Eco, basti pensare a Hegel e Marx. Ma l'originalità sta nell'introdurre la dialettica in un discorso semiotico dominato dal binarismo (il cui complice principale fu Jakobson; si tenga presente, per esempio, la sua interpretazione delle triadi peirciane). C'era chi, come Greimas, tentava di risolvere il binarismo con la compresenza di termini relazionali come disgiunzione/congiunzione, ma si trattava semplicemente dell'elevazione del binarismo alla seconda potenza (il quadro semiotico). Analizziamo il ragionamento di Eco. Distingue due vie d'accesso, due punti di vista per arrivare ad altrettanti costrutti semiotici:

Un sistema di significazione è pertanto un COSTRUTTO SEMIOTICO AUTONOMO che possiede modalità d'esistenza del tutto astratte, indipendenti da ogni possibile atto di comunicazione che le attualizzi.
Al contrario (eccetto che per i semplici processi di stimolazione) ogni processo di comunicazione tra essere umani - o tra ogni altro tipo di apparato ``intelligente'', sia meccanico che biologico - presuppone un sistema di significazione come propria condizione necessaria.1.51
Quindi i due approcci hanno statuti epistemologici differenti. Il che non è il caso della realtà empirica ``semioticizzata'', cioè la cultura:

nei processi culturali, i due fenomeni sono strettamente intrecciati. Ecco dunque perché chi volesse tracciare oggi un elenco o una mappa del campo semiotico dovrebbe prendere in considerazione insieme ricerche che paiono volta a volta dipendenti da uno dei due diversi punti di vista.1.52
Quindi necessità metodologica versus realtà empirica? Sí, ma questo è un altro problema (di dialettica)1.53. Fatto sta che Eco confuta una distinzione troppo rigorosa dal punto di vista metodologico:

È assolutamente necessario chiarire una volta per tutte questa distinzione, per evitare pericolosi equivoci e per sottrarsi a una scelta che taluni studiosi impongono come irrimediabile: è verissimo che esiste una grande differenza tra una semiotica della comunicazione e una semiotica della significazione, ma questa distinzione non deve però risolversi in una opposizione senza mediazioni possibili.1.54
Paradosso? Diciamo piuttosto una tensione dinamica. Questa dinamicità permette, come afferma lo stesso Eco, di correggere l'apparato categoriale della sua teoria propter ac praeter necessitatem. Ma, inevitabilmente, la tensione lascia delle tracce contraddittorie. Per esempio, nel paragrafo ``La tipologia dei segni'', Eco afferma che:

la nozione di binarismo è diventata un dogma imbarazzante solo perché l'unico modello disponibile era quello fonologico. Di conseguenza la nozione di binarismo è stata associata a quella di stati discreti, dal momento che in fonologia la selezione binaria era applicata a entità discrete.1.55
Ma quando si tratta di definire il termine-chiave del suo ragionamento, l'unità culturale (o significato), Eco sostiene che:

Una unità culturale non può essere però identificata soltanto attraverso la serie dei propri interpretanti. Essa deve essere definita come POSTA in un sistema di altre unità culturali che vi si oppongono o la circoscrivono. Un'unità culturale ``esiste'' solo in quanto ne viene definita un'altra che vi si oppone.1.56
La contraddizione appare ancora più strana leggendo quello che scrive Greimas sull'articolazione semica:

Les éléments de signification ainsi dégagés [dall'astrazione semica di due termini-oggetti opposti] sont désignés par R. Jakobson comme traits distinctifs et ne sont, pour lui, que la traduction anglaise, retraduite en français, des éléments différentiels de Saussure. Par souci de simplicité terminologique, nous proposons de les appeler sèmes.1.57
L'incoerenza non sussiste più, se si considera che la citazione di Eco sull'unità culturale va interpretata dal punto di vista paradigmatico, vale a dire della selezione, da un lato, e della interpretazione, dall'altro. Si tratta, quindi, dell'area in cui si opera una scelta di un'unità culturale sia per la codifica che per la decodifica. Quando, invece, si cerca di descrivere un codice, ci si avvede ben presto della dinamicità intrinseca dell'unità culturale (il significato) e del suo supporto materiale, il significante. Si arriva così ad una definizione dinamica del segno:

(a) UN SEGNO NON È UNA ENTITÀ FISICA, dato che l'entità fisica è al massimo l'occorrenza concreta dell'elemento pertinente dell'espressione; (b) UN SEGNO NON È UNA ENTITÀ SEMIOTICA FISSA ma piuttosto il luogo di incontro di elementi mutuamente indipendenti, provenienti da due diversi sistemi e associati da una correlazione codificante. Propriamente parlando non vi sono segni, ma funzione segniche.
Una funzione segnica si realizza quando due funtivi (espressione e contenuto) entrano in mutua correlazione: ma lo stesso funtivo può anche entrare in correlazione: ma lo stesso funtivo può anche entrare in correlazione con altri elementi, diventando così un funtivo diverso che dà origine a un'altra funzione segnica.
Quindi i segni sono i risultati provvisori di regola di codifica che stabiliscono correlazioni transitorie in cui ciascun elemento è, per così dire, autorizzato ad associarsi con un altro elemento e a formare un segno solo in date circostanze previste dal codice.1.58
Da ciò che precede, risulta chiaro che è sempre presente la dicotomia saussuriana sincronia/diacronia. Mentre per Saussure essa costituiva una distinzione metodologica (se ha poi avuto conseguenze ontologiche non è colpa sua), in Eco, invece, viene collocata all'interno della coppia segno-codice. Non basta, quindi, dire che un segno è un'entità transitoria, ma bisogna anche chiedersi quali contenuti, quali unità culturali possono essere virtualizzati da una correlazione con una espressione quale è prevista da un dato codice. Detto in altre parole, bisogna inserire nell'approccio un momento sincronico per delineare lo Spazio Semantico Globale avvero la Forma del Contenuto nel senso hjelmsleviano. L'analisi di questo Spazio Semantico Globale pone un problema fondamentale: la descrizione. Come analizzare/descrivere una data unità culturale? Il semiologo deve descrivere con un metalinguaggio (che non è altro che un costrutto semiotico, un codice) un contenuto (altro costrutto semiotico). Come uscire dall'impasse? Nella prima parte del Trattato (``Teoria dei codici'') Eco dà una rassegna di alcune soluzioni classiche. La prima (chiamata il modello KF, dai teorici Katz e Fodor) ha l'aspetto dei famosi alberi della grammatica generativa e trasformazionale. Eco dimostra egregiamente i sei difetti che presenta l'analisi componenziale:

(i) il modello KF ha i limiti di un dizionario; (ii) le marche semantiche sono entità platoniche; (iii) le connotazioni non sono prese in considerazione; (iv) i contesti non sono previsti; (v) i distinguishers esibiscono una impurità estensionale; (vi) il modello descrive solo espressioni verbali e termini categorematici.1.59
Invece di adottare la forma di un dizionario, un modello semantico deve integrare anche ``le opinioni correnti'' (statisticamente verificabili) perché esse sono unità culturali nella stessa misura in cui i ``vocaboli'' lo sono. Il modello deve quindi prendere la forma di una enciclopedia. Nel modello KF, le marche semantiche (come ``animato'', ``umano'', ``maschile'', ``giovane'', ecc.) non vengono analizzate, sono apparentemente universali. Esse sono invece interpretanti del dato contenuto, perdendo di conseguenza ogni valore teorico per quanto poste come nozioni descrittive fisse. L'assenza delle connotazioni nel modello KF è la conseguenza diretta di una ramificazione retta da una gerarchia iperonimica (e non contestuale o circostanziale) delle marche semantiche. I distinguishers sono ``impuri'' perché danno descrizioni ad hoc del referente, costituendo così, come afferma Eco, una petitio principii. Il modello KF si ispira ad una intuizione primitiva (incoraggiata dalla tradizione lessicologica) secondo la quale i sincategorematici non avrebbero un significato intrinseco per cui ci si deve limitare all'analisi atomista di termini (i ``categorematici'') isolati, come avviene, appunto, nei dizionari.

