Modelli, analogia, semiotica1

Henk Verdru
Nella sua breve esistenza, la semiotica si è spesso vista accusare di imperialismo metodologico, epistemologico, ecc. Certe tendenze all'interno di questa amorfa corrente metodologica, epistemologica, ecc., miravano (e mirano tuttora) ad una interdisciplinarità teoricamente fondata nelle scienze umane. E si sa che è stato lo strutturalismo ad annunciare e nello stesso tempo a promuovere la nascita della semiotica detta imperialista. Essendo queste considerazioni poco originali, si è pensato di vedere più da vicino i discorsi teorici che dovevano giustificare questo diritto all'interdisciplinarità. Questi discorsi si servono spessissimo di fuzzy concepts come ``modello'' e ``analogia''. Nel mio intervento cercherò di spiegare perché questi concetti sono rimasti così fuzzy. Prenderò le mosse da una teoria che molto volentieri si è vista definita come una fase avanzata dello strutturalismo, ma che esibisce un rigore scientifico che, apparentemente, non lascia molto spazio a questi fuzzy concepts.

Inoltre, essa non ha potuto resistere alla tentazione di estendere il suo discorso alla semiotica. Si tratta ovviamente della teoria delle catastrofi. La tensione tra rigore scientifico da un lato e nebulosità concettuale dall'altro si esemplifica nell'uso ossessivo di una nozione come ``analogia'' da parte di Petitot. Questa ossessione mi pare condivisa, ma in maniera molto più consapevole (e quindi molto più critica) da Umberto Eco. Nel suo Trattato, trattando dell'iconismo, Eco esamina la nozione di ``analogia'' che presto indicherà come sinonimo del non meno dubbio concetto di ``similarità'':

Possiamo trascurare tranquillamente ogni cosiddetta analogia che non sia rapporto proporzionale, riportandola a quella spiegazione in termini di similarità [...]. Anche l'analogia (nel suo senso ingenuo) è riconducibile a operazioni sommesse a regola. Se poi ``analogo'' è usato come sinonimo di ``ineffabile'', allora [...] tanto vale non parlarne. Non si scrivono trattati su qualcosa per dire che questo qualcosa è un ``non so che''. E se certi filosofi lo fanno, la fanno malissimo.2
Quindi i filosofi fanno bene a non definire l'analogia. Ma farebbero ancora meglio se non utilizzassero il concetto. I peggiori, infatti, sono quelli che gli danno un ruolo importante nel loro ragionamento, ma che credono di non dover definirlo. Si cercherà quindi invano una definizione dell'analogia negli scritti di Petitot. Però, senza l'analogia il discorso che dovrebbe giustificare il suo diritto all'interdisciplinarità non regge più. Si dovrà cercare l'analogia in quei passi cruciali che vertono (fra l'altro) sulla nozione di ``modello''. È la ricerca di un modello che deve presiedere alla trasposizione di criteri d'analisi da un campo ad un altro. Ed è proprio ciò che proponeva Kristeva per il suo progetto di semanalisi:
Lorsque nous disons sémiologie [nous penserons] à l'élaboration (qui d'ailleurs reste à faire) de modèles: c'est-à-dire de systèmes formels dont la structure est isomorphe ou analogue à la structure d'un autre système (du système étudié).3
``Analogia'' e ``isomorfismo'', due nozioni che troveranno il loro posto nella semiotica greimasiana. Ed anche in questo caso, nascono dei dubbi circa le loro definizioni.4 Petitot ne propone una del modello nell'introduzione a Les catastrophes de la parole:
Un modèle est une analogie entre un phénomène X et un objet construit M (le modèle) permettant, parce qu'il simule X, de répondre à une question Q posée à propos de X. Pour que le modèle M soit légitime, il faut: (i) que ce soit la question Q qui détermine la construction de M; (ii) que l'on puisse traduire la question Q en une question Q concernant M; cela exige que l'on puise contrôler l'analogie X-M entre un phénomène et un objet (théorico-formel) construit dans un certain langage (justification a priori), (iii) que la réponse R fournie par le modèle à la question Q puisse, une fois traduite en une réponse R à la question initiale Q, être soumise à une vérification expérimentale (justification a posteriori par confirmation/réfutation); (iv) que, dans la mesure où le modèle, pour être explicatif, fait intervenir des processus entre entités ``visibiles'' [...], il permette de reconstruire les morphologies visibles.5
Questa definizione presenta già all'inizio una imprecisione fondamentale: il definiendum ritorna nel definiens, cioè il modello è una analogia tra se stesso ed un fenomeno. In realtà, il problema della definizione sta nell'uso di concetti che denotano una certa somiglianza: ``analogia'' e ``simulare''. La prima esigenza per la legittimità del modello (e dunque per un'analogia legittima) risiede nella sua determinazione da parte delle domande poste sul fenomeno in questione. Ma come si può sapere se una domanda sul fenomeno X sia pertinente per la costituzione di M? Il problema che ricorre sempre è quello del valore del concetto (e dei suoi derivati) di ``somiglianza''. Che cosa significa ``una domanda a proposito di un fenomeno''? Per la seconda condizione di legittimità, Petitot sottolinea che l'analogia, la somiglianza tra una domanda Q ed una domanda Q (somiglianza, analogia perché traduzione) presuppone la ``controllabilità'' dell'analogia X-M. È chiaro che questa condizione costituisce (nuovamente) una petitio principii, perché l'antecedente del principio (la costituzione del modello presuppone la possibilità di formulare delle domande ecc.) diventa conseguente (cfr. seconda esigenza). Le ultime due esigenze presuppongono (i) e (ii), e vanno quindi rifiutate a fortiori.