Per rimediare a questi difetti, Eco propone il Modello Semantico Riformulato (MSR) perché esso:

intende inserire nella rappresentazione semantica tutte le connotazioni codificate che dipendono dalle denotazioni corrispondenti, insieme alle SELEZIONI CONTESTUALI e CIRCOSTANZIALI.
Queste selezioni distinguono i diversi percorsi di lettura del semema come enciclopedia, e determinano l'assegnazione di molte denotazioni e connotazioni. Esse non sono materia di conoscenza empirica e ad hoc dei referenti, ma elementi di informazione codificata, cioè unità semantiche dello stesso tipo delle marche, salvo che svolgono una funzione di SCAMBIO (nel senso ferroviario del termine).1.60
Il MSR permette di ovviare alla maggior parte degli inconvenienti del modello KF. Le selezioni contestuali e circostanziali allargano il modello semantico ad una rappresentazione enciclopedica del semema. Esse descrivono le varie letture possibili perché reggono una gerarchia di interpretanti codificati. Il MSR può essere utilizzato per analizzare i termini sincategorematici e le espressioni non verbali, quali gli indici cinesici. Però, il MSR non presenta una soluzione ultima dei problemi posti dal modello KF:

L'analisi componenziale1.61 isola nel semema percorsi di lettura o sensi composti dai diversi nodi che rappresentano le marche semantiche. Nel modello KF tali marche diventavano a un certo punto definizioni complesse e implicitamente referenziali (i distinguishers) mentre nel MSR tutto è ridotto a una rete di unità culturali. Ma rimane aperta la domanda circa le unità culturali quali sono registrate nell'albero componenziale.1.62
Il problema è che anche il MSR presenta delle marche semantiche che non possono sottrarsi ad un'analisi semica ulteriore. Questa situazione (che non è altro che la conseguenza metasemiotica della semiosi illimitata di Peirce) implica che la rappresentazione semica di un dato semema comporterebbe una ramificazione all'infinito. Il problema viene quindi spostato dalla unità culturale (come punto di partenza di un'analisi) alla ramificazione connessa.

Per uscire da questa impasse, Eco propone il modello Q ( da M.R. Quillian, elaboratore di un modello della memoria semantica):

questo modello prevede la definizione di ogni segno grazie alla interconnessione con l'universo di tutti gli altri segni in funzioni di interpretanti, ciascuno di essi pronto a diventare il segno interpretato da tutti gli altri: il modello nella sua complessità si basa su un processo di SEMIOSI ILLIMITATA.1.63
Ecco una descrizione soddisfacente dello Spazio Semantico Globale. Eco sottolinea che ogni volta che una porzione di questo spazio viene descritta, cambia la rappresentazione, perché i diversi codici vi intervengono, risistemando continuamente le relazioni tra gli interpretanti (di diversi segni). Inoltre, Eco annuncia l'importanza di una descrizione topologica dello Spazio Semantico Globale:

Un simile modello può ancora ricevere una configurazione grafica bidimensionale quando se ne esamina una parte (ed è comprensibile che nella sua simulazione meccanica, grazie al numero limitato di tokens assunti, sia possibile conferirgli una struttura descrivibile). Ma di fatto nessun grafo è in grado di rappresentarlo nella sua complessità. Esso dovrebbe apparire come una sorta di rete polidimensionale, dotata di proprietà topologiche, dove i percorsi si accorciano e si allungano e ogni termine acquista vicinanze con altri, attraverso scorciatoie e contatti immediati, rimanendo nel contempo legato a tutti gli altri secondo relazioni sempre mutevoli.1.64
Sarà la teoria delle catastrofi a fornire i requisiti topologici, proponendo un modello descrittivo con nozioni della topologia quali il ``dispiegamento universale'' e la coppia locale/globale. Più tardi, avvalendosi delle proposte di Deleuze, Eco parlerà della struttura rizomatica dello SSG1.65. La costatazione a cui era giunto Eco dopo il suo panorama dei diversi modelli ha conseguenze dirette per quanto riguarda la descrizione dei codici:

Si suppone che il codice renda equivalenti gli elementi di due sistemi, vuoi termine a termine, vuoi stringa a stringa e così via. Ma lo studio dei sistemi semantici mostra che (quando per esempio si parla della lingua come codice) è necessario considerare una vasta serie di sistemi parziali (o campi) del contenuto, che sono variamente correlati con insiemi di unità dell'espressione.1.66
Possiamo concludere questo breve panorama della prima parte del Trattato, sottolineando i punti salienti del discorso sulla ``teoria dei codici''. La realtà empirica ci dice che il materiale semiotico è in continuo movimento. Questa costatazione ha due conseguenze sul piano teoretico: la dinamicità dell'universo segnico richiede un momento statico, sincronico per analizzare (``localmente'', nel senso della teoria delle catastrofi) porzioni virtuali dello Spazio Semantico Globale; la teoricizzazione della dinamicità dell'universo segnico implica una definizione del segno in termini di correlazioni provvisorie provviste da un dato codice.

Ma non basta. I risultati della riflessione svolta nella prima parte vanno verificati al livello pragmatico costituito da quelle attività che garantiscono empiricamente la mobilità dello spazio semantico: la produzione segnica e l'interpretazione dei testi. Quest'ultima attività verrà studiata nel Lector in fabula, di cui diremo più avanti. È la prima attività pragmatica citata, la produzione segnica, che darà luogo al discorso teorico nel capitolo ``teoria della produzione segnica''. Eco vi presenta una tipologia dei segni basata sul lavoro produttivo che essi richiedono:

l'emissione presuppone un LAVORO. Anzitutto, il lavoro di produzione del segnale, poi il lavoro richiesto dalla scelta - tra segnali di cui dispongo - di quelli da combinare tra loro per comporre un'espressione, e infine il lavoro richiesto dalla identificazione di unità espressive da combinare in sequenze espressive, messaggi, testi.1.67
Eco distingue nella produzione segnica tre processi che gli permettono nello stesso tempo di proporre e di minare una classificazione tipologica dei segni:

Il lavoro svolto per manipolare il continuum espressivo, onde produrre occorrenze concrete di dati significanti, porta a evidenza immediata il fatto che ci sono diversi tipi di segni. Se la teoria dei codici, nel suo sforzo di offrire una definizione unificata della funzione segnica, aveva volutamente obliterato queste differenze, la teoria della produzione segnica, considerando il lavoro effettivo e materiale che occorre per produrre i significanti, è obbligata a riconoscere che vi sono diversi modi di produzione e che questi sono dovuti a un triplice processo: (i) il processo di MANIPOLAZIONE del continuum espressivo; (ii) il processo di CORRELAZIONE dell'espressione formata a un contenuto; (iii) il processo di CONNESSIONE tra questi segni ed eventi reali, cose o stati del mondo. Questi tre processi sono strettamente interconnessi: una volta posto il problema della formazione del continuum espressivo, nasce quello della sua relazione col contenuto e col mondo. Ma al tempo stesso si capisce che quelli che erano comunemente chiamati ``tipi di segni'' non sono il risultato chiaro e inequivocabile di queste operazioni, bensì il risultato della loro interrelazione complessa [...]. Quindi una tipologia dei segni dovrà cedere il passo a una tipologia dei modi di produzione segnica: mostrando una volta di più la vacuità della nozione classica di ``segno'', finzione del linguaggio quotidiano, il cui posto teorico va occupato dalla nozione di funzione segnica come risultato di diversi tipi di operazione produttiva.1.68
Una classificazione dei modi di produzione segnica non si baserà soltanto sui tre processi appena indicati. Infatti, essa dovrà anche tener conto di quattro parametri: il lavoro fisico necessario a produrre l'espressione, l'articolazione, il continuum da formare e il rapporto tipo-occorrenza (ratio facilis vs ratio difficilis)1.69. Un modo di produzione specifico sembra fuggire a tali classificazioni: la funzione estetica alias l'invenzione. Abbiamo già sottolineato più volte la necessità di considerare la realtà semiotica come una continua dialettica tra codici e messaggi. Questi codici sono costrutti semiotici autonomi in quanto erano definiti sistemi di significazione. Ma tutto ciò non esclude la possibilità che i messaggi abbiano le capacità di riorganizzare o di formare dei codici. Ed è in questo contesto che si colloca la nozione di invenzione. Questo modo di produzione segnica ha un'importanza fondamentale in un discorso metasemiotico perché esso rende conto della tensione (presente in ogni atto comunicativo) tra la rule gouverned creativity e la rule rule gouverning creativity. Eco lo definisce così:

Definiamo come INVENZIONE un modo di produzione in cui il produttore della funzione segnica sceglie un nuovo continuum materiale non ancora segmentato ai fini che si propone, e suggerisce una nuova materia di dargli forma per TRASFORMARE in esso gli elementi pertinenti di un tipo di contenuto.
L'invenzione rappresenta il caso più esemplare di ratio difficilis realizzata in una espressione eteromaterica. Poiché non esistono precedenti circa il modo di correlare espressione e contenuto, occorre ISTITUIRE in qualche modo la correlazione e renderla accettabile.1.70
Nel messaggio estetico, l'invenzione raggiunge il suo massimo livello perché crea sia una nuova espressione che un nuovo contenuto, formando così un nuovo modello percettivo. Ci sono però diversi gradi invenzione:

Per avere invenzione sono invece necessari due topi di procedimento, di cui uno sarà definito moderato e l'altro radicale: si ha INVENZIONE MODERATA quando si proietta direttamente da una rappresentazione percettiva in un continuum espressivo, realizzando una forma della espressione che detta le regole di produzione dell'unità di contenuto equivalente.1.71
Nel caso della invenzione moderata, il mittente, il produttore dei segni, si serve di un'espressione della quale il grado di codifica è superiore al contenuto da trasmettere. Egli opera quindi una correlazione della quale il funtivo del contenuto non è codificato ma che si inserisce tuttavia in un modello percettivo (semantico) codificato. Dal punto di vista del destinatario, il lavorío di decodifica ``procede all'indietro''. In caso di successo, il nuovo contenuto originale si sottometterà al gioco continuo di nuove correlazioni, e entrerà a far parte dell'insieme di unità culturali attualizzabili.

Il caso delle INVENZIONI RADICALI è invece alquanto diverso, poiché qui il mittente praticamente ``scavalca'' il modello percettivo e ``scava'' direttamente nel continuum informe, configurando il percetto nello stesso momento in cui lo trasforma in espressione. [...] Ed è solo dopo aver realizzato l'espressione fisica che anche la percezione assume una forma e dal modello percettivo si può passare alla rappresentazione sememica.1.72
È ciò che avviene nelle avanguardie sperimentali. E se Eco aveva già teorizzato in chiave estetica l'invenzione radicale (Opera aperta), non ha aspettato molto per relativizzarla1.73.

L'attenzione dedicata al messaggio estetico non è del tutto casuale. Come abbiamo già visto, la produzione estetica coinvolge tutti gli aspetti (processi e parametri) della produzione segnica in generale. Inoltre, dà un'immagine in vitro, ma quanto mai viva, dell'intreccio semiosico, della continua azione reciproca tra i sistemi di significazione (i codici) e i processi di comunicazione (la produzione segnica). Ed ecco che abbiamo ritrovato il ruolo della poetica e della retorica nella disposition de la matière della linguistica jakobsoniana.

Se nel Trattato, la problematica della produzione segnica veniva esposta a scapito dell'interpretazione segnica, Eco correggerà questo squilibrio teorico nel Lector in fabula. Ritornando al suo vecchio amore dell'opera aperta, Eco vi espone in un modo più articolato e teoricamente fondato, le condizioni e le modalità dell'interpretazione testuale. L'attenzione a problemi letterari era diminuita dopo la sua esperienza con le teorie strutturali. Ora, era necessario riproporre la questione nei termini del Trattato. Il Lector in fabula presenta infatti vent'anni di analisi letterarie, e questo non soltanto perché la versione inglese racchiude oltre alla parte principale una serie di saggi che risalgono quasi tutti agli anni Sessanta. Eco ha sempre cercato come funzionano i meccanismi della comunicazione e della significazione letterarie. Parallelamente a questa ricerca (che in fin dei conti significava una demistificazione del mito della ineffabilità letteraria), si delineava un atteggiamento interdisciplinare, aperto agli sviluppi nel vasto campo della semiotica letteraria e delle discipline limitrofe. In una recensione della versione inglese del Lector in fabula, Thomas Pavel descrive argutamente le attività semiotiche di Eco:

Semioticians are of two kinds - system-builders and explorers. The first devote their energy to the patient construction of elaborate theories, attempting to achieve coherence and exhaustiveness; the latter move with ease from one area of research to another, gathering interesting ideas and methods wherever these can be found, borrowing notions right and left and using them in unexpected, stimulating ways. [...] While for system-builders semiotics is (or should become) a precise science, possessing an inventory of univocal notions susceptible of being listed and explained in a dictionary, explorers take semiotics to be less a dogma than a set of flexible theoretical attitudes. The typical example of system-builders is offered by A.J. Greimas and his group; the most accomplished explorer is Umberto Eco.1.74
Il punto di vista del ragionamento del Lector è quello pragmatico (nel senso della pragmatics anglosassone). Eco cerca di mettere in evidenza quelle proprietà testuali che condizionano l'interpretazione da parte del lettore empirico. Per raggiungere tale scopo, Eco costruisce la nozione di lettore modello. Va sottolineato che questa nozione è un costrutto astratto, vale a dire una somma delle strategie testuali attualizzabili e questo perché:

il testo postula la cooperazione del lettore come propria condizione di attualizzazione. Possiamo dire meglio che un testo è un prodotto la cui sorte interpretativa deve far parte del proprio meccanismo generativo: generare un testo significa attuare una strategia di cui fan parte le previsioni delle mosse altrui - come d'altra parte in ogni strategia.1.75
In questa definizione del testo sono presenti i due lati della relazione comunicativa: la produzione segnica (``un prodotto'', ``generare'') e ovviamente l'interpretazione dei testi. È appunto l'analisi dell'interpretazione quale è prevista dalla produzione che costituisce la giustificazione semiotica di questa ricerca.