Questa definizione apparentemente rigorosa tentenna per l'uso di un fuzzy concept, l'analogia. Sia chiaro che il concetto di ``modello'' ha un carattere problematico anche in altri contesti teoretici. L'elenco delle definizioni di ``modello'' nel Dictionnaire di Greimas e Courtès sottolinea lo statuto ambiguo del modello. Infatti, gli usi epistemologici del modello indicano gli errori e i pericoli del processo di modelizzazione. In linguistica, e, più generalmente, in semiotica, il modello:

désigne une construction abstraite et hypothétique, censée rendre compte d'un ensemble donné de faits sémiotiques.6
Si sa che l'espressione francese ``rendre compte de'' non indica con precisione il processo o la funzione che essa vorrebbe significare. Anche nel costituirsi di un metalinguaggio semiotico, il modello riveste una ambivalenza quasi essenziale:
L'élaboration et l'utilisation des modèles se trouvent [...] prises, comme dans un étau, entre les exigences de la théorie et la nécessaire adéquation à l'objet de la connaissance.7
Queste definizioni rientrano nella nozione di ``modello semantico forte'' delineata da Umberto Eco nel suo articolo ``L'antiporfirio'' della famosa raccolta Il pensiero debole. Infatti, il pensiero ``forte'' preconizza la costruzione di un mondo-modello per rendere conto del mondo-oggetto. La sua forza va verificata soprattutto sulla base di una esigenza primordiale:
Il mondo-modello (posto), le cui strutture il linguaggio rispecchia, deve presentare omologie con il mondo naturale della nostra esperienza, almeno sotto qualche aspetto.8
L'efficacia dell'operazione dipende quindi da una più o meno motivata relazione tra mondo-modello e mondo naturale, perché:
Solo in tal caso le trasformazioni del linguaggio consentono, in prima istanza, di conoscere possibilità inedite del mondo-modello (posto come omologo al linguaggio) risultino poi essere possibilità del mondo naturale (che come tale non è posto ma dato). In altri termini, un mondo-modello posto (e omologo al linguaggio costruito) appare suscettibile di certe trasformazioni che, opportunamente pantografate, prevedono, suggeriscono, consentono, incoraggiano trasformazioni del mondo naturale (anche se quest'ultimo, in quanto dato, non è noto in tutta la sua complessità strutturale).9
Ma è sempre la prima esigenza (quella della adaequatio) a porre dei problemi. Il malessere si esprime sempre al livello dei termini utilizzati per indicare, o per definire, la relazione tra modello e oggetto. ``Analogia'', ``isomorfismo'', o ``omologia'', tre vocaboli che qui vengono adoperati non in quanto termini rigorosamente scientifici (matematici o biologici che siano) ma piuttosto in quanto fuzzy concepts.

È quindi chiaro che l'uso dell'analogia (o di altri concetti analogici) rende problematica la giustificazione dell'adeguatezza del modello all'oggetto. E, apparentemente, la Teoria delle Catastrofi (T.C.) di Petitot non è l'unica a servirsene. Ma l'originalità di Petitotsta nell'invocare l'analogia a diverse fasi del suo cammino epistemologico. Nella seconda esigenza della sua definizione del modello si può già trovae un accenno a quella che sarà la funzione iniziale del metalinguaggio. Secondo (ii), il metalinguaggio deve collocarsi al livello della descrizione, del modello, e non al livello del descritto o del modelizzato, visto che esso costituisce uno dei due lati della cosiddetta analogia. Nello stesso modo, esso si situa soltanto al livello della giustificazione a priori. Mentre il suo ruolo era abbastanza subordinato a quello del modello (o della modellizzazione), esso diventa più che mai importante, non appena viene riformulata la sua definizione. Infatti, il metalinguaggio non occuperà più soltanto il lato ``teorico'' della coppia analogica, adesso ne assume i due lati, proprio com'era stato annunciato nel principio della definizione per quanto riguarda il modello:

La question du choix du langage (mathématisé) permettant de formuler l'analogie phénomène-modèle est la pierre angulaire de toute justification (a priori).10
Il metalinguaggio deve quindi esplicitare l'analogia tra fenomeno e modello, proponendo i mezzi per controllare la costruzione progressiva dell'analogia. Il metalinguaggio ha perciò uno statuto molto ambiguo, proprio come il modello. Ma più sorprendente è la constatazione che Petitot sarà l'ultimo a preoccuparsene. Secondo lui la scelta del metalinguaggio
ne peut être simplement dérivé, per induction et abstraction, du donné empirique: il ne dépend pas de la manifestation des phénomènes pour le complexe subjectif perception-langage mais du mode d'aperception transformant les phénomènes considérés en objets d'expérience. [...] constituant la part a priori des modèles (leur contenu catégorial), il [le choix] ne peut pas être réfuté [...]. Par exemple, une fois admis que le ``bon'' langage canonique pour l'explication des phénomènes de perception catégorielle est celui de la TC, on pourra confirmer-réfuter telle ou telle conséquence de telle ou telle hypothèse. Mais le choix de ce langage théorique de base (et de n'importe quel autre [...]) n'est pas réfutable. Sa légitimation rationnelle équivaut à l'évidence intuitive du mode d'aperception qu'il rend possible.11
L'ambiguità dello statuto del metalinguaggio in Petitot è una conseguenza della confusione dei piani di descrizione. L'ineluttabilità di tale inconvenienza è stata riconosciuta, paradossalmente, dall'ideatore della T.C., René Thom:
La langue usuelle pratique avec une aisance tout inconsciente la confusion des plans entre langue et métalangue, en sorte que les dangers de circularité, de tautologie, voire de paradoxes sont dans cette approche pratiquement inévitables.12
È chiaro che per giustificare il suo appello all'interdisciplinarità, Thom dovrà definire le condizioni per la costruzione del suo metalinguaggio, tenendo conto fra l'altro di questa circolarità essenziale (che altrove ha esplicitamente condannato13) della lingua naturale:
toute interdisciplinarité réelle passe par l'édification d'un langage commun qui puisse exprimer les divers moyens théoriques en usage dans les disciplines les plus variées.14
Toute tentative de créer un tel langage commun d'interdisciplinarité passe par une analyse aussi poussée que possible des mécanismes de description - de découpage du réel - déjà à l'\oeuvre dans le langage ordinaire.15
Queste condizioni (che ritornano anche in altri teorici), apparentemente, non includono nella loro formulazione, una nozione ``regolatrice'' come l'analogia. Ed è questo atteggiamento che manca drammaticamente nei discorsi di Petitot, anche in quelli che si riferiscono esplicitamente all'interdisciplinarità. Secondo lui, la sua T.C., nuova filosofia naturale, ha tutte le carte epistemologiche in regola per ottenere l'epiteto di scienza unificatrice, visto che essa si basa:
1) sur les profonds progrès mathématiques, tant conceptuels que techniques ayant (enfin) rendu possible une approche théorique des phénomènes d'(auto)organisation, de morphogénèse, de stabilité et de régulation; 2) sur la possibilité de transférer (plus ou moins analogiquement) cette approche aux phénomènes non strictements physiques et, en particulier, aux phénomènes morphologiques et structuraux en général.16
La trasposizione dell'approccio catastrofista da un campo verso un altro passa di nuovo per un'analogia (questa volta, certo, in una veste più o meno pudica). Vale a dire che si rimanda a più tardi la verifica della validità dell'approccio, del metalinguaggio, del modello e quindi dell'analogia iniziale.