Il problema che occorre risolvere adesso è quello della classificazione di queste ``strategie testuali''. L'elaborazione di un apparato cattegoriale si basa su due decisioni metodologiche: la prima (appena indicata nel capitolo introduttivo) parte dalla divergenza dei contesti in cui vanno collocate le diverse teorie letterarie; e la seconda (essa invece esplicitissima) si giustifica metodologicamente, secondo premesse semiotiche ben definite. Queste due opzioni lasciano delle tracce al livello della struttura del Lector, minacciando così l'omogeneità organica dello scritto. E qui sorge di nuovo la caratteristica principale degli scritti echiani: come la Struttura assente e il Trattato, il Lector fa il punto della ricerca semiotica nell'ambito letterario. Eco si rivela di nuovo un mediatore eclettico, un ``operatore interteoretico''.

Vi è però un altro equivoco. Eco non definisce sufficientemente i rapporti tra il lettore modello e il lettore empirico, soprattutto nei capitoli che vertono sui livelli di cooperazione testuale. Vi si trovano nozioni normative come uso ``legittimo'', ``legittimabile'', ``aberrante'', ``malizioso'', ``libero'', ``desiderante'' o ``psichedelico'' dei testi. L'equivoco potrebbe essere risolto, se si trattasse di concetti che caratterizzano il lettore empirico, il che non è sempre il caso. Possiamo indicare almeno due cause della contraddizione, una d'ordine metodologico e l'altra di nuovo di natura bibliografica. La prima causa si riferisce al secondo capitolo ``Peirce: i fondamenti semiosici della cooperazione testuale'', in cui Eco cerca di definire l'interpretante finale di un segno. Questo concetto serve di anello mancante tra la realtà empirica e la semiosi:

Si potrebbe dire che, nel fornire l'immagine di una semiosi in cui ciascuna rappresentazione rimanda a una rappresentazione successiva, Peirce tradisca il proprio realismo ``medievale'': egli non riuscirebbe a mostrare come mai un segno possa essere riferito a un oggetto e dissolverebbe la concreta relazione di denotazione in una rete infinita di segni che rimandano a segni, in un universo finito ma illimitato di fantomatiche apparenze semiosiche. Eppure basta pensare non in termini di realismo ontologico ma di realismo pragmaticistico per rendersi conto che è vero proprio il contrario, e che la dottrina degli interpretanti e della semiosi illimitata conduce Peirce al massimo del proprio realismo ingenuo. Peirce non è mai interessato negli oggetti come insieme di proprietà ma come occasioni e risultati di esperienza attiva. Scoprire un oggetto, lo abbiamo visto, significa scoprire il modus operandi onde produrlo. Un segno può produrre un interpretante energetico o emozionale [...]. Una risposta energetica non richiede di essere interpretata: essa produce (per successive ripetizioni) un'abitudine.1.76
Questo brano è uno dei più importanti nell'intera opera echiana, perché Eco vi si pronuncia sulle sue premesse filosofiche e semiotiche. Ma nel contesto dell'interpretazione testuale va interpretato come la ricerca di una interpretazione vera di un dato segno da cui poi si dovrebbe dedurre dei casi di ``uso aberrante''. Questa costatazione si chiarifica se si legge il testo di Peirce che segue immediatamente una citazione utilizzata da Eco per giustificare le sue posizioni sull'interpretante finale:

The concept which is a logical interpretant is only imperfectly so. It somewhat partakes of the nature of a verbal definition, and is as inferior to the habit, and much in the same way, as a verbal definition is inferior to the real definition. The deliberatly formed, self-analyzing habit - self-analyzing because formed by the aid of analysis of the exercises that nourished it - is the living definition, the veritable and final logic interpretant. Consequently, the most perfect account of a concept that words can convey will consist in a description of the habit which that concept is calculated to produce.1.77
L'affermazione di Peirce evidenzia in modo abbastanza chiaro lo statuto dell'interpretante finale, sia al livello analitico-teorico che al livello della semiosi reale. Per quanto riguarda l'analisi dell'interpretazione dei testi letterari, Eco fa sua la definizione analitico-teorica dell'interpretante finale in quanto abitudine. Al livello semiosico generale, invece, Eco invoca di nuovo una dialettica dinamizzante:

In questa prospettiva, il cerchio della semiosi si chiude ad ogni istante e non si chiude mai. Il sistema dei sistemi semiotici, che potrebbe sembrare un universo culturale idealisticamente separato dalla realtà, di fatto porta ad agire sul mondo e a modificarlo; ma ciascuna azione modificatrice si converte a propria volta in segno e dà origine a un nuovo processo semiosico.1.78
L'interpretante finale peirciano costituisce una giustificazione teorica del momento sincronico nell'analisi semiotica. La conseguenza pratica immediata di questa assunzione risiede nell'arrestare l'attività interpretativa del lettore ad un punto teoricamente accettabile. Ed è lí che interviene la distinzione tra il lettore modello ed il lettore empirico (specie di ``costrutto-residuo''). Ma perché parlare allora di un lettore empirico che sia in grado di fare dei testi letterari un uso ``aberrante'', ``legittimo'', ecc.? La ragione va ricercata nella ``bibliografia'' echiana, cioè in altre teorie letterarie di cui risente l'influsso.

Com'è noto, negli anni Sessanta fiorivano le teorie letterarie d'impostazione strutturalista. A causa del dogma dell'immanenza da un lato, e dell'avversione connessa degli aprocci biografico-storicisti dall'altro, il ruolo del lettore veniva trascurato, anche se queste posizioni si urtavano con le teorie della comunicazione. Questo esclusivismo strutturalista ha fortemente influenzato Eco nelle sue attività critiche:

Si trattava in quegli anni, quasi, di farsi perdonare l'attenzione al momento interpretativo. E se proprio non si volevano tradire i propri interessi, si trattava almeno di cercare di fondarli su basi strutturali. Ecco perché le mie ricerche successive si sono orientate non sulla natura dei testi e sul processo della loro interpretazione ma sulla natura delle convenzioni semiotiche, ovvero sulla struttura dei codici, e sulla struttura più generale dei processi comunicativi.1.79
Parallelamente a questo sviluppo delle teorie letterarie strutturalistiche, nacque l'attenzione al soggetto dello scambio letterario. Va sottolineato che la vicenda strutturalista francese non ha mai escluso un certo psicologicismo. Anzi, questa tendenza figurava già nello scritto del ``leader storico'' dello strutturalismo, cioè nel Cours de linguistique générale di Ferdinand de Saussure (``le signe est unité psychique''). Accanto all'influenza della psicologia associazionista, vi era presente il pensiero sociologico della scuola di Durkheim (``la langue est un fait social''). La compresenza di tali fattori costituiva una caratteristica generativa al livello teoretico. In un articolo sullo sviluppo della semiotica, Herman Parret afferma che:

Toutes les dichotomies saussuriennes, surtout celle de langue/parole, trouvent leur origine dans l'embarras causé par cette superposition du psychologisme et du sociologisme.1.80
Com'è noto, lo strutturalismo francese si era soprattutto occupato di sistemi soprasociali (cioè della langue). Certo, c'era chi, come Bally, aveva analizzato la parole di uno scrittore, ma l'interesse rivolto ai problemi infrasociali si limitava ad una ricerca di prove a sostegno di una teoria generale (Jakobson, che poi non era francese). L'attenzione rivolta al soggetto emerge per la prima volta nella teoria del testo di Julia Kristeva. Nonostante le difficoltà interpretative degli scritti della Kristeva, possiamo proporre una descrizione del valore del soggetto kristeviano. Il soggetto rimane subordinato al sociale, certo, ma la nozione va postulata perché essa costituisce la garanzia empirica (e possibile giustificazione ad hoc) della pratica sociale marxiana. Traducendo nei termini di una semiotica testuale questo assunto, possiamo dire che il soggetto fa parte della produzione di significazione e dello scambio ``semio-sociale'' (l'intertestualità):

Nous désignerons par signifiance ce travail de différenciation, stratification et confrontation qui se pratique dans la langue, et dépose sur la ligne du sujet parlant une chaîne signifiante communicative et grammaticalement structurée.1.81

Mais dans l'univers discursif du livre, le destinataire est inclus uniquement en tant que discours lui-même. Il fusionne donc avec cet autre discours (cet autre livre) par rapport auquel l'écrivain écrit son propre texte; de sorte que l'axe horizontal (sujet-destinataire) et l'axe vertical (texte-contexte) coïncident pour dévoiler un fait majeur: le mot (le texte) est un croisement de mots (de textes) où on lit au moins un autre mot (texte). Chez Bakhtine d'ailleurs, ces deux axes, qu'il appelle respectivement dialogue et ambivalence, ne sont pas clairement distingués. Mais ce manque de rigueur est plutôt une découverte que Bakhtine est le premier à introduire dans la théorie littéraire: tout texte se construit comme mosaïque de citations, tout texte est absorption et transformation d'un autre texte. À la place de la notion d'intersubjectivité s'installe celle d'intertextualité, et le langage poétique se lit, au moins, comme double.1.82
L'importanza della nozione del soggetto nella sémanalyse (specie di semiotica gnoseologica applicata) di Kristeva cambierà nella misura in cui acquisterà lo statuto di nozione-chiave di una teoria critica della pratica linguistica, vale a dire una analisi delle determinazioni storico-sociali che guidano un uso segnico individuale:

In this respect semanalysis carries on the semiotic discovery of which we spoke at the outset: it places itself at the service of the social law which requires systematization, communication, exchange.1.83
Si vede che l'introduzione del soggetto nel discorso teorico kristeviano è una necessità metodologica.

La Kristeva non era soltanto conosciuta per i suoi scritti in volume, ma anche per la sua attività nella redazione di Tel Quel, alla quale collaborava anche Roland Barthes. Come abbiamo già sottolineato, Barthes si era via via disinteressato della semiotica per occuparsi sempre più di quelle ``forze eccentriche della modernità''. Queste forze vanno intese, secondo noi, come i precursori e/o le ripercussioni dello spirito post-sessantottino del rifiuto della razionalità a favore dell'impulso e del desiderio. Crediamo di dover collocare proprio in questo contesto la svolta barthesiana che ha poi portato alla pubblicazione del Plaisir du texte (1973), libricino provocatorio di uno dei maggiori esponenti dello strutturalismo letterario degli anni Sessanta. Un esempio può illustrare il tono del testo:

La névrose est un pis-aller: non par rapport à la santé, mais par rapport à ``l'impossible'' dont parle Bataille (``La névrose est l'appréhension timorée d'un fond d'impossible'', etc.); mais ce pis-aller est le seul qui permet d'écrire (et de lire).1.84
Il brano non lascia più dubbi sulla natura del Plaisir du texte. Con un linguaggio altamente metaforico e pieno di concetti della psicanalisi, Barthes descrive il sentimento che un testo può provocare. Secondo lui, le teorie letterarie (anche quelle strutturali) non riescono a rendere conto del vero funzionamento di un testo letterario:

Que jouissons-nous du texte? Cette question, il faut la poser, ne serait-ce que pour une raison tactique: il faut affirmer le plaisir du texte contre les indifférences de la science et le puritanisme de l'analyse idéologique; il faut affirmer la jouissance du texte contre l'aplatissement de la littérature à son simple agrément. Comment poser cette question? Il se trouve que le propre de la jouissance, c'est de ne pouvoir être dite. Il a donc fallu s'en remettre à une succession inordonnée de fragments: facettes, touches, bulles, phylactères d'un dessin visible: simple mise en scène de la question, rejeton hors-science de l'analyse textuelle.1.85
Come dovrebbe reagire Eco alle affermazioni di Barthes (che poi si avvaleva anche delle proposte della Kristeva)? Il problema era di costruire una teoria semiotica sul ruolo del fruitore del testo. Qual è quindi lo statuto teorico del lettore barthesiano? Nella prefazione dell'ultima edizione di Opera aperta (il che non è del tutto casuale), Eco confessa che:

E mentre sono riconoscente al Barthes degli Eléments de sémiologie non mi entusiasmo per il Barthes del Plaisir du texte perché (naturalmente con una scrittura magistrale), mentre crede di superare la tematica semiotica, la riporta al punto da cui ero partito (e in cui si muoveva anche lui a quei tempi): bello sforzo dire che un testo è una macchina di godimento (che è poi dire che è una esperienza aperta), il problema è di smontare il congegno. E io in Opera aperta non lo facevo abbastanza. Dicevo solo che c'era.1.86
Tutto ciò che abbiamo detto sul soggetto nella letteratura indica la natura bivalente del concetto di lettore modello. Da una parte, il lettore modello è un costrutto semiotico che ha i suoi propri fondamenti nella semiotica peirciana; ma dall'altra, il lettore modello è, proprio come la nozione di opera aperta, una metafora epistemologica, il che vuol dire che acquista lo statuto di ipotesi di lavoro. Nel contesto del Lector in fabula, sarebbe quindi meglio parlare di una metafora semiotica. Ed è appunto la tensione tra il lettore modello in quanto metafora semiotica ed in quanto costrutto semiotico a creare certe incoerenze nei passi sulla relazione testo/lettore.