Questa susseguenza di analogie (modelizzazione, generalizzazione, trasposizione, applicazione, ecc.) fa sí che si instauri una successione incontrollabile di metafore il tertium comparationis (il T.C.) si definisce soltanto negativamente, attraverso quelli che si potrebbero chiamare ``dei salti metalinguistici''.

In questo senso, è possibile parlare della T.C., nei termini di un'epistemologia metaforica. Secondo René Thom, questa particolarità della T.C. in sé molto importante, va incontro anche ad un certo pericolo; ci mette in guardia contro le metafore, le analogie troppo facili:

l'usage purement analogique de la TC soulève une évidente objection: si, par ces modèles ``catastrophiques'', on peut géométriser l'analogie, que gagne-t-on à faire cette modélisation par rapport à l'intuition immédiate liée au langage naturel, à la parole signifiante? Ne risque-t-on pas de faire de l'art pour l'art, une mathématisation gratuite, et finalement oiseuse? Le danger, certes, est réel, et la lecture de certaines ``applications'' de la théorie des catastrophes en confirme l'imminence.17
Les analogies peuvent êtres plus ou moins banales, plus ou moins surprenantes; l'effet proprement foudroyant qui s'observe dans certaines métaphores poétiques se justifierait-il si toutes les analogies étaient évidentes.18
Inoltre, Thom ha esplicitamente separato il concetto di ``verità'' dal concetto di ``funzionalità'' per quanto riguarda la validità dell'analogia. Infatti, ci si avvede ben presto del fatto che per Thom l'analogia ``scientifica'' vale ben poco, rispetto all'analogia ``meno banale'':
A mio avviso un'analogia, una volta formalizzata, rapportata cioè, o un logos archetipo ben definito, è necessariamente vera. Ma allora se ne trae ben poco, a parte la possibilità di metafore più o meno poetiche. Se al contrario, l'analogia non può essere formalizzata, allora è necessariamente congetturale e audace. Proprio per questo può condurre a conseguenze nuove e impreviste. Non si ha però alcuna certezza che l'analogia funzioni: o l'analogia e vera e allora è sterile; o è audace e allora può essere feconda. È solo correndo il rischio dell'errore che si può trovare il nuovo.19
Se noti la differenza della condizione della metafora poetica in questo passo con quella della citazione precedente. Prima, la metafora poetica (per Thom, metafora e analogia sono sinonimi) sembra poter sorprendere, ma dopo viene qualificata (implicitamente) sterile. Prima, la matematizzazione gratuita equivale a l'art pour l'art, ma dopo la formalizzazione sembre escludere la metafora feconda. Ma questa analogia tra modello (ipotetico) e metafora poetica nasconde un problema molto più profondo. Se si considerano come riuscite soltanto le metafore non banali, vale a dire quelle per cui non si può discutere la questione della verità, quale sarà lo statuto delle conseguenze teoriche delle loro applicazioni? Prima o poi, il teorico deve porsi la domanda concernente la verità, se non proprio circa la validità del modello ``inventato'' (e poi applicato) sulla base di questo tipo di analogia. La distinzione tra analogia oggettiva e analogia ipotetica (esito magari di una creazione poetica) si rifletta nella bipartizione echiana dell'epistemologia strutturalista. Nella Struttura assente, lo strutturalismo metodologico concepisce il modello (perno della trasposizione interdisciplinare) come un'analogia ipotetica che va verificata. Lo strutturalismo ontologico invece vede il modello come una struttura analogica ad una realtà strutturata. Il primo modello pone l'analogia, il secondo è l'analogia. A questa ontologia dell'analogia e della struttura si aggiunge (implicitamente) la presupposta esistenza di una entità che giustifichi la concatenazione a diversi livelli delle analogie. È un principio genetico; un fondamento di una specie di adaequatio tra cose e pensieri.

La distinzione può essere riformulata nei termini di una opposizione tra relazione oggettiva biunivoca e processo semiosico. L'analogia come processo semiosico rientra nel quadro più ampio dell'interpretazione, dell'inferenza. L'analogia, in quanto processo semiosico che costituisce un modello, è una organizzazione specifica di una serie di inferenze. Il modello sarà quindi una specie di tappa, una battuta d'arresto del processo interpretativo. Esso può delimitare un livello dell'interpretazione. La delimitazione di livelli interpretativi quindi non può essere rigorosa. Questa affermazione, secondo Massimo Bonfantini, è implicata dalla semiotica peirciana:

L'intreccio così stabilito tra inferenzialità del pensare e prassi consente di estendere la triadicità inferenziale all'intera sfera dell'agire umano. Questa estensione è probabilmente la mossa di maggiore portata nel programma di una semiotica neopeirciana che aspiri, in quanto scienza generale delle forme della generazione del senso, a costituirsi come critica e metodica precisa dell'euristica delle scienze dell'uomo. Secondo questa prospettiva infatti le scienze dell'uomo sono costituite di interpretazioni di interpretazioni. Le scienze dell'uomo si costituiscono come ipotesi interpretative su atti umani che a loro volta sono il risultato di interpretazioni, di decisioni interpretative. [...]
Da un punto di vista semiotico le scienze dell'uomo si pongono a un livello di giustificazione-interpretazione superiore rispetto alla scienze della natura: le scienze della natura sono inferenze su oggetti non inferenziali, inferenze alla prima potenza; le scienze dell'uomo inferenze su oggetti inferenziali, inferenze alla seconda potenza.20
Queste affermazioni si ritrovano anche nel saggio Segni, pesci e bottoni (appunti su semiotica, filosofia e scienze umane), nella raccolta Sugli Specchi, dove Eco riprende la distinzione di Habermas (Logica delle scienze sociali) tra scienze nomologiche e scienze della cultura:
La scienza naturale, per rendere ragione dei propri dati, produce simboli (una legge espressa verbalmente o matematicamente, un diagramma, una formula, eccetera). Le scienze dell'uomo devono invece produrre simboli (teorie, interpretazioni) a proposito di sistemi di forme simboliche. Le scienze umane sono così promosse al rango di una metateoria.21
Un modello interdisciplinare dovrà quindi situarsi al livello delle interpretazioni dei dati (interpretati), laddove potrebbe giocare l'analogia ipotetica.

L'altro tipo di analogia, quello che ho chiamato oggettivo è d'ordine ontologico. Lo si trova quindi nello strutturalismo ontologico, nella T.C. (anche in Thom) e paradossalmente, nel già citato libro di Bonfantini, specie in quei passi che alludono al suo progetto per un ``socialismo ecologico'' o per un ``materialismo storico pragmaticista'':