La distinzione tra lettore modello e lettore empirico verrà teorizzato molto meglio in alcuni capitoli di Semiotica e filosofia del linguaggio (1984). In realtà, questo libro è una raccolta riorganizzata di cinque voci semiotiche scritte per l'Enciclopedia Einaudi (segno, definizione, metafora, simbolo e codice). Nell'introduzione all'edizione inglese, Eco sottolinea lo scopo generale del libro:

The empirical reader of this book could have the impression that its various chapters deal with two theoretical objects, mutually incompatible, each being focused on as the object of a general semiotic approach: the sign, or the sign-function, and semiosis [seguono le definizioni saussuriana e peirciana del segno]. The Model Reader should (as I hope) understand that the aim of this book is to show that these two notions are not incompatible.1.87
Si vede che Eco sviluppa le parti più originali della sua teoria: la dinamicità intrinseca del segno definito in termini di relazioni transitorie provviste da un codice, porzione dello Spazio Semantico Globale in forma di enciclopedia o di rizoma. In questo libro, Eco paragona le sue idee con diverse teorie del linguaggio. Non si tratta qui di dare un resoconto degli esiti di questo confronto, visto che i suoi ragionamenti non fanno una grinza. Cercheremo invece di vedere come Eco abbia corretto il tiro a proposito delle critiche che abbiamo formulato precedentemente a proposito del lettore modello.

Come abbiamo già indicato, in Lector in fabula erano presenti diverse denominazioni per indicare i vari tipi di interpretazione testuale. Eco vi parlava di usi aberranti e legittimi. Si poteva dunque chiedersi quale era la differenza tra uso legittimo e interpretazione tout court. In Semiotica e filosofia del linguaggio, Eco tenta di teorizzare, se non gli usi aberranti, almeno la distinzione tra questi usi e l'interpretazione tout court. Nel capitolo intitolato DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA, Eco afferma che:

mentre dal punto di vista di una semiotica generale si può postulare l'enciclopedia come competenza globale, dal punto di vista sociosemiotico è interessante riconoscere i diversi livelli di possesso della enciclopedia, ovvero le enciclopedie parziali [...]. Parimenti, qualsiasi interprete debba interpretare un testo, non è tenuto a conoscere tutta l'enciclopedia ma solo la porzione di enciclopedia necessaria alla comprensione di quel testo.
Una semiotica testuale studia anche le regole in base alle quali l'interprete di un testo, sulla base di ``segnali'' contenuti in quel testo (e magari sulla base di una conoscenza precedente) decide quale sia il formato della competenza enciclopedica necessaria ad affrontare quel testo. Il che stabilisce anche la discriminante tra interpretazione di un testo e uso indiscriminato dello stesso.1.88
Si può quindi costatare che Eco sposta la distinzione tra interpretazione e uso dall'insieme delle strategie testuali a quei ``segnali'' (si osservi il termine assai vago utilizzato da un semiologo famigerato per la sua ``verve definitoria'') che permettono al lettore di individuare, ossia di localizzare (noi aggiungeremo, di delimitare) lo spazio parziale pertinente all'attualizzazione delle strategie testuali (le quali sono ormai investite di uno statuto teorico alquanto diverso).

Per il momento, non sappiamo ancora che cosa avviene al livello interpretativo quando un lettore si mette a ``usare'' un testo. Ce lo rivela Eco nel capitolo IL MODO SIMBOLICO. Dopo aver ``rivisitato'' nel terzo capitolo il concetto di metafora, Eco tenta di confrontare i vari usi dei termini ``simbolo'', ``simbolico'', ecc., con i significati che essi intendevano coprire. Alla fine di questo suo viaggio critico Eco propone una ``definizione'' approssimativa (introducendo un nuovo termine, si veda il titolo del capitolo). Se questa ``definizione'' si autodefinisce approssimativa, è per due ragioni. La prima deriva dal fatto che Eco definisce il modo simbolico in modo relativo, poiché lo paragona con la metafora e l'allegoria. La seconda causa risiede nella natura stessa del modo simbolico. Proviamo a schematizzare i tratti distintivi di questi tre concetti.

METAFORA
  1. la spia (ovvero il segnale testuale). Il lettore è avvertito della presenza della metafora perché essa risulta semanticamente (e anche al livello delle sceneggiature) incompatibile con il co-testo immediato.
  2. il comportamento interpretativo. Il lettore deve abbandonare il livello denotativo per poter disambiguare la metafora conformemente (anche) alla sceneggiatura in gioco.
  3. possibilità di formalizzazione. È possibile formalizzare una metafora con l'analisi semica.
  4. possibilità di codificazione. È possibile la codificazione, poiché le metafore si costruiscono con espressioni disponibili (vengono formate sul modo della ratio facilis). Una metafora fortemente codificata è un cliché, un epiteto, ecc., e in tal modo, verrà registrato dai dizionari.
  5. caratteristiche semiotiche specifiche. La metafora presenta un caso esemplare di autoriflessività (nel senso di Roman Jakobson). L'intersezione semica (il tertium comparationis) può indicare l'esistenza di una isotopia.
ALLEGORIA
  1. la spia. L'allegoria si estende su porzioni testuali piuttosto vaste. Essa si riconosce testualmente per lo ``spreco rappresentativo''1.89. La sua occorrenza è sistematica (cfr. infra).
  2. il comportamento interpretativo. Per la disambiguazione, il lettore si serve di regole di decodificazione che prevedono l'interpretazione secondo criteri intertestuali. L'allegoria può essere interpretata letteralmente. L'interpretazione è diegeticamente coestensiva alla porzione detta allegorica.
  3. possibilità di formalizzazione. L'allegoria può essere formalizzata secondo criteri della narratologia e della logica dei mondi possibili (cfr. 5.).
  4. possibilità di codificazione. Originariamente, l'allegoria può derivare dal modo simbolico. Tuttavia, è una caratteristica necessaria dell'allegoria l'esistenza di regole di decodificazione.
  5. caratteristiche semiotiche specifiche. L'allegoria stabilisce un mondo possibile accanto al mondo implicito al livello letterale del testo. La disambiguazione di un testo allegorico produce quindi uno sdoppiamento retto dal one-to-one principle. Infatti, ogni proprietà del mondo possibile ``letterale'' avrà la sua proprietà corrispondente nel mondo possibile dell'allegoria. Così non deve destar meraviglia se questo sdoppiamento rafforzi le isotopie.
IL MODO SIMBOLICO
  1. la spia. Il modo simbolico si esercita su porzioni testuali piuttosto ristrette. La presenza dello ``spreco rappresentativo'' indica la possibilità di una interpretazione in modo simbolico. Questo ``spreco rappresentativo'' non ha alcuno statuto narratologico pertinente.
  2. il comportamento interpretativo. Il modo simbolico non è una figura (come la metafora o l'allegoria), ma rappresenta semplicemente una maniera di interpretare un testo (o una porzione testuale). Quindi, se c'è la possibilità di interpretare un testo in modo simbolico, allora deve esserci anche la possibilità di interpretarlo in un altro modo (almeno letteralmente).
  3. possibilità di formalizzazione. Il modo simbolico sfugge quasi per definizione ad ogni tentativo di formalizzazione.
  4. possibilità di codificazione. L'interpretazione in modo simbolico presuppone una produzione segnica specifica, vale a dire l'invenzione (retta dalla ratio difficilis). E se si ha ratio difficilis (perché mancano le regole correlative atte alla formazione di un'espressione ``felice''), allora risulta chiaro che il modo simbolico non può giustificarsi ricorrendo ad un dato codice (cfr. l'impossibilità di formalizzazione).
  5. caratteristiche semiotiche specifiche. L'interpretazione in modo simbolico allarga il mondo possibile implicitato dal testo (cfr. l'uso ``psichedelico''). Essa aggiunge nuove proprietà (non previste dal testo) che incidono sulle relazioni tra le proprietà testualmente implicite.
Che cosa possiamo dedurre da questa classificazione? In primo luogo, costatiamo che la metafora e l'allegoria si differenziano dal modo simbolico, nella in misura in cui quest'ultimo non è un elemento testuale, bensì un modo interpretativo, e basta. In altre parole, il testo non dà segnali codificati onde dedurre che esso va interpretato in modo simbolico. Adesso diventa chiaro l'aggettivo ``legittimabile''. Vuole semplicemente dire che un'interpretazione testuale può essere legittima ricorrendo alle strategie testuali e, in secondo luogo, all'enciclopedia del lettore. Il testo ha quindi uno statuto primario perché esso delimita una parte ``locale'' dell'enciclopedia ``globale''. Per quanto riguarda l'interpretazione in modo simbolico, la questione della legittimità non può essere risolta in termini di una teoria semiotica. Il semiologo deve quindi lasciare il problema della giustificazione ai desideri analitici della psycho-critique. Una teoria semiotica deve comunque definire la linea divisoria tra il legittimabile e il ``resto''. Eco è riuscito a stabilire il confine tra il ``semiotico'' ed il ``simbolico'' dal punto di vista della produzione segnica. Infatti, se la produzione segnica è retta dalla ratio difficilis, è perché non esiste il codice correlativo necessario alla trasmissione di un dato contenuto. Ed è quindi evidente che il decodificatore non può ricorrere ad un codice che egli non può conoscere.