Il mondo nostro, che viviamo, pone nuovi problemi. Un problema soprattutto cruciale di sopravvivenza che può essere risolto solo prendendoci cura della natura. Ecco che allora la coscienza di un rapporto di osmosi fra noi e la natura avanza. E con questa consapevolezza si rafforza e prende veste più precisa e scientifica l'idea antica di una segreta affinità fra noi e la natura. Da ciò l'idea dell'inventiva come interazione e dialettica fra noi e la natura che passa attraverso processi di associazioni - associazioni non logicamente preordinate ma il cui perseguimento avviene per via di intenzione logicamente guidata. Queste associazioni paiono guidate da somiglianze o analogie, a loro volta guidate da affinità indovinate e/o verificate. Il concetto di affinità è un concetto di senso tipicamente chimico.22
È noto che questa idea di una segreta affinità fra l'uomo e la natura riemerge un po' ovunque. Appare nella trilogia di Giorgio Prodi23, in Thom linguista, ecc. Altrove questa idea genera metafore, analogie, ipotetiche come negli ultimi articoli di un Lotman (La Semiosfera) che ci ha offerto descrizioni perspicaci della fortuna di metafore o modelli culturali dominanti. L'homme fractal di Baudrillard è un'altra metafora di questo tipo. Omar Calabrese (nell'Età neobarocca) regala con generosità stimolante modelli e metafore della T.C., della teoria dei frattali, ecc. In questi tre casi sono le scienze nomologiche a fertilizzare l'immaginazione di studiosi delle scienze della cultura, dell'uomo. Ma l'analogia moderna più forte (nel campo della ricerca scientifica progettuale vera e propria) e quella tra uomo e macchina. L'uomo-macchina cartesiano è stato sostituito dalla macchina intelligente. La giustapposizione dei termini ``menti'' (o ``cervello'' o ``intelligenza umana'') e ``intelligenza artificiale'' ha suscitato, in questi ultimi anni, un'infinità di polemiche e discussioni (Daniele Barbieri le ha accostate a quelle sul sesso degli angeli24), seminando confusione tra tutti gli studiosi; cibernetici, epistemologi e neurologi confusi. La causa principale di questa situazione risiede, secondo Gianfranco Bettetini, nell'ambiguità delle definizioni fondamentali:
Le difficoltà incontrate nel tentativo di trovare una definizione generalmente accettabile dell'oggetto ``intelligenza'' si esasperano, infatti, quando si voglia risolvere quella della sua variante artificiale: come è possibile convincere molti, al limite quasi tutti gli uomini, che un artificio produce (o, meglio, riproduce) un oggetto, quando non c'è consenso sulla definizione del principale referente? E così nella definizione dell'intelligenza artificiale alcuni si pongono decisamente dalla parte dell'artificio e, quindi, della macchina; altri, altrettanto decisamente dalla parte dell'uomo e della ``sua'' intelligenza: altri ancora in una posizione oscillante fra queste due estreme.25
Questa diversità nelle posizioni si nutre dell'instabilità costitutiva di questo tipo di analogia. È un esempio di analogia di cui i due termini sono interscambiabili, a seconda delle posizioni in merito. Infatti, i sostenitori della cosiddetta ``intelligenza artificiale forte'' considerano la coppia una pura equazione. Secondo John Searle, noto detrattore della I.A. forte, questa equazione può generare tranquillamente un'altra analogia:
La posizione che prevale in filosofia, in psicologia e in intelligenza artificiale pone l'accento sulle analogie tra il funzionamento del cervello umano e il funzionamento dei calcolatori digitali. Secondo la versione più estrema di questo modo di vedere le cose, il cervello non è che un calcolatore digitale e la mente non è che un programma da calcolatore. Si potrebbe sintetizzare questa idea - che chiamerò ``intelligenza artificiale forte'' o ``I.A. forte'' - dicendo che la mente sta al cervello come il programma sta all'hardware del calcolatore.26
È chiaro che una simile equazione (e le analogie derivate) va sottoposta ad una analisi scientifica. Ora è facile constatare che tutte le ricerche condotte in questo campo prendono le mosse da quello che, apparentemente, accomuna di più la mente umana e il software: il linguaggio. L'argomento principale della critica di Searle si riassume in poche parole: il linguaggio del computer non è in grado di rendere conto delle strutture semantiche del linguaggio naturale. La struttura logica del linguaggio naturale è limitata, secondo lui, alla sua struttura sintattica.

La neurologia, sprovvista o ignara dei dati sperimentali nel campo del ``programma umano'' (la mente di Searle), focalizza le sue ricerche in merito sulla relazione tra ``hardware'' (il cervello) e il linguaggio naturale. Secondo Giampaolo Proni:

The unconfessed desire of some scientist is that logical conscious thought might show some isomorphism (via a chain of transformations) with the effective structure and functioning of the CNS [Sistema Nervoso Centrale].27
Nel suo articolo, Proni, dopo aver paragonato il rizoma di Deleuze e Guattari all'enciclopedia di Eco, compara il modello semiotico uscito da questo confronto con le ipotesi e i dati sperimentali della ricerca neurobiologica nell'ambito del Sistema Nervoso Centrale e del suo funzionamento:
Such a comparison, of course, must be taken cum grano salis, and it may seem naive to a neurobiologist and pretentious to a semiotician. But I strongly believe that the time is not far in which meaning will be explained as a physiologica function of the CNS, and every theory of MAP [Processo d'attribuzione di significato] will be forced to deal with neurophysiology.28
La fede incrollabile nella neurobiologia è necessariamente in contrasto con il pessimismo dei neurologi a tempo pieno nel campo delle ricerche sulle basi neurologiche dei processi di significazione. Il che nulla toglie al valore intellettualmente stimolante di questo tipo di confronti; ma quella fiducia incrollabile non può paralizzare un'analisi critica (da parte della semiotica) dei salti interdisciplinari. L'assenza di giustificazioni più o meno rigorose dell'uso di concetti ambigui (``analogia'', ``modello'', ``isomorfismo'', ecc.) in questi discorsi sottolinea la necessità di rivalorizzare l'analisi dei sistemi segnici e dei processi di significazione. Questo non è un conservatorismo malinconico. È semplicemente l'atteggiamento di chi non vuole giustificare le precarie ragioni d'esistenza della semiotica, invocando, coûte que coûte, le cosiddette scienze della natura. La precarietà va cercata al centro dell'oggetto stesso della semiotica. I concetti di ``semiosi illimitata'', ``circolarità'', (la schlechte Unendlichkeit di René Thom), ``autoreferenzialità'' devono costituire la base essenziale di ogni discorso epistemologico sullo statuto di una disciplina come la semiotica. E viceversa, la semiotica deve nutrirsi di questo fondo instabile per analizzare e criticare la presenza pervasiva di sistemi e paradigmi totalizzanti, di epistemologie metaforiche.