Ritorniamo adesso alla problematica del Lector in fabula. La nozione peirciana dell'interpretante finale garantisce la localizzazione temporale dell'interpretazione nei confronti della semiosi illimitata. La nozione della ``non-legittimabilità'' semiotica dell'interpretazione in modo simbolico garantisce la localizzazione spaziale dell'interpretazione nei confronti dell'enciclopedia globale del lettore.

In Semiotica e filosofia del linguaggio Eco si sbarazza anche del problema che abbiamo chiamato ``bibliografico''. Non è quindi casuale che sorgano di nuovo le teorie di Julia Kristeva. Ne La révolution du langage poétique, Kristeva vuole distinguere il ``semiotico'' e il ``simbolico'' basandosi su decisioni teoriche assai diverse da quelle echiane:

Notre position du sémiotique est [...] inséparable d'une théorie du sujet qui tient compte de la position freudienne de l'inconscient. Décentrant l'ego transcendantal, le coupant et l'ouvrant à une dialectique dans laquelle son entendement syntaxique et catégoriel n'est que le moment liminaire du procès, lui-même toujours agi par le rapport à l'autre que domine la pulsion de la mort et sa réitération productrice de ``signifiant'': tel nous apparaît ce sujet dans le langage. Dans cette perspective ouverte par l'analyse lacanienne, mais sous les contraintes d'une pratique, le texte, qui n'intéresse qu'accessoirement la psychanalyse, nous essayons de formuler nos distinctions entre le sémiotique et le symbolique.1.90
Si tratterà di definire il ``semiotico'' ed il ``simbolico'' non soltanto in termini relativi, ma anche, e soprattutto in termini positivi. A tal fine Kristeva si abbandona al gioco pericolosissimo dell'etimologia. Per spiegare il suo concetto di ``semiotico'' parte dai significati del greco \( \sigma \eta \mu \varepsilon \tilde{\iota }o\nu \) (ignorando il primo uso della parola ``semiotica'') per fare un salto semantico, affermando che l'uso preponderante di ``semiotica'' implica la distinctivité, vale a dire il concetto divino del decostruzionismo1.91. Bene, il ``semiotico'' distingue o articola una chora:

Des quantités discrètes d'énergies parcourent le corps de ce qui sera plus tard un sujet et, dans la voie de son devenir, elles se disposent selon les contraintes imposées à ce corps - toujours déjà sémiotisant - par la structure familiale et sociale. Charges ``énergétiques'' en même temps que marques ``psychiques'', les pulsions articulent ainsi ce que nous appelons une chora: une totalité non expressive constituée par ces pulsions et leurs stases en une motilité aussi mouvementée que réglementée.1.92
Quindi il ``semiotico'' significa per la Kristeva, le pulsioni e le loro articolazioni. Tra il ``semiotico'' ed il ``simbolico'' sta il ``tetico'', vale a dire un taglio (coupure) che instaura l'identificazione del soggetto e dei suoi oggetti in quanto condizioni della ``proposizionalità'', producendo così la posizione della significazione1.93. Ed il ``simbolico''? Tutto il resto, cioè il linguaggio, tutto ciò che Hjelmslev chiama la forma del contenuto e dell'espressione, ossia tutto ciò che la funzione semiotica (nel senso hjelmsleviano, s'intende) può coinvolgere o correlare.

Ritornando alla distinzione echiana, osserviamo che ciò che Eco chiama il ``semiotico'' diventa il ``simbolico'' per Kristeva, mentre il ``simbolico'' echiano corrisponde al ``semiotico'' kristeviano. Non dedichiamo troppa attenzione ai termini usati, importano soltanto le loro definizioni. Per la Kristeva, il ``semiotico'' precostituisce il ``simbolico'', per Eco il ``simbolico'' è semplicemente il vuoto teorico postulato necessariamente ma disperatamente dal semiologo nella sua categorizzazione di concetti semiotici (quindi propter necessitatem atque disperationem). Esaminando la pertinenza dell'analisi kristeviana del ``semiotico'', troviamo una sola caratteristica distintiva, e cioè, appunto, la sua distinctivité. O per dirlo con Deleuze, il ``semiotico'' kristeviano è distintivo e ripetitivo. Si vede anche che lí dove Eco si ferma, Kristeva parla del ``tetico'' in quanto identificazione del soggetto e dei suoi oggetti e limite (generativo) della significazione. Anche la Kristeva deve quindi cercare di localizzare la distinzione tra il ``semiotico'' ed il ``simbolico''.

Quale è l'importanza di queste discussioni? Al livello della problematica del simbolico, ci si avvede ben presto della consistenza logico-teorica del ragionamento di Eco. Se una teoria vuole analizzare il problema del senso con un apparato categoriale stabilito a tal fine, non può condurre un discorso, che abbia qualche senso, sulle caratteristiche intrinseche di un ``concetto'' le cui definizioni, interpretazioni e implicazioni non sono schematizzabili. Il semiologo deve quindi delimitare i vuoti non schematizzabili con le categorie prestabilite. La Kristeva invece postula (per lei, non si tratta di un postulato, ma di una specie d'intuizione teorica) l'anteriorità del (suo) ``semiotico'' al (suo) ``simbolico''. Non è importante se si tratta di una anteriorità genetica o filogenetica, ma è più rilevante l'anteriorità teorica nella misura in cui viene definita e trascritta. Detto in altre parole, si pone il problema della notazione1.94. Ossia, quale metalinguaggio potrebbe rendere conto di fenomeni a cui si rifiuta lo statuto di segnicità (il che è palesemente il caso per la teoria kristeviana del ``semiotico'')? Ed è appunto lí che Eco rimane coerente. Citando sia Wittgenstein che Eco, possiamo adottare la massima: ``Di ciò che non si può teorizzare, si deve tacere (o narrare).''

Ma queste discussioni ci portano ad una questione ben più profonda. Si tratta del problema filosofico dei rapporti tra il soggetto, il segno e l'oggetto. Seguendo le proposte di Herman Parret1.95, possiamo distinguere nella storia della filosofia tre fasi, tre paradigmi ciascuno dei quali è caratterizzato dal predominio di una ``proto-sofia''.

Dalle origini della filosofia greca fino all'Illuminismo, ci si occupava soprattutto delle cose, degli oggetti. Si voleva cercare l'essenza delle cose, degli onta. La protosofia era L'ONTOLOGIA. La conoscenza delle cose era affidata alla fisica, e con un gesto generalizzante e sintetizzante, alla metafisica. Nella tradizione cristiana, era la teologia ad assumere il compito di combinare i due lati della protosofia greca. Dal punto di vista conoscitivo, la fisica e la metafisica definivano il processo circolare della verità. Dio si fa conoscere attraverso le cose, che si riferiscono alla loro volta alla natura divina.

Dal Seicento in poi, diventa problematico lo statuto della cosa in sé. Questa crisi trova il suo scioglimento più sistematico nella filosofia di Kant. La protosofia era L'EPISTEMOLOGIA. Il soggetto ha un ruolo determinante nei processi conoscitivi. L'importanza della ratio era messa in evidenza a tal punto che sia i fondamenti dell'etica che l'accettazione della esistenza divina erano affidati alla competenza giudiziosa della ratio. Anche nell'Ottocento, è primordiale la questione dei rapporti tra soggetto e oggetto. Marx dirà che il soggetto si autodefinisce nella collettività grazie alla promozione dell'oggetto. Per Nietzsche, l'uomo era debole a causa della sua propria oggettivizzazione (e guarda caso, per lui anche i segni erano oggetti). Anche la fenomenologia analizzava il rapporto (intenzionale) tra soggetto e oggetto. La descrizione dell'oggetto richiedeva la messa tra parentesi (Einklammerung) del soggetto.

Con Charles Sanders Peirce inizia il terzo paradigma nella storia della filosofia. La SEMIOTICA diventa la nuova protosofia. Infatti, Peirce fu il primo a fondare una filosofia sull'accettazione del segno in quanto istanza mediatrice tra i soggetti e gli oggetti. Il segno peirciano riceve una tale importanza da determinare sia lo statuto delle nostre idee (``anche le idee sono segni'') che il valore conoscitivo degli oggetti. Con la sua divisione basale (firstness, secondness e thirdness) riesce a gerarchizzare i segni, per esempio, a seconda delle loro determinazioni oggettive (il ``simbolo'' è un segno della thirdness, in cui sono inscatolate la firstness e la secondness). Dopo Peirce, nessuno può ancora negare la pertinenza filosofica del segno.

Questo panorama storico della filosofia occidentale non deve escludere la coesistenza attuale di diverse correnti semiotiche che accentuano il rapporto soggetto-segno, o il rapporto segno-oggetto1.96. Se abbiamo confrontato la teoria di Eco con quella di Julia Kristeva, è anche perché questo confronto si situa (tra l'altro) al livello dei fondamenti filosofici delle due teorie. Da ciò che precede risulta chiaro che la semiotica kristeviana rientra nel filone che accentua il rapporto soggetto-segno. In tale prospettiva, l'importanza di discipline come la psicanalisi, la sociologia o l'antropologia è fondamentale. Come potremmo allora caratterizzare la semiotica echiana? La risposta può sembrare banale: Eco è un pansemiologo e nella sua teoria il rapporto principale è quello tra segno e segno. Questo non vuol dire che il soggettivo e l'oggettivo non siano dei fattori di cui bisogna tener conto in una teoria semiotica. Vuole semplicemente dire che una teoria semiotica deve essere capace di rendere conto di questi fattori in termini di relazioni segniche. Abbiamo già detto che il semiologo deve essere cosciente della situazione in cui si spiegano segni con dei segni. Una volta ammesso che non si può uscire da quest'impasse, perché allora non giocare il tutto per il tutto per scavare in questo imbroglio apparente che è la semiosi?

Lo stesso problema si pone quando si accentua il rapporto segno-oggetto. Ecco una delle principali premesse filosofiche della teoria delle catastrofi. Non c'è ormai più dubbio che anche questa teoria dovrà fare i conti con i problemi che abbiamo appena elencato. La teoria delle catastrofi si caratterizzerà quindi soprattutto nel modo in cui trascriverà i fenomeni semiosici. René Thomci offre già una pregustazione della maniera in cui intende accettare la sfida:

credo che la geometrizzazione dei processi significanti sia estremamente interessante, perché permette di infrangere la ``circolarità semiotica''. Infatti, per infrangere questa circolarità del significante, non si è fatto altro, finora, che dire che un segno si riferisce sempre a un altro segno e che di conseguenza c'è un ``regresso infinito'' di segni, gli uni in rapporto agli altri.1.97
A conclusione della nostra breve panoramica della semiotica di Umberto Eco, rimane ancora da segnalare la raccolta di saggi Sugli specchi (1985). Il saggio che ha dato il titolo alla raccolta era già apparso nella versione inglese di Semiotica e filosofia del linguaggio1.98. Non ci pare che via sia una vera e propria unità organica che potrebbe servire da chiave di lettura attraverso l'eterogeneità di queste ``riflessioni sparse''. Dal punto di vista dello sviluppo della semiotica echiana, la raccolta esibisce una grande manovrabilità dei concetti analitici la cui teorizzazione aveva ormai raggiunto un livello di massima coerenza logica. Se qualcuno (e ce ne sono ancora tanti) dubitasse ancora della applicabilità della teoria semiotica di Eco (anche se questo non era l'obiettivo, come sostiene lo stesso Eco), la lettura di alcuni dei saggi racchiusi in questo volume gli procurerebbe il piacere intellettuale rassicurante, necessario alla consapevolizzazione che il mondo è un po' meno ``rigido'' di quanto le teorie altamente formalizzate e assiomatiche gli vorrebbero far credere. In questo senso, non abbiamo trovato migliore formulazione del valore ``etico'' della teoria echiana di questo ``a mo' d'avvertimento'':

Il lettore troverà in questo saggio, e nel resto del libro, l'opposizione tra semiosi e semiotica. La semiosi è quel fenomeno, tipico degli esseri umani (e secondo alcuni anche degli angeli e degli animali) per cui - come dice Peirce - entrano in gioco un segno, il suo oggetto (o contenuto) e la sua interpretazione. La semiotica è la riflessione su che cosa sia la semiosi. Quindi il semiotico è colui che non sa mai che cosa sia la semiosi, ma è disposto a scommettere la vita sul fatto che ci sia.1.99


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henk 2001-08-18