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Modelli, analogia, semiotica1

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Footnotes

... semiotica1
La prima versione di questo testo è stata pubblicata negli atti del convegno Semiotica e epistemologia delle scienze umane organizzato nella Sala dell'Archivio di Stato a Siena (23-25 settembre 1988) dall'AISS (Associazione Italiana di Studi Semiotici) in collaborazione con la Scuola di Lingua e Cultura italiana per stranieri e con l'Assessorato alla Cultura della Provincia di Siena. Gli atti sono stato pubblicati in Carte Semiotiche (Rivista dell'Associazione Italiana di Studi Semiotici), Numero 6, Settembre 1989, dalla Casa Usher di Firenze. La presente versione del testo è stata redatta usando LATEX con LYX. Clicca qui per scaricare una versione PDF. Vedi anche la versione digitale della mia tesi di laurea del 1987. E-mail: henk.verdru@pandora.be
... malissimo.2
U. Eco, Trattato di semiotica generale, Bompiani, Milano, 1975, p. 266.
... étudié).3
J. Kristeva, ``La sémiologie: science critique et/ou critique de la science'' in Tel Quel, Théorie d'ensemble, Seuil, Paris, 1968, p. 84.
... definizioni.4
Cfr. A.J. Greimas, J. Courtès, Sémiotique - dictionnaire raisonné de la théorie du langage (I), Hachette, Paris, 1979, pp. 13-14.
... visibles.5
J. Petitot-Cocorda, Les catastrophes de la parole, Maloine, Paris, 1985, p. 34.
... sémiotiques.6
A.J. Greimas, J. Courtès, op. cit., p. 232.
... connaissance.7
Ibidem.
... aspetto.8
U. Eco, ``L'Antiporfirio'' in G. Vattimo & P.A. Rovatti (a cura di), Il pensiero debole, Feltrinelli, Milano, 1983, p. 53.
... strutturale).9
Ibidem.
... priori).10
J. Petitot-Cocorda, op. cit., p. 36.
... possible.11
Ibidem, pp. 36-37.
... inévitables.12
R. Thom, Modèles mathématiques de la morphogénèse, Christian Bourgois, Paris, 1980, p. 163.
... condannato13
Cfr. R. Thom, Parabole e catastrofi, Il Saggiatore, Milano, 1980, p. 142.
... variées.14
R. Thom, Modèles mathématiques de la morphogénèse, op. cit., p. 296.
... ordinaire.15
Ibidem, p. 295.
... général.16
J. Petitot-Cocorda, op. cit., p. 15.
... l'imminence.17
R. Thom, Modèles mathématiques de la morphogénèse, op. cit., p. 122.
... évidentes.18
Ibidem, p. 295.
... nuovo.19
R. Thom, Parabole e catastrofi, op. cit., p. 132.
... potenza.20
M.A. Bonfantini, La semiosi e l'abduzione, Bompiani, Milano, 1987, p. 20.
... metateoria.21
U. Eco, Sugli Specchi, Bompiani, Milano, 1985, p. 326.
... chimico.22
M.A. Bonfantini, op. cit., pp. 146-147.
... Prodi23
Cfr. G. Prodi, La scienza, il potere, la critica, Il Mulino, Bologna, 1974 / Le basi materiali della significazione, Bompiani, Milano, 1977 / La storia naturale della logica, Bompiani, Milano, 1982.
... angeli24
D. Barbieri, ``Computer e intelligenza'', in Alfabeta 108, maggio 1988, p. 3.
... estreme.25
G. Bettetini, Il segno dell'informatica, Bompiani, Milano, 1987, pp. 160-161.
... calcolatore.26
J. Searle, Mente Cervello Intelligenza, Bompiani, Milano, 1987, p. 21.
...].27
G. Proni, ``The Brain Voyager. Some Observations on Encyclopedic Models and Brain'' in Versus 46, gennaio-aprile 1987, p. 98.
... neurophysiology.28
Ibidem, p. 84


 2000-12-